BIANCA COME IL LATTE ROSSA COME IL SANGUE Alessandro D’Avenia

BIANCA COME IL LATTE ROSSA COME IL SANGUE, di Alessandro D'Avenia

BIANCA COME IL LATTE ROSSA COME IL SANGUE, di Alessandro D’Avenia

Mi chiedo il perché ho comprato questo libro pur avendo nella mia libreria ancora tanti libri da leggere, classici e non, più adatti a una donna che ha  oltrepassato il mezzo secolo.
E infatti, era prevedibile, il risultato si è rivelato una delusione.
Stile semplice, scrittura fluida ma piatta tanto da avere difficoltà nella lettura per la mancanza di una sincera musicabilità, di una sentita poesia, di un certo pathos viscerale.

 

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E’ pur vero che l’io narrante è un ragazzo di sedici anni dal nome abbreviato Leo, ma credetemi ne ho letti libri scritti da ragazzi: questo è proprio poco empatico e dal sapore greve.
Appare evidente che la mano non è di un giovinetto, ne’ carne né pesce, ma la penna è impugnata da un adulto che indossa le vesti di adolescente. E per questo motivo tutto diventa ridondante e ridicolo.

Frasi fatte, sogni ripetuti, immagini da filmetto rosa, luoghi comuni, lacrime da collirio, il tutto in un linguaggio così poco profondo da risultare scialbo.

Non si percepisce il dolore, non si tocca la sofferenza:  entrambi rimangono in superficie. Non si arrivano neppure a sfiorare gli abissi sebbene vi sia presente la morte della bella Beatrice, scomodando Dante. Un atteggiamento narrativo urticante.
Certo, direte voi, cari amici e amiche, non ho più l’età per leggere queste  storie adolescenziali al “Sapore di mare”, “Tre metri sopra il cielo”; fare incisioni sulla povera corteccia di un albero,   apporre un lucchetto sul ponte. È vero, ho sbagliato.

 

 

Ma io in questa storia volevo ritrovare qualcosa del mio passato giovanile  che sembra io abbia cancellato con un colpo di spugna. Colmare un vuoto.

Purtroppo la narrazione si è rivelata un bluff. Non ho trovato alcunché di interessante né nei giovani protagonisti troppo viziati, un format di successo,   né nelle famiglie eccessivamente comprensive, né nel professore sognatore alla Robin Williams, né negli amici così tenaci, né nel linguaggio rivelatosi  di un’immaturità spiritosa nelle prime pagine che si evolve in una filosofia spicciola alla fine.

Boh! La mia adolescenza, a quanto pare non vale neppure la pena di  essere menzionata nei libri. È passata indolentemente senza lasciare traccia. Un buco.

 

 

Non mi ricordo di aver avuto sogni da realizzare e se ci fosse stata una fioca, labile fiammella in questo senso, questa è morta sul nascere: né la mia famiglia, occupata seriamente in tutt’altri problemi, né caparbi professori, né amici tenaci di vario genere sono stati pronti a non farla spegnere. Non parliamo dei primi amori. A sedici anni non mi cacava nessuno e di contro io non cacavo nessuno. Egoismo contro egoismo. Paura contro paura. Fallimento contro Fallimento. Silenzio contro silenzio.

Nessuno si perdeva nell’azzurro come il mare, nel verde come i prati dei miei occhi che fra l’altro sono neri come la pece.
Nessuno mi accarezzava i fluenti capelli rossi come il sangue o morbidi come la seta, i miei capelli erano di un colore indefinito, crespi e stopposi come la scopa della befana.

Anche 40 anni fa se non avevi certi canoni estetici non avevi speranza di attrarre qualcuno a prima vista; se non indossavi i wragler o non ti avventuravi ai concerti pronta a pernottare nei prati eri out.

 

 

E poi a casa un’altra storia.
Se per caso  mi attardavo a contemplare  il cielo notturno in cerca di Perseo, Adromeda e Pegaso mia madre mi scuoteva urlandomi che non c’era tempo per sognare.
E a scuola.
Se i miei compagni, di cui non ricordo neppure il nome, per caso mi invitavano a qualche festa mi consigliavano ghignazzando di non conciarmi come al solito.

I professori non mi hanno mai chiesto nulla di personale, solo la prof d’italiano mi premiava con voti alti nei temi che riteneva originali, malgrado  lacune grammaticali e di sintassi (che mi tormentano ancora), senza comunque spingersi oltre il semplice “brava” sussurrato a occhi bassi come per sottointendere un “ma” dubitativo.

Di che cosa stiamo parlando, allora, di favolette…
” Ci sono parole inutili che sono solo respiro che si perde nell’aria”
Non metto in dubbio che le scene raccontate nel libro, dove le ragioni narrative, comunque,  hanno la meglio sulla realtà, qualcuno/a di voi l’abbia vissuto veramente. Se è cosi, allora, io, ne siete certi, sono stata quella che fa da cornice, la lunga, la secchiona, la musona, la goffa, che ha dato valore ai vostri giovani anni.

 

Invidia, gelosia, nostalgia di ciò che non è stato?  Sicuramente. È ovvio!
E tutto ciò è anche il motivo per cui ho comprato questo libro, una forma di struggente malinconia per un’adolescenza che non mi ha regalato neppure i ricordi tanto da sbirciare quella altrui dal buco della serratura, un po’ come chi guarda, oggi, il “Grande Fratello”.

Che dirvi cari amici lettori, ogni storia raccontata acquista valore per chi la legge.
Questa, per me, si è persa nella vastità dell’acqua di mare, un rivoletto di spuma, senza che abbia lasciato alcuna traccia, né emerso significativi ricordi.

“Con lo sguardo fisso, immobile, attento su di lei, mi chiedo perché il dolore e la gioia piangano allo stesso modo”

 

Recensione di Patrizia Zara

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