Controcanto, di Sylvia Zanotto (con nota biografica) – (Il foglio Editore)

Una figlia ha perso il padre anziano e stremato da una lunga malattia, dopo una vita vissuta pienamente. Un padre ha perso una figlia giovane, sana, su un campo di battaglia.
Poche cose al mondo uniscono come il dolore e Controcanto, l’ultima silloge poetica di Sylvia Zanotto, nasce proprio dalla ricerca di qualcosa che unisca due cuori infranti, in mezzo a tante cose che sembrano dividerli.
Con un profondo lavoro di scavo interiore che si traduce in immagini isolate dal buio, come il solista di un balletto sotto il riflettore del palcoscenico, Zanotto racconta la più antica delle ingiustizie, la morte giovane e, in un continuo gioco di contrasti e rimandi, ne evidenzia l’assurdità, rispetto a quella dell’anziano e sagace genitore che ha trasmesso alla figlia la passione per l’arte e la sete di equità sociale; i versi si intrecciano in un dialogo interiore che, seppure iniziato nel pianto, si apre al grido di protesta e, infine, a una sorta di preghiera, un Requiem laico ma estremamente tenero.
Controcanto è una lettura difficile eppure ipnotica, dal linguaggio denso e forte, un volume imperdibile per chi voglia approfondire la conoscenza della poesia contemporanea attraverso la voce di una delle sue esponente di spicco.
Recensione di V. Leoni
Per approfondire la figura e le opere di Sylvia Zanotto, apprezzata poetessa e artista poliedrica, ecco la sua nota biografica.

Sono nata al Brennero. Luogo di passaggio per la mia famiglia. Padre veneto militare. Madre francese casalinga. Ero di fretta. Sono nata settimina. Ma con due fette: oggi porto il 41.
Successivamente ci siamo spostati molto. Il lavoro di mio padre non consentiva soste lunghe in una scuola. Così ho fatto le elementari in 5 città diverse: Civitavecchia, Madrid, Bolzano, Vipiteno, S.H.A.P.E.
La mia prima maestra me la ricordo! Aveva le braccia piene di lentiggini. Mi disse il primo giorno di scuola che avevo sbagliato a scrivere il mio nome! Sylvia non si scrive con la “y”! Scoppiai a piangere. Me lo aveva insegnato mia madre, che essendo francese aveva scritto il mio nome così nei documenti ufficiali dell’anagrafe. La maestra ci rimase male… ma non mi corresse mai: ero mancina. Mi lasciò scrivere con la mia mano sinistra, aprendo così il flusso delle parole che vengono direttamente dal cuore! Con lei prendevo tutti dieci e spesso anche “Bravissima”.
Questi pochi dettagli danno già un’idea di come io mi sono sempre sentita: di passaggio. Non appartenente a nessuna terra nello specifico. Senza radici.
Nonostante abiti ormai da più di quarant’anni in Toscana, non mi sento toscana, e quasi non mi sento nemmeno italiana. Ho fatto le scuole per metà in Italia, per metà in Belgio in una scuola internazionale di lingua francese. Ho passato un anno in America nel 1986 con una borsa di studio presso la Rutgers University. Ho difficoltà a definire la mia identità dentro una nazione. Con dei confini. Mi piace sentirmi libera. Come l’aria.
Da sempre ho avuto voglia di perdermi nelle parole scritte o lette. Ma non sono mai stata troppo dietro agli insegnamenti degli altri. Ricordo una volta che chiacchieravo, l’insegnante di latino mi disse scherzando che se volevo potevo prendere la parola, ma avrei dovuto coprire tutta l’ora. Accettai la sfida e la vinsi. Raccontai la mia vita a lei e ai miei compagni di classe, lasciando la Prof sorpresa: mai avrebbe creduto che ne fossi capace. Era convinta che dopo cinque minuti non avrei saputo cosa dire…
Probabilmente quello è stato il primo momento in cui mi sono accorta che mi piaceva raccontarmi. L’inizio della mia strada da artista delle parole… Sempre con la stessa insegnante facemmo un piccolo spettacolo a fine anno e fu lì che decisi di fare teatro. Era il 1979. Pochi mesi dopo la maturità conseguita in lingua francese, tornai in Italia e m’iscrissi a Lingue presso l’Università degli Studi di Firenze; contemporaneamente iniziai a fare teatro di avanguardia. Sin da allora porto avanti due percorsi paralleli: lo studio delle lingue / il lavoro per vivere; lo studio del movimento / della danza / della scrittura, principalmente di poesia ma anche di narrativa. La mia primissima poesia premiata s’intitola “Lucia sorella”. La scrissi per un premio di poesia sul decimo capitolo dei “Promessi sposi” che a scuola non avevo mai letto (erano gli anni che vivevo all’estero). La poesia fu selezionata e pubblicata in una raccolta dei finalisti del premio e per me fu il pretesto per scrivere la raccolta Nodi. Alla quale ne sono seguite altre ma che per anni sono rimaste chiuse nei cassetti. Allora le danzavo le mie poesie. Mi sembrava una bella idea per condividerle con gli altri.
Soltanto nel 2016 riesco a pubblicare la mia prima raccolta di poesia. Nel 2011 ero fra i soci fondatori del Caffè Letterario dove per vivere facevo la barista e per passione mi occupavo anche della programmazione culturale. Così ho iniziato a conoscere scrittori, poeti, editori… e sono arrivate le proposte di pubblicazione, nell’ordine:
2016 Nodi e Vertigini – Nardini Editore (poesia)
2019 Mater Maia – Ensemble Editore (poesia)
2021 Tatuaggi e farfalle – Kanaga Editore (poesia)
2024 Come Nijinsky – Nardini Editore (narrativa)
2025 Controcanto – Il Foglio Editore (poesia)
Sono rimaste ancora delle raccolte da pubblicare, e tanti progetti di narrativa da completare. Nel frattempo ho pubblicato diversi racconti in varie antologie e non nego la mia difficoltà nel cercare le parole per la prosa. La poesia mi consente molte più libertà. Il romanzo “Come Nijinsky” mi ha preso circa vent’anni … e ancora so che potrei migliorarlo. Ma questo è vero anche per le poesie. Potrei migliorarle all’infinito. Solo che ad un certo punto bisogna accontentarsi delle imperfezioni. E tutto sommato amarle. Sono loro che generano le immagini più belle. Le parole per fissarle più intriganti.
Se dovessi definire le mie opere in poche parole direi così:
Nodi e vertigini: i sogni, le prime delusioni di una ragazza che si affaccia nel mondo. Sylvia Zanotto si presenta. Ama i miti, la danza, l’amore e la pace.

