Alle radici del mito: Michele Spanu racconta “Kaal – Il figlio della pietra”
Intervista n. 297
Con Kaal – Il figlio della pietra, Michele Spanu firma il suo romanzo d’esordio e porta il lettore nella Sardegna del VI secolo avanti Cristo, tra invasioni, miti antichi e prove di coraggio. Una storia che intreccia avventura, memoria e identità, ambientata in un periodo cruciale della storia dell’isola. In questa intervista l’autore racconta la nascita del romanzo, il legame con la sua terra e il fascino delle storie che nascono dal passato.

Come è nata l’idea di scrivere “Kaal – Il figlio della pietra”?
In realtà non so esattamente come è nata l’idea e penso che pochi scrittori lo sappiano! Posso dire che ero lontano da casa e ho sentito l’esigenza di dar concretezza ad alcune idee che avevo in mente (molte di queste slegate e lontane fra loro). Quando ho iniziato a scrivere si sono miscelate quasi spontaneamente e da quel momento ho continuato per vedere come andava a finire la storia. L’idea è quindi nata dalla necessità di una narrazione personale e intima; mai mi sarei aspettato che sarebbe arrivata la pubblicazione.
Il romanzo è ambientato nella Sardegna del 600 a.C.: cosa l’ha affascinata di questo periodo storico?
Il paesaggio sardo è impregnato di testimonianze nuragiche; esse fanno parte della quotidianità dei sardi. Per me è stato quindi quasi naturale ambientare un racconto che comprendesse questi elementi.
Avevo necessità di un’ambientazione e di un tempo lontani in cui la mia fantasia potesse muoversi libera. Considero l’epoca in cui i Cartaginesi arrivarono in Sardegna una fase di potenti mutamenti che sono stati la spinta per gli avvenimenti narrati; inoltre il contesto ben si accordava con i cambiamenti che il protagonista sentiva in sé.
Non sono uno storico ma un semplice appassionato di storia e archeologia e il periodo in cui si ambientano le vicende di Kaal mi ha permesso di trasmettere (spero) questa passione.

Il protagonista Kaal è un giovane che affronta prove difficili per diventare guerriero. Come ha costruito questo personaggio?
Kaal è un ragazzo che, con tutte le sue insicurezze e paure, deve diventare un uomo e guerriero in un’epoca tumultuosa in cui il suo intero mondo è scosso.
In questo non c’è nulla di diverso da quello che un adolescente deve fare oggi. Affrontare pandemie, guerre sempre più vicine e globali, crisi economiche non è facile per nessun adulto! Chiediamoci cosa deve essere affrontare tutto questo per un ragazzo o una ragazza. Ho quindi semplicemente cercato costruire un personaggio che deve diventare velocemente uomo affrontando emozioni, paure e un mondo in rapido mutamento. Devo confessare che in Kaal c’è anche una parte di me.
In lui vivono le mie incertezze, paure e i miei dubbi ma anche la capacità di mettermi in gioco e la tenacia necessaria per andare avanti, nonostante le mille difficoltà che la vita ci riserva. Kaal è quella parte di me che riesce a esprimersi con più facilità di quanto, di solito, accade. Di me, in lui, c’è anche l’orgoglio di appartenere a un popolo straordinario come quello sardo.
Nel libro la storia si intreccia con elementi mitici e simbolici. Quanto conta il patrimonio culturale della Sardegna nella sua scrittura?
In Sardegna osserviamo i nuraghi e le numerose testimonianze del nostro antico passato quasi quotidianamente. Sono testimonianze uniche e così presenti che diventano parte di noi e plasmano la nostra identità di popolo. Mi capita spessissimo (così come a ogni i sardo) di vedere un nuraghe in lontananza; quasi non lo noto, tanto quella vista è normale… ma l’inconscio lo registra e sa che quelle pietre millenarie sono testimoni della storia e della preistoria dei sardi e non si può che sentire un comune senso di orgogliosa appartenenza alla terra che le ha generate.
