Booker Prize 2016 – LO SCHIAVISTA Paul Beatty

Booker Prize 2016 – LO SCHIAVISTA, di Paul Beatty (Fazi)

Avevo promesso di dire qualcosa su ognuno dei libri che avevo preso in prestito in biblioteca. Mi sono bloccata su questo testo a un passo dalla fine per cause di forza maggiore, giusto una ventina di pagine che ho recuperato poco fa, alla fine della giornata, dopo tre giorni senza riuscire a toccare libro.

Non ho molta concentrazione per scrivere una recensione degna di questo nome, ma posso dire senza ombra di dubbio che è un testo totalmente dissacrante e politicamente scorretto. Con l’espediente di un membro della comunità nera di un quartiere malfamato di Los Angeles che ripristina la segregazione razziale per risvegliare il senso di comunità e migliorare le condizioni di vita della stessa, l’autore applica il principio di estremizzazione della realtà: portando appunto all’estremo si mette in luce l’esistenza di atteggiamenti razzisti conclamati nella vita di tutti i giorni. Atteggiamenti talmente ovvi e accettati da non destare nemmeno sconcerto.

È persino difficile riportare dei passi dal romanzo: alcuni sono molto lunghi e dovrei riempirli di asterischi per evitare di incorrere nelle censure social. Voglio comunque estrapolare alcuni esempi di questa scrittura, così cruda e vera nella sua esagerazione: sull’onda della deformazione gonfia la realtà fino al paradosso per risvegliarci col botto dell’esplosione e renderci conto che in effetti semplicemente ci rifiutiamo di ammettere che nulla è cambiato nella sostanza ma solo all’apparenza.

<<Qui in America, “integrazione” può essere una copertura. “Non sono razzista. La ragazza che ho portato al ballo della scuola, un mio cugino di secondo grado, il mio presidente è nero (o qualcos’altro)”. Il problema è che non sappiamo se l’integrazione sia naturale o innaturale. L’integrazione, forzata o meno, è una forma di entropia o di ordine sociale?>>

<<È questa la differenza tra la maggior parte dei popoli oppressi del mondo e i neri americani. Gli altri giurano di non dimenticare mai, mentre noi vogliamo cancellare tutto dalla fedina penale, sigillarlo e archiviarlo per l’eternità. Vogliamo qualcuno come Foy Cheshire, che presenti il nostro caso al mondo dando istruzioni alla giuria di non tenere conto di secoli di scherno e stereotipi, e di fingere che i poveri neg*i di fronte a voi stiano iniziando dal niente.>>

<<“È illegale gridare “al fuoco” in un cinema pieno di gente, giusto?”

“Sì.”

“Bè, io ho sussurrato “razzismo” in un mondo post razziale.”>>

<<I neri poi non la nominano nemmeno la razza. Niente è più attribuibile al colore. Sono tutte “circostanze attenuanti”. Gli unici a discutere di “razza” con un minimo di lucidità e coraggio sono uomini bianchi di mezza età che idealizzano i Kennedy e la Motown, ragazzi bianchi acculturati e di aperte vedute come l’essere spettrale con la maglietta “FREE TIBET AND BOBA FETT” seduto accanto a me, qualche giornalista freelance di Detroit e gli hikikomori americani chiusi in cantina a pestare sulla tastiera per comporre risposte pacate e meditate all’interminabile torrente di commenti razzisti online.>>

<<Il silenzio può essere una forma di protesta oppure di assenso, ma il più delle volte è paura.>>

Recensione di Deborah Venuta

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