Mater Maia: Sylvia Zanotto diventa madre. Riflessioni di una madre che non vuole smettere di essere anche altro. Riflessioni di una figlia che percepisce la madre ingombrante. Le sue parole lo sono. La sua danza pure. Sono come il Gigante (personaggio che compare nelle poesie della seconda parte della raccolta) che tutto mangia, anche il cibo più indigesto come l’inquinamento, ma rimane buono, perché il suo cuore non si lascia contaminare dai veleni del mondo.

Tatuaggi e farfalle. Tanti sogni finiti in mare. Come le tante vite di chi affronta il mare in condizioni estreme per disperazione.

Come Nijinsky lo definirei un romanzo di poesia danza. Dove le protagoniste nascono da riflessi della mia personalità ma che poi diventano altro e si nutrono di luce propria. Questo è il mio grido femminista per difendere la pace e l’armonia nel mondo. Affronto una tematica complessa che è la narrazione del mito, andando a cercare altre voci. Nel caso di Medea, la voce di Christa Wolf. Insieme a lei indago la versione che non la vede ammazzare i suoi figli, vittime invece di un perverso sistema di potere.

Controcanto – C’è sempre un dolore più grande – Opera doppia raccoglie il dolore di una figlia che perde il padre ormai anziano, giunto alla fine naturale della propria vita e il dolore di un padre che perde la figlia giovanissima uccisa da un bomba turca nel conflitto siriano. Quale il dolore più grande? Esiste un dolore che supera quello delle perdite immense delle vite dei bambini e degli indifesi durante le guerre? Ancor oggi tutto ciò continua ad accadere… e le lacrime di chi rimane si mescolano al sangue di chi non c’è più. Non per morte naturale. Ma per morte violenta. Io ho sofferto davvero tanto quando è morto mio padre. E non me ne facevo una ragione. E allora, cosa devono dire tutti coloro che perdono i propri cari in morti non naturali?

Questo mi fa capire quanto poco siano utili le parole, ma continuo a sognare un mondo migliore e le mie armi sono le parole. In conclusione direi che nei miei versi cerco di passare un messaggio di amore … cerco di confondermi nella metafora della maternità per parlare del prendersi cura dell’altro
Ho 64 anni, i miei piedi grandi mi servono per stare bene ancorata laddove vado. Senza mettere radici in un luogo particolare perché la mia terra è il mondo intero. Per ritornare alle origini: sono nata in terra di confine ecco perché non credo ai confini e alle separatezze. Mio padre era militare ma non ha mai usato il suo potere contro di me o contro altre persone. L’amore era la sua religione. Purtroppo non la pensano così i tanti militari nel mondo. Ma non la pensa così il potere che si aggrega per decidere delle sorti del mondo. Ho ancora tempo però per cercare altre parole che sostengano i miei sogni e quelli dei più deboli. E non voglio sprecarlo.
Abbiamo incontrato la poetessa Sylvia Zanotto: l’intervista
Abbiamo incontrato la poetessa Sylvia Zanotto: l’intervista!


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