Autori a confronto: Joseph Roth – Stefan Zweig – La Cripta dei Cappuccini Joseph Roth

Autori a confronto: Joseph Roth – Stefan Zweig – La Cripta dei Cappuccini, di Joseph Roth

 

 

 

 

 

 

Quando nel 1938 Roth pubblica questo romanzo, è ben conscio della direzione verso la quale sta andando l’Austria: una consapevolezza che si sente pagina dopo pagina, come pressione costante. L’avvio, poi, mette subito le coordinate. Aprile 1913, Vienna: compare Joseph Branco, cugino arrivato dalla campagna, maronaro stagionale, con una richiesta concreta e con addosso quella periferia dell’Impero che il centro preferisce non vedere. Franz Ferdinand Trotta lo accoglie da giovane signore viennese, con la sicurezza di chi vive tra caffè, amicizie e consuetudini che sembrano eterne. Eppure, già in questa scena iniziale, si insinua il tema che farà da filo conduttore: l’Impero come grande macchina di appartenenze, sì, ma anche come rete fragile di doveri, favori, identità mescolate, e dunque esposte.

Da lì in avanti Roth lascia che la storia entri nella vita per usura. Arriva la guerra, arriva il dopo, e lo scarto non sta soltanto negli eventi, sta nel modo in cui cambiano i codici e si svuotano le parole. “Fedeltà”, “onore”, “patria” continuano a circolare, ma non reggono più come prima. Franz Ferdinand prova a restare dentro una corrispondenza rassicurante tra ciò che è stato e ciò che è, tra ruolo e realtà, e invece si ritrova in un tempo che non conferma più nulla. È qui che il romanzo convince e coinvolge: non racconta soltanto la fine di un ordine politico, racconta la fine di una sicurezza interiore, quella sensazione quasi automatica che il mondo sia “al suo posto”.

Ecco, dunque, che il titolo smette di essere un titolo e diventa un richiamo. La cripta dei Cappuccini, con gli Asburgo sepolti nel cuore di Vienna, promette continuità: sotto la superficie esiste ancora una radice intatta, un sigillo capace di rimettere ogni elemento al suo posto. Roth permette alla nostalgia di respirare, e nello stesso tempo la guarda da vicino, perché sa quanto facilmente possa trasformarsi in rifugio. La prosa resta sorvegliata, netta, senza ricami: proprio questa misura rende la malinconia più incisiva, perché non viene mai spinta, resta lì e lavora.

Chi ha letto La marcia di Radetzky riconosce subito la parentela, ma qui cambia la temperatura. Là si avverte un mondo che scricchiola e conserva ancora una scena; qui si cammina nel dopo, quando la scena resta in piedi come facciata e dentro si sente il vuoto. Il cognome Trotta pesa più del personaggio, e non a caso: è il segno di un’appartenenza che sopravvive come idea mentre la realtà la smentisce. Ecco dunque che la traiettoria, portata fino al marzo del 1938 con l’Anschluss sullo sfondo, non appare come colpo di scena, ma come esito coerente di un logoramento lungo.

Le mie recenti letture mi hanno riavvicinata al mondo di Zweig, e il confronto viene quasi da sé. Sono entrambi “austriaci”, ma con origini che contano: Zweig nasce nella Vienna del centro; Roth nasce a Brody, in Galizia, periferia dell’Impero. In Zweig spesso si sente l’accensione emotiva, l’urgenza interiore che stringe e accelera; in Roth si sente l’azione lenta della storia, la corrosione: lo spostamento dei confini, lo sfilacciarsi dei legami, l’identità che diventa un problema pratico prima ancora che filosofico. Due eleganze diverse, due modi diversi di arrivare alla stessa ferita.

Se cercate un romanzo intrigante, dalle sorprese continue, questa non è la sua strada. Se invece vi attrae entrare in una Vienna che resta elegante mentre diventa irriconoscibile, e seguire Franz Ferdinand mentre prova a tenere insieme ciò che si sta disfacendo, qui c’è una presa sottile e tenace; e quando si chiude l’ultima pagina resta addosso una lucidità quieta, difficile da scrollarsi.

 

Di Karin Zaghi

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