Penso che ogni sardo si possa facilmente riconoscere nello spirito di un bronzetto o sentire un collegamento che travalica i millenni con i costruttori delle torri nuragiche; i simboli e i miti di quell’antica cultura sono nel nostro DNA.
Come ho già detto sono un semplice appassionato di storia e archeologia e ho solamente cercato di trasmettere questa passione nella mia narrazione. Il linguaggio adottato ha l’unica funzione di far entrare il lettore nelle atmosfere di quei tempi ancestrali, senza la pretesa di descrivere verità oggettive.
Ho cercato di utilizzare quegli elementi, che noi Sardi sentiamo comuni e che sono utili a creare le atmosfere del racconto. L’osservazione dei bronzetti nuragici, ad esempio, è stata notevole fonte di ispirazione per la costruzione e la descrizione fisica dei personaggi che popolano il mio romanzo.
Le battaglie e le tensioni tra popoli sono centrali nella narrazione. Che tipo di ricerca ha fatto per ricostruire quel contesto?
In parte l’ ho accennato prima.
Pur essendo il romanzo un’opera di fantasia, ha comunque una base storica anche se estremamente lontana nel tempo. Di volta in volta, per non discostarmi troppo dalla realtà mi sono documentato attraverso riviste o articoli di saggistica che potessero essere utili a creare i fatti e le atmosfere del racconto. L’osservazione dei bronzetti nuragici poi, è stata notevole fonte di ispirazione per la costruzione e la descrizione fisica e psicologica dei personaggi che popolano il mio romanzo.
Osservandoli con attenzione si percepisce l’anima degli uomini che li hanno fusi. Ho immaginato che quegli antichi artigiani avessero quei pregi e difetti, piccoli e grandi, che attraverso i secoli possiamo trovare immutati nella nostra gente. Ho cercato di costruire i miei personaggi attraverso gestualità, tratti somatici e attitudini uniche in ciascuno di essi, che li rendessero credibili e nei quali il lettore si potesse identificare.
Un’altra cosa che mi ha molto aiutato è aver reso il paesaggio un protagonista (cosa di cui mi sono reso conto gradualmente rileggendo il romanzo). I boschi e le rocce della mia isola non erano lo scenario in cui si svolgeva l’azione, ma rappresentavano un attore dell’azione stessa. I miei personaggi sono inestricabilmente fusi con l’ambiente naturale, che è loro alleato.
Questo è il suo primo romanzo: cosa ha significato per lei trasformare un’idea in un libro completo?
Mi sono gettato nell’avventura di scrivere un romanzo senza conoscerne le reali conseguenze.
Intendo dire che quando ho iniziato a scriverlo l’ho fatto solo per me stesso senza pensare che sarebbe arrivata la pubblicazione. “Kaal il figlio della pietra” non è nato come un romanzo ma più come una storia che raccontavo a me stesso in modo assolutamente informale.
Solo una volta intrapreso il percorso che ha portato il romanzo alla stampa ho compreso quanto lavoro questo comporti e che per farlo sia necessaria una squadra determinata a far nascere una nuova pubblicazione.
A Marcella Brianda e alla BieMme Servizi Letterari va il merito di aver immediatamente visto le potenzialità del testo, addirittura ancor prima che questo fosse completato.
Sempre suo è il merito di aver affidato l’editing a Giuseppe Fini che è riuscito a guidarmi in modo che il testo divenisse un romanzo vero e proprio.
Tutto questo ha richiesto moltissimo tempo, anche perché ho il brutto vizio di dover lavorare per poter pagare le bollette e i miei tempi di lavoro al romanzo sono sempre stati piuttosto dilatati.
Ogni passaggio è stato per me una sorpresa, una scoperta e un’opportunità di crescita come persona e, ora, come autore.
Nel portare il romanzo alla stampa fondamentale è stato il supporto dell’Editore Fabio Gimignani e della sua Jolly Roger, che