Con l’intervista ad Alessandro Robecchi abbiamo approfondito la dimensione Noir, partendo dal suo ultimo romanzo Omicidi SRL

Alessandro Robecchi

1 Buongiorno e grazie per aver accettato nuovamente di concederci questa intervista. Le chiederei prima di tutto di presentarci questo nuovo romanzo “Omicidi Srl”.

Come per tutti i noir, è difficile parlarne, causa rischio di spoiler, e in questo caso ancora di più, perché la trama è veloce e piena di svolte che non ti aspetti. Diciamo che è una commedia nera, molto nera, con protagonisti due personaggi che di mestiere ammazzano la gente

2 Questo è il secondo romanzo ad avere come protagonisti il Biondo, Quello con la cravatta e Francesca Aroldi. Come ne delineerebbe le caratteristiche principali?

Diciamo che si sono allineati tre pensieri. Il primo è il noir, un genere nobilissimo, che ha le sue regole, dove il morto è all’inizio e sembra una formalità per trovare chi l’ha ammazzato. Ecco, volevo giocare un po’ con il genere, rispettando certi stilemi miei, ovvio, ma ribaltare un po’ le cose: tutti i gialli e le serie tivù sono piene di poliziotti, commissari, investigatori… tutti bravi, eh! Ma vediamola un po’ dall’altra parte. Secondo pensiero, la commedia. Perché si può ridere di tutto – anche dei morti ammazzati – e la commedia è uno straordinario pretesto per parlare di tutto, di noi e dei posti dove viviamo. Il terzo elemento è una cosa che ha un enorme potenziale satirico: l’azienda. I miei killer sono un’aziendina che funziona, spese, ricavi, sicurezza, tutto sotto controllo. Che il prodotto sia un cadavere è assolutamente secondario, perché nell’ideologia aziendale, che è poi quella dominante nella nostra società, il dubbi etici non servono. Come dice la Aroldi a un certo punto: “Nel dubbio fatturare, il capitalismo è una cosa abbastanza semplice”.

 

 

3 I primi due li abbiamo conosciuti nella serie di romanzi di Monterossi, cosa l’ha spinta a portarli in primo piano prima in racconto e poi su romanzi?

Ci pensavo da tempo, ma per una buona commedia ci vuole una storia all’altezza. Ritmo, giravolte, colpi di  scena… Ma confesso che uno dei motivi è stata la scrittura. Scrivere in tono di commedia è molto divertente, è una ricerca che deve stupire anche chi scrive, non solo chi legge e credo che nel libro questo si noti, che mi sono divertito anch’io, intendo. Poi ci sono i dialoghi, che devono essere fulminanti, rapidi, una partita di pingpong. Ha presente le vecchie commedie di Billy Wilder? Ecco, cercavo quel sapore lì. Che non sembri un paragone, eh, mi raccomando!

4 I due serial-killer si trovano per le mani due incarichi per certi versi quali speculari: un figlio che vuole liberarsi del padre e- più surreale- un vecchio antipatico che vuole eliminare il giovane ereditiero che, per di più, sembra avere una vita regolare ed è pure simpatico. Mi è parsa una perfetta rappresentazione del degrado della nostra società e del crollo dei rapporti di famiglia cosa pensa a riguardo?

Ah, le magie della famiglia! Beh, non è un caso che la stragrande maggioranza dei delitti si consumino in famiglia, dai femminicidi alle lotte dinastiche. Ma a parte questo, si uccide per quelle quattro-cinque cose dai tempi dei dinosauri, gelosia, invidia, odio, soldi, soprattutto soldi. Qui però il discorso sarebbe complicato. Ovvio che si parla della società, perché dietro il giallo e dietro la commedia c’è il mondo qui e ora. Si uccide la gente per soldi ogni minuto. In Italia ogni giorno qualcuno va a lavorare e non torna a casa, molto spesso a causa della ricerca di un massimo profitto, non è uccidere per soldi?

5 Non meno curioso l’accanimento con cui il sistema mediatico scava a fondo nei retroscena della prima morte per poi spegnersi di colpo all’inevitabile- e per l’opinione pubblica banale- chiusura delle indagini. A cosa si deve secondo lei questa fissazione morbosa verso fatti di sangue e la tendenza a vedere complotti è a cercare il colpevole più comodo a tutti i costi per poi perdere interesse alla chiusura del ciclo?

Voyeurismo e distrazione. La cronaca nera – il real crime, come si dice adesso – è diventato passatempo e intrattenimento, riempitivo per palinsesti deboli. Più che preoccupante la cosa è grottesca: si discute amabilmente di autopsie, gli anatomopatologi sono le nuove star della tivù. La cosa fa gioco, così non ci si occupa di cose più importanti, e poi è gratis, mentre ora anche guardare il calcio costa carissimo. E’ fare spettacolo (quindi soldi) con la morte degli atri… a proposito di cinismo.

6 Ci sarà in futuro la possibilità di vedere come protagonisti altri personaggi del ciclo di Monterossi? Penso a Ghezzi e Carella come già successo per certi versi con “I cerchi nell’acqua” ma anche agli altri e altre.

Ghezzi e Carella ne “I cerchi nell’acqua” giocavano da solisti, è vero, ma… Non funziona così. Non decido mai a partire dal personaggio. Devo rispondere alla prima domanda: cosa voglio dire, di cosa voglio parlare? Poi decido quali occhi guarderanno la storia, quali personaggi la faranno. Monterossi c’è, è tra noi, con tutta la sua banda, il suo è uno sguardo speciale, scanzonato e scettico, ma ben attento alle ingiustizie. Ecco, è comprensibile che in questi tempi di sgretolamento sia un po’ confuso. Appena avrà una storia arriverà.

7 Ammiro molto la sua prosa, capace di bilanciare con eleganza tensione, satira e black humour, realizzando in modo efficace un ritratto realistico della nostra società. Quale crede siano gli elementi fondamentali di un’opera narrativa e quanto conta l’equilibrio tra originalita della storia e una buona prosa?

Domanda troppo impegnativa per rispondere senza peccare di arroganza, mi astengo. Certo se hai una bella storia, dei buoni personaggi e la scrivi bene è meglio. Però posso dire questo: troppo spesso nei noir si trascura la scrittura a favore dell’urgenza della trama, è una cosa che mi irrita. Bisogna scrivere bene, giocare con il lettore, se serve, ma anche avere un suono, un timbro. Non lo so. Cito Marquez: “Il primo dovere rivoluzionario di uno scrittore è scrivere bene”.

8 Vorrei chiederle di parlarci di “Piovono pietre”, un libro ma anche il nome una sua pubblicazione periodica sul Fatto Quotidiano, come è nata questa idea e quali sono gli obiettivi che si prefigge ogni volta che scrive qualcosa sotto questo titolo?

Piovono Pietre è stata per cinque anni una mia trasmissione a Radio Popolare, che ha avuto un certo successo. Viene da un film di Ken Loach. Quando ho scritto un saggetto satirico per Laterza non avevamo il titolo e abbiamo usato quello, e poi è diventata la mia testatina sul Fatto Quotidiano. Ho sempre avuto una rubrica di mini-editoriale, per dieci anni sul Manifesto, ora, da quasi dieci anni anche qui, per il Fatto. E’ una finestrella di commento, ma soprattutto mi interessa una cosa: spesso viviamo delle assurdità e non vediamo più l’assurdo. A volte basta spostare di qualche grado la visuale e tutto risulta più chiaro.

9 Tempo fa ha dedicato un’opera a Manu Chao, esiste un altro artista di cui vorrebbe curare una pubblicazione?

Il libro su Manu era figlio della mia ammirazione per lui e per tutta la scena di quei tempi, dal punk latino alle musiche No global, che era anche una rivolta al dominio anglosassone sul rock e sulle musiche giovanili. Però, sì, capita che mi innamori di un artista. “Follia maggiore” è figlio di una cotta per Rossini, per esempio, e in “Flora” c’è un enorme, sentito e devoto omaggio a un grande poeta, Robert Desnos. Senza contare l’adorazione del Monterossi per Dylan… curare una pubblicazione non so, ma mai dire mai.

10 Un’ultima domanda, ringraziandola ancora per la disponibilità: quando tornerà protagonista Monterossi? L’ultima volta lo avevamo lasciato in una situazione sentimentale piuttosto complicata.

Monterossi tornerà quando avrà le idee più chiare. Non solo sulle ragazze – dopotutto se si mette nei guai sono fatti suoi – ma sul mondo, su quello che è giusto e quello che non lo è.

Intervista di Enrico Spinelli

 

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