CARTAGLORIA Rosa Matteucci

CARTAGLORIA, di Rosa Matteucci (Adelphi – aprile 2025)

 

 

“La bambina-io vive imprigionata nel corpo che cresce, poi a un certo momento smette di farlo, ella non invecchia più, cristallizzata com’ è nel bozzolo d’ambra dell’ infanzia, preda delle paure dei piccini, il buio, l’ orco, l’abbandono, l’ ignoto, attanagliata dalla gelosia infantile che può addirittura uccidere per quanto è feroce e dolorosa, mentre nel tempo il corpo di chi la custodisce si disfa e corrompe.”

A volte la famiglia è una gabbia.

Questo ho pensato leggendo la storia della protagonista del romanzo “Cartagloria”, che poi in qualche modo è l’ autrice stessa, che nasce in una famiglia orvietana un tempo ricca e illustre ma ormai totalmente decaduta e sul lastrico. Un padre amatissimo ma evanescente, irresponsabile, che ha sperperato tutto ai tavoli da gioco. Una madre anaffettiva, distante, pigra, distratta, che continua a leggere riviste sdraiata sul divano mentre sua figlia non mangia abbastanza e ha le scarpe rotte. La nonna immersa nelle preghiere, nell’ammirazione delle reliquie preziose collezionate nel corso di centinaia di anni.

 

Il nonno sopraffatto dalla vergogna che spara ai suoi adorati pastori tedeschi prima di tentare il suicidio. Tutti aggrappati ad un tempo inesorabilmente tramontato, in cui loro erano i padroni e i contadini obbedivano, in cui si sedevano al primo banco della chiesa, che recava la targa dorata con il loro nome inciso, e gli altri dietro. Incapaci di ricostruirsi in un modo nuovo, quando perdono la grande villa scappano lontano, a Venezia. Poi tornano, ma niente nella loro mentalità sembra cambiato, e la bambina cresce, diventa una ragazza e poi una donna, prigioniera nella mente di un mondo vetusto, classista, nel quale lei cerca rifugio e sicurezza, ma le si sfalda tra le mani.

La sua estenuante, pervicace e sincera ricerca del trascendente la porta dall’India a Lourdes, dai gruppi di preghiera della Soka Gaccai a un bizzarro esorcista, fino a trovare lenimento alla sua anima sofferente nella partecipazione al rito tridentino, che la riconnette con i fantasmi della madre, della nonna, delle antenate, di nuovo il comodo, vetusto, polveroso e soffocante “piccolo mondo antico”.

Ma la nostra protagonista è troppo intelligente per non saperlo, ne è consapevole, ma lo accetta, come la sua croce personale, così come è consapevole della mancanza di amore nell’ infanzia come radice del suo sentirsi sempre rifiutata, fuori posto, e del suo essere rimasta nel profondo una bambina sofferente. E difatti chiude la sua ricerca del trascendente, che è poi una ricerca di amore, con la presenza nella sua vita della Vergine Maria, la madre dolcissima di cui ha sempre avuto bisogno.

 

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