ANIME NERE Anna Foa Lucetta Scaraffia

ANIME NERE, di  Anna Foa  Lucetta Scaraffia (Marsilio)

” Lei che aveva sognato ricchezze e gloria vivrà, per sua fortuna dimenticata, nella periferia romana. E a Elena resterà la foto del suo battesimo, esposta a mostrare uno dei suoi titoli di gloria, il battesimo di un’ ebrea.”

Chi pensa che il passato sia scritto a matita, e possa essere cancellato e riscritto, si illude; il passato è vergato con inchiostro indelebile, a volte con il sangue.

In una cella del carcere di Regina Coeli è tuttora leggibile una frase scritta dal pugile Lazzaro Anticoli, tra le vittime dell’ eccidio delle Fosse Ardeatine: ” Sono Anticoli Lazzaro, detto Bucefalo, pugilatore. Si nun arivedo la famija mia è colpa de quella venduta de Celeste. Arivendicatemi.”

Celeste Di Porto viveva nel ghetto di Roma, in via della Reginella. Era giovanissima molto bella, appariscente, bruna di capelli, con occhi scuri e liquidi e labbra piene e rosse. Era soprannominata “Stella di piazza Giudia” per la sua avvenenza.

Il rapporto con le sue origini, con la sua gente, era però molto conflittuale. Convinta che la sua bellezza fosse un valore, e che le dovesse portare vantaggi, viveva come un’ ingiustizia la sua povertà, covando rancore nei confronti delle famiglie ebree più agiate. La rottura del fidanzamento con un ragazzo di cui era molto innamorata, proprio a causa del dislivello economico tra le due famiglie, segnerà un punto di non ritorno nella psiche forse non del tutto equilibrata di Celeste. Legatasi a un membro di una delle squadracce che all’ epoca imperversavano a Roma catturando gli ebrei per conto delle SS, inizierà a vendersi i correligionari, in cambio di denaro e gioielli, che, sottratti agli arrestati, lei non si faceva scrupolo di sfoggiare liberamente. All’ indomani dell’ attentato di Via Rasella, Celeste denuncerà ai fascisti e li aiuterà a catturare oltre venti ebrei, suoi conoscenti e vicini di casa. Tutti moriranno alle Fosse Ardeatine.

Con l’avvento della Liberazione fuggirà a Napoli, dove troverà riparo in un bordello, ma verrà riconosciuta, arrestata e tradotta a Roma, al carcere delle Mantellate. È qui che incontrerà un’ altra anima nera, forse ancora peggio di lei, perché più intelligente e consapevole: Elena Hoehn.

Se le autrici del libro parlano della vita di Celeste come di una “vita sprecata”, quella di Elena Hoehn è definita una “vita inventata”: tedesca luterana convertitasi al cattolicesimo, aveva sposato un ricco commerciante italiano, che aveva poi lasciato per convivere (“da concubina”, si diceva allora) con un potente banchiere e politico, Giuseppe Frignani. Era in seguito tornata col marito ( anche perché, nonostante tutti i suoi intrighi, Frignani non voleva saperne di sposarla), e quando il fratello del suo ex amante, Giovanni, carabiniere e appartenente al Fronte Clandestino di Resistenza dei Carabinieri, si trovò in pericolo in quanto ricercato dalle SS per aver arrestato Mussolini, lei si offrì di nasconderlo in casa sua.

Lo servì su un piatto d’argento alle SS, insieme ad altri due carabinieri, Ugo de Carolis e Raffaele Aversa, che la mattina del 23 gennaio 1944 erano stati attirati con l’ inganno in casa della donna.

Anche lei rinchiusa alle Mantellate, inizio subito a costruire il personaggio che aveva deciso di interpretare: l’ eroina cristiana, innocente, incapace di delazione. Come tutti i bugiardi manipolatori, l’ immagine che la Hoehn diede di sé era esattamente il contrario di quella reale: fedele al marito, cattolica osservante, generosa fino a rischiare in prima persona pur di tendere una mano al prossimo, sensibilissima al punto di perdere i sensi, in via Tasso, sentendo le urla di Frignani che veniva torturato (mentre vari testimoni asseriranno che mangiava pagnottelle discorrendo amabilmente con un ufficiale tedesco, e le urla di sottofondo non le tolsero l’appetito). Celeste era per lei un’ occasione importante. Un’ ebrea che odiava gli ebrei sarebbe stata facile da convertire, l’ invenzione della sua vita sarebbe stata completata dall’ invenzione della vita dell’ ebrea convertita, un trionfo per lei, soprattutto agli occhi della Chiesa.

Celeste venne condannata a dodici anni di carcere, ma tra amnistie e insulti ne scontò solo tre. Elena venne assolta in istruttoria, nonostante tanti testimoni contro, e i servizi segreti che la segnalavano da anni come sicura spia dei nazisti. Perché? Verosimilmente perché sapeva tante cose, era stata di casa in via Tasso, e in un momento come quello dell’ immediato dopoguerra, in cui molti personaggi andavano riposizionandosi nel nuovo ordine costituito, una persona che poteva rivangare le loro azioni passate era scomoda; Elena questo lo sapeva, e avrà ricattato, guadagnandosi l’ assoluzione.

Nel 1948 Celeste viene battezzata, assumendo il nome della sua madrina, Elena.

Subito dopo queste due donne, lorde del sangue degli innocenti, partiranno, alla volta di Trento, per incontrare Chiara Lubich e unirsi al suo nascente movimento. E questa è forse la parte più misteriosa della storia, in cui entrano la necessità di salvarsi la vita, la politica, il denaro, il potere.

Celeste presto tornerà a Roma, dove morirà poco più che cinquantenne. Elena vivrà fino quasi a cento anni, sempre cercando la ribalta, raccontandosi come una donna che ha sempre agito in totale purezza di cuore, piena di virtù e di sensibilità, proponendosi come una guida spirituale e un esempio di carità cristiana.

Entrambe negheranno sempre di aver compiuto i delitti che con ogni evidenza hanno compiuto, entrambe vivranno una vita fondata sulla falsità.

“Forse negli occhi degli altri cercava la conferma di quella vita che si era inventata, mentre invece, al momento della morte, la verità le poneva di nuovo di fronte i crimini che aveva compiuto.”

Recensione di Azzurra Carletti

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