
In una pensione di Parigi, tra il chiacchiericcio spento e i bicchieri mezzi vuoti, un uomo prende la parola. Non lo fa per vantarsi né per giustificarsi: parla perché non può più tacere. È una confessione, e come tutte le vere confessioni, non è solo un resoconto, ma un tentativo disperato di dare forma al caos della memoria.
Golubčik, ex ufficiale e uomo in fuga, racconta la sua vita con una lucidità febbrile. Si dichiara assassino, ma più che un colpevole sembra un testimone disilluso della propria esistenza. Joseph Roth gli presta una lingua sobria e densa, priva di ornamenti ma carica di malinconia. Ogni frase pesa, ogni dettaglio è intriso di ciò che resta dopo la fine di un mondo.
La confessione si snoda come un monologo interiore condiviso: non cerca assoluzioni, ma ascolto. E chi legge, come gli ospiti silenziosi della pensione, resta catturato, inchiodato da una voce che parla anche per lui.
Confessione di un assassino è un romanzo breve ma profondissimo, in cui Roth mette in scena non un delitto, ma una coscienza. Una confessione che è, in fondo, una forma di resistenza contro l’oblio.
Recensione di Karin Zaghi
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