NELLA CARNE, di David Szalay (Adelphi – novembre 2025)

Recensione 1
Quarant’anni di storia, dall’Ungheria all’Inghilterra e ritorno in Ungheria. Da un lato la vita minimalista e sovietica da cui il protagonista va via a una Londra dapprima ostile e remota e poi conquistata grazie a una serie di fortunati eventi che porteranno il protagonista a una scalata quasi involontaria al successo e alla ricchezza vera.
Un romanzo che già nel titolo contiene la chiave della parabola del suo anonimo protagonista. La carne è, appunto, il motore della vicenda, è ciò che fa curvare gli eventi. Lui è un maschio che, forse anche per un abuso subito a quindici anni da una vicina un po’ troppo vogliosa, si rapporta al mondo rispondendo solo ai segnali del corpo e il suo è un approccio reattivo agli stimoli. Non è un maschio alpha nel senso convenzionale del termine, ma risponde sempre alle sollecitazioni che vengono dal mondo femminile. Nessun appetito sfrontato ma una tensione che pervade il romanzo dall’inizio alla fine, un presagio di finitezza e di perdita che avvolge il personaggio che, però, nella sua inerzia riesce a controllare il dolore che arriva, forte e luttuoso. Il suo “Ok”, la risposta che affiora alle sue labbra nelle circostanze più disparate, è la cifra stessa del suo stare al mondo. Nonostante o forse proprio grazie a una narrazione prosciugata da ogni compiacimento retorico, il romanzo si sviluppa in modo ipnotico e perturbante, mostrandoci un uomo senza qualità che attraversa una vicenda umana in modo passivo.
E nonostante questa inerzia in questo romanzo succedono un sacco di cose, la vita si mostra nella sua potenza e miseria e una sottile ansia si impossessa di noi che leggiamo per il senso di tragedia che incombe. Un narratore che sembra freddo e impersonale si mette quasi a livello del suo Itsvan, mostrandolo mentre si muove nel mondo. Eppure, al di là di questa narrazione apparentemente piatta, si muove qualcosa di potente. I destini degli esseri umani, il modo in cui amore e opportunismo si mescolano, amori ridicoli perché questo narratore un po’ irridente e mattacchione ci sta forse smontando la retorica dell’amore romantico. E nonostante un presente usato per dare maggiore enfasi a questo sfare al mondo in modo inerte, i salti temporali costringono il lettore a riempire l’ellissi, a provare a capire cosa ha prodotto nel protagonista un determinato evento.
A me questo romanzo è piaciuto moltissimo per il congegno a orologeria implacabile che lo governa, per quello che suggerisce a proposito dell’inconsistenza di tante vite, per le descrizioni di una Londra che mai sarà davvero di Istvan ma rimarrà una specie di miraggio, per i sentimenti che questo uomo passivo percepisce solo attraverso la carne. Ed il romanzo sembra, appunto, dirci che noi viviamo nella carne e quello che presupponiamo di essere è sempre un tantino scollato dagli impulsi
Recensione di Marianna Guida
Alcuni anni fa Alessandro Baricco paragonava la scrittura di Carver ad uno scatto fotografico. O meglio, descriveva la pagina di Carver come l’insieme di tanti piccoli pezzetti di vita. Carver srotolava rulli di pellicola – le vite dei suoi personaggi – , ne ritagliava alcuni pezzetti e li incollava sul foglio.
Così ci appare la vita di István, protagonista del romanzo “Nella carne” di David Szalay, fresco vincitore del Booker Prize.
Dalla sua adolescenza alla maturità, seguiamo il suo percorso di crescita e le molteplici fasi di iniziazione alla vita come fossimo al cospetto di una galleria di quadri, frammenti, pezzetti di vita.
Sappiamo lo stretto necessario di ciò che accade nello spazio tra un segmento e l’altro, tra il quadro precedente e quello successivo.
I fatti salienti e i momenti cruciali della sua esistenza, i successi e i fallimenti, l’ascesa e poi il crollo della sua stella vengono narrati “in medias res”. I dolori e i traumi, le sue pulsioni e le sue aspirazioni, gli innumerevoli “Okay” pronunciati e ripetuti come una sorta di tic verbale, tutto appare come gettato sulla pagina, o forse (meglio) come frutto di un lavoro di sottrazione, di una scrittura “al meno” che miracolosamente riesce a togliere, togliere, togliere e al tempo stesso raccontare molto.
Accompagniamo István fino all’ultimo quadro di questa galleria che però (attenzione) non è la fine della sua esistenza. È il momento in cui l’autore si congeda, distoglie lo sguardo e fa calare il sipario sulla vita del suo personaggio.
Non sappiamo cosa ci sarà al di là di quella tenda, sappiamo appena che “da quel momento vive solo”. Come l’ultima parola de “L’urlo e il furore” di Faulkner, quel “resisterono” che lascia appena intravedere lo scorcio di un futuro che non ci riguarda, perché è giunto il momento per noi di distogliere lo sguardo.
David Szalay
“Nella carne”
Traduzione di Anna Rusconi
Adelphi.
Recensione di Valerio Scarcia


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