AMSTERDAM Ian McEwan

AMSTERDAM, di Ian McEwan (Einaudi)

«La vita è un susseguirsi di decisioni prese troppo tardi.» — Ian McEwan

Ho trovato “Amsterdam” nel crossing book condominiale, come si trovano certi oggetti dimenticati da qualcuno che aveva fretta di liberarsene. Non conoscevo McEwan, ma già dalle prime pagine ho sentito quell’odore molto english: elegante, tagliente, un po’ snob, come un tè servito con precisione chirurgica da un maggiordomo che ti osserva per capire se meriti davvero la porcellana buona.

Devo ammettere, però, in onor del vero, che proprio per quanto sopra l’inizio è leggermente noioso, quasi trattenuto, come se McEwan stesse ancora scaldando i muscoli prima di entrare davvero in scena. È un’impressione che dura poco: il romanzo prende ritmo con una naturalezza sorprendente e si trasforma in un crescendo continuo, pagina dopo pagina, fino a diventare una piccola macchina narrativa perfettamente oliata.

La storia parte da un funerale — perché gli inglesi, quando vogliono divertirsi, cominciano sempre da lì — e segue Clive e Vernon, due uomini convinti di essere più intelligenti del resto del mondo. In realtà, pagina dopo pagina, si comportano come due turisti che hanno perso la mappa ma insistono a dire che sanno benissimo dove stanno andando. McEwan li osserva con un’ironia così sottile che a volte ti chiedi se stia ridendo con te o di te.

La trama è una collezione di scelte sbagliate, ambizioni mal calibrate e piccole vendette che crescono come funghi dopo la pioggia. È tutto molto preciso, molto controllato, molto britannico. E sì, anche molto divertente — ma di quel divertimento che non fa ridere: ti fa solo alzare un sopracciglio e pensare “Eccoli, di nuovo”.

Lo stile è impeccabile, affilato, quasi troppo. A volte ho avuto la sensazione che McEwan fosse così impegnato a mantenere la sua compostezza da dimenticare di lasciar filtrare un po’ di calore. È brillante, certo, ma anche un po’ freddo: come se ti invitasse a cena e poi ti servisse tutto con i guanti, senza mai sedersi davvero al tavolo con te. E qualche passaggio, lo ammetto, scivola nella perfezione un po’ compiaciuta — quella tipica sicurezza inglese che noi italiani guardiamo con un misto di ammirazione e voglia di scompigliare i capelli a qualcuno.

Detto questo, “Amsterdam” resta un romanzo breve, che si legge con piacere e con quel sorriso obliquo che nasce quando un autore ti mostra la miseria umana con la grazia di una commedia nera. L’ho trovato per caso e l’ho finito con la sensazione che il crossing book condominiale, ogni tanto, sappia scegliere per me meglio di quanto farei io.

Ed è proprio da questa sensazione — un misto di divertimento, disagio e fascinazione — che nasce il giudizio complessivo: se McEwan voleva farmi divertire senza farmi sentire troppo comoda, ci è riuscito. E confesso che, con il mio temperamento mediterraneo, a tratti avrei voluto scuotere i personaggi per farli uscire da tutta quella compostezza. Ma forse è proprio questo il fascino: guardare due inglesi affondare con stile.

Da qui, quasi naturalmente, si arriva al finale, che ho trovato strepitoso, grottesco e sorprendentemente raffinato: una chiusura che unisce crudeltà, ironia e precisione chirurgica. È un epilogo che ti spiazza e ti compiace allo stesso tempo, un colpo di scena che sembra una punizione morale ma senza alcuna morale, eseguito con una leggerezza quasi musicale. McEwan toglie i guanti proprio all’ultimo, solo per mostrarti quanto può essere elegante anche quando affonda il colpo.

Per questo, dopo una prova del genere, è quasi inevitabile voler leggere altro di questo autore: il suo stile, con quella miscela di eleganza, ferocia e controllo, mi affascina più di quanto avrei immaginato trovando un libro per caso in un crossing condominiale.

Recensione di Patrizia Zara

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