Celeste si racconta: l’intervista a Roberta Lepri

Intervista n. 322
Partirei proprio dal titolo: Così celeste. È un titolo che suggerisce leggerezza e bellezza, mentre il romanzo nasce da un lutto e conduce la protagonista dentro ricordi tutt’altro che sereni. Che cosa rappresenta per lei quel “celeste”? È un colore, uno stato d’animo, una promessa oppure qualcosa che si conquista soltanto alla fine del viaggio?
Di solito scelgo il titolo a partire dal romanzo stesso, mentre lo sto scrivendo. A un certo punto mi blocco su una frase o su una parola e dico: “Eccolo qua”. Qualcosa di così calzante e suggestivo per me, rispetto al progetto che ho in mente, da riuscire a racchiudere tutto. Può accadere subito, alle prime pagine, oppure alla fine. Non mi metto a cercarlo, ho fiducia che capiti. Un po’ come chiedere al libro: forza, stupiscimi. Questo diventa per me un gioco che termina in una specie di epifania: genera meraviglia e torna a innescarla ogni volta che ci ripenso.
In questo caso specifico, avevo in mente la piscina come super personaggio, una presenza costante nella vita della protagonista, soprattutto nel dolore e nelle difficoltà. L’acqua rappresenta un elemento che la donna ama quando è mare aperto, libertà, sospensione dalla preoccupazione ma diventa detestabile quando è ambiente piccolo, costrizione, tentativo di sottomissione. Se l’acqua della piscina è madre matrigna, da fuggire, l’acqua come elemento della natura è madre benevola, qualcosa a cui tornare. Eppure sono fatte dallo stesso elemento e sono così celesti. Arrivare alla consapevolezza che entrambe le cose sono vere e trovano spazio dentro di lei è il percorso di vita di questa donna senza nome. Perciò è un titolo che contiene sia dolore che leggerezza. Si tratta del colpo d’occhio finale di chi osserva una situazione complessa e la accetta, infine, così com’è, ritrovando la pace.

La protagonista è una scrittrice sessantenne senza nome. Quanto c’è di Roberta Lepri nella protagonista e, soprattutto, quanto è stato difficile decidere dove fermarsi, cioè dove la realtà dovesse lasciare spazio alla finzione?
Nella protagonista c’è moltissimo di me e del mio vissuto. Non mi sono fermata. In questa scrittura non ci sono limiti, la finzione comincia quando vado oltre la mia storia personale che è tutta sul tavolo a carte scoperte, inventando nuove difficoltà da superare, aggiungendo dolore a dolore, solitudine a solitudine. Non è stato difficile, si è trattato di immaginare cose nuove e terribili. Fino alla liberazione finale.
Tutto comincia con la morte del cane. È un lutto apparentemente piccolo rispetto alla minaccia di una guerra atomica che incombe sul mondo, eppure per la protagonista è un dolore enorme. Perché ha scelto proprio la morte di un animale amato come punto di partenza per raccontare una crisi esistenziale così profonda?
Tra le cose che più temo c’è proprio la morte del mio bassotto, che è qui con me e ha superato i quattordici anni di età. La sua fine incombe come un evento personale, catastrofico e inevitabile. Ho pensato che fosse perfetta da immaginare e mettere in relazione con un disastro universale, che tutti purtroppo temiamo e ormai sentiamo possibile. Mi serviva per mostrare insieme un immenso lutto personale e un altrettanto grande lutto planetario. L’ho scelto perché sulla pagina doveva esserci tutto il dolore possibile, subito. Volevo generare lo smarrimento necessario a un’apocalisse che fosse insieme individuale e generale. Doveva essere messa in crisi l’esistenza di tutti, a partire dalla mia.
C’è un’immagine che mi ha colpito particolarmente: la protagonista va a seppellire il cane nella villa di famiglia, proprio nel luogo che ha rappresentato per lei umiliazioni e sofferenza. È come se per poter seppellire il passato fosse necessario tornare fisicamente nel luogo in cui quel passato è nato. Era questa, per lei, la funzione della villa?
