BÉBI il primo amore Sándor Márai

BÉBI, il primo amore, di Sándor Márai (Adelphi)

Vi ricordate il primo amore? Che lascia dentro un ricordo indelebile perché è per la prima volta che abbiamo sentito battere forte il cuore, la prima volta che ci siamo lasciati andare ad emozioni romantiche, la prima volta che ci siamo sentiti invincibili e colmi d’amore da donare. Siamo pervasi da una felicità strana, che dà le vertigini.

Un insieme di tutto ciò lo prova un insegnante di latino cinquantenne che vive solo e che conosciamo affetto, forse, da una crisi esistenziale. Sì, perché vive in un recinto di ossessioni che si ripetono quotidianamente, con triste monotonia e sempre in solitidine: passeggiate sui bastioni della città, serate al circolo, lezioni a scuola senza troppo coinvolgimento, ma come una stanca ripetizione; giorni grigi o incolore che a lui, però, sembrano piacere, ma è più un autoconvincimento che altro, forse per non soffrire troppo se ci mettesse a pensarci.

Ma un’occasione del genere per rifletterci e guardarci dentro gli viene offerta durante una vacanza estiva in montagna. Sembra che qualcosa in lui inizi ad incrinarsi quando si confida con suo grande stupore con un perfetto estraneo. Questo causerà in lui un vero e proprio terremoto interiore. Le sue difese sembrano allentarsi, il suo vuoto esistenziale inizia impercettibilmente a riempirsi di senso; in fondo l’uomo è un animale sociale e il professore sembra comprenderlo solo ora, a cinquant’anni ormai suonati. Allora parte un desiderio quasi brutale di rincorre il tempo perduto nella pigrizia emotiva, nel grigiore di una passività senza senso.

Una sensazione amplificata ancor di più con l’arrivo in classe, nel nuovo anno scolastico di sei alunne in un classe solitamente di soli alunni e la successiva scoperta di un segreto intercettato attraverso un foglio scambiato furtivamente tra gli alunni, ma che sarà per il professore causa di una progressiva invidia per quella giovinezza, ormai perduta, e per una specie di amore che sentirà crescere dentro di sé.

Il romanzo (il primo di Márai) racconta di un turbamento, di una dolora presa di coscienza del tempo perduto, della fugacità dell’esistenza, di un rincorrere emotivo che si fa struggimento, poi invidia e raggiunge un baratro pericoloso.

La penna dell’autore è straordinaria perché scava nelle profondità dell’animo del professore, modifica in lui le percezioni prima e dopo le crepe del sentimento, di quanta tristezza e nostalgia cupa nasce quando si comprende che si è lasciato andare il tempo e si cerca di muoversi, mettersi in discussione, fuori tempo massimo.

Lo scrittore racconta di cambiamenti laceranti con estrema delicatezza. Il romanzo è bellissimo, una scrittura magistrale che racconta la storia nella forma del diario e quindi ancora più intima, vibrante di emozioni che cambiano, su modificano, si sovrappongono, creano un languore infinito.

“Mi trovavo davanti ad una forza sconosciuta, perturbatrice, che agiva nella mia vita e alla quale non potevo opporre resistenza. Per molto tempo non si ha idea di cosa si tratti. Di solito si dice che è l’inizio della vecchiaia. Ma non era la conseguenza di qualcosa. Non ero malato, non conoscevo una vita sregolata; il giorno prima non avevo niente, e adesso mi svegliavo mezz’ora più tardi e dimenticavo a casa il libretto. Che cosa mi era successo? Quando era successo? Di giorno non percepivo cambiamenti. Sarà fresche queste cose accadono nel sonno? E da dove comincia? Dalle gambe o dalla testa? Dalle mani o dai capelli? È qualcosa di inafferrabile. Ho dovuto cedere”.
Buone letture!

Recensione di Elisabetta Baldini

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