La protagonista decide di seppellire il cane nella villa di famiglia perché è ormai un luogo abbandonato, abitato solo da brutti ricordi. Le sembra la scelta più ovvia, quella di aggiungere dolore a un posto da sempre deputato a crearlo. Decide di scavare, ed è difficoltoso. Pensa di seppellire e nella pratica è ciò che fa ma a livello psicologico avviene il contrario, è scavando che il passato torna alla luce in tutta la sua potenza, insieme distruttiva e rigeneratrice.
E poi c’è la piscina, che è forse l’immagine più potente del romanzo. I genitori la desiderano, la costruiscono, ne fanno un simbolo di prestigio; per la protagonista, invece, è quasi una ferita. Mi è sembrata una metafora perfetta di come una stessa cosa possa rappresentare felicità per qualcuno e dolore per qualcun altro. Quando ha capito che quella piscina avrebbe avuto un ruolo così importante nella storia?
La piscina per la protagonista è davvero una ferita e l’offesa avviene su più piani. In primo luogo viene ferita la terra, poi tutto un sistema di relazioni famigliari. La costruzione della piscina segna un punto di non ritorno nella crisi tra la donna e i suoi genitori. Quand’è che comincia a vivere (come idea di opulenza? Di bellezza? Di felicità?) nella testa di chi decide di costruirla? Perché dunque si decide di volerne una? E di che cosa si tratta esattamente? Diciamo che a volerla definire con precisione la piscina è un contenitore. Un grembo materno pieno d’acqua che può cullarti o decidere di stringerti con il suo cordone ombelicale fino a ucciderti. Per la protagonista non è solo un esecrabile status symbol: detesta la piscina e insieme detesta la madre. Si sente rifiutata da entrambe e perciò le rifugge. Inoltre, questo contenitore segue e supera le sorti della famiglia, nel momento dello splendore accoglie umani rabbiosi, in quello della decadenza rane canterine e bisce pacifiche. Ma continua a esistere e a resistere oltre le brevi vite dei singoli. Immota, distaccata e celeste. Perciò l’ho scelta.
Nel romanzo, mentre il mondo rischia di finire per una guerra nucleare, la protagonista sembra finalmente cominciare a vivere. Secondo lei, abbiamo forse bisogno di pensare che tutto possa finire per renderci conto di ciò che abbiamo realmente vissuto?
Sicuramente nell’imminenza della fine scatta qualcosa che ci rende capaci di apprezzare a pieno ciò che viviamo e di dare il giusto valore ai momenti di felicità che abbiamo avuto. Non abbiamo bisogno di pensare che stia per finire ma di assaporarlo mentre termina. Magari con un trionfale stupore.
La protagonista rimane senza telefono, senza automobile funzionante, senza possibilità di comunicare con il mondo esterno. La tecnologia scompare e al suo posto arrivano la terra, gli animali, le bacche, i funghi, la necessità di procurarsi il cibo e persino quella di imparare a sparare. È un ritorno all’essenzialità. Lei pensa che oggi abbiamo bisogno di perderci qualcosa per ritrovare noi stessi?
La tecnologia incombe sulle nostre vite e ci opprime, portando via la cosa più preziosa che abbiamo. Toglie minuti, ore, giorni e anni alla nostra attenzione, alle relazioni umane, all’affettività e al sano ragionamento. La natura è la nostra sola salvezza. Dobbiamo fare uno sforzo e cercare di scappare lontani dai telefonini, dai computer, dai social, da ciò che vogliono farci pensare, dal conformismo indotto dagli algoritmi. Alla protagonista del mio romanzo capita per caso – resta da vedere se il caso esiste o se le cose accadono per un nostro profondissimo bisogno di farle succedere – ed è da lì che comincia il suo percorso di guarigione.
A un certo punto la protagonista comincia a raccontarsi delle storie e, come in una sorta di moderno “Foglie d’erba” decide di concentrarsi sui momenti felici della propria vita. Trovo sia uno dei passaggi più belli del romanzo: per vivere non sembra necessario cancellare il dolore, ma imparare a dare il giusto spazio anche alla felicità. È questa la consapevolezza più importante a cui arriva la protagonista?
L’elenco cronologico dei momenti felici è qualcosa che realmente mi appartiene. Come è logico, arrivò nella mia vita in un momento davvero buio, in cui dovevo decidere se lasciarmi andare e perdermi oppure concentrarmi e scavare per ricavare qualcosa di buono. Per me, la cosa migliore che genera una ricerca di questo tipo è lo stupore. Chi ha vissuto un’esistenza segnata dalla mortificazione non si aspetta che i momenti felici siano così abbondanti. Ed è soprattutto questo che ho voluto regalare alla protagonista, un grandissimo senso di meraviglia di fronte alla felicità passata. Che sembrava talmente perduta da credere di non averla neanche mai vissuta.
In Così Celeste la scrittura non è soltanto il mestiere della protagonista. Diventa uno strumento per sopravvivere, per mettere ordine, quasi per riscrivere la propria esistenza. Lei ha sempre pensato alla scrittura come a una forma di cura oppure questa dimensione è emersa durante la stesura del romanzo?
A proposito di scrittura, in questo romanzo c’è una delle frasi di cui vado più orgogliosa, e che questo anno Voland ha scelto di stampare sul cartellone della mia copertina a BookPride: “Anche in un mondo che stava per finire, la mia voglia di raccontare non era morta”. Qui c’è tutto quello che io provo per la scrittura. Va oltre la dimensione della cura. Anzi, a dirla tutta io non penso che su di me lo scrivere abbia effetto terapeutico, anche se naturalmente serve a oggettivare il dolore e dunque a prenderne le distanze. Dopo la stesura di questo romanzo, comunque, non mi sono sentita sollevata. Niente lenisce la mia pena nel momento in cui torno con il pensiero alle cose che mi hanno spaventata, frenata, illusa e disillusa. Però, per dirla con Marquez, valeva la pena viverle per raccontarle.
Arriviamo forse alla metafora più bella del libro: dai semi gettati con noncuranza possono nascere splendide piante di pomodori. È un’immagine che sembra parlare della vita stessa: non tutto ciò che abbiamo fatto senza sapere dove ci avrebbe portato è necessariamente andato perduto. Quanto le appartiene personalmente questa idea?
L’idea che dei semi gettati con noncuranza possano portare nuova vita mi appartiene sia in maniera ideale che concreta. Amo pensare che non ci sia spreco, e che si possa imparare anche da ciò che ci ha fatto del male. E amo vedere le piante crescere, soprattutto in modo sorprendente e spontaneo. Trovo che il flower bombing (si fanno piccole palle di terriccio e semi che vengono poi gettati nelle aiuole pubbliche per fare nascere nuove piante e nutrire gli uccelli) sia un atto di amore universale. Sul mio piccolo balcone ho due piante di limoni, due di avocado e una di nespolo e sono tutte nate dai semi che ho buttato nel vaso. I limoni sarebbero da innestare, altrimenti non daranno mai frutti; magari prima o poi imparerò a farlo.
Dopo La Gentile, con Così Celeste compie anche una scelta molto diversa sul piano narrativo: dalla ricostruzione storica e da personaggi legati a un’epoca precisa passa a una storia molto più intima, contemporanea. È stato più difficile raccontare il passato degli altri o raccontare, sia pure attraverso la finzione, qualcosa di così vicino a sé?
Il romanzo storico è un genere che mi appassiona moltissimo. Mi piace fare ricerca, credo sarebbe stato il mio lavoro ideale e mi ci dedico senza fatica. Mi esalto nel legare la storia all’immaginazione, nel cercare il dettaglio anche minimo, vagliando le epoche attraverso le mode, il cibo, l’economia, il lavoro, la condizione femminile. Raccontare di me non è stato difficile, solo molto penoso. Però sono soddisfatta del risultato, andava fatto, lo dovevo a me stessa.
Se dovesse scegliere una sola cosa che vorrebbe restasse al lettore dopo aver chiuso il libro, quale sarebbe?
Al lettore di Così celeste vorrei che restasse la speranza di un bel tramonto trascorso a succhiare un pezzetto di favo pieno di miele. Nonostante tutto ciò che ha vissuto prima di quel momento.
Ci può consigliare 5 libri da leggere per i nostri lettori.
Il Maestro e Margherita, Cent’anni di solitudine, La mia Africa, La Storia, Il giardiniere e la morte.
Intervista di Egle Spano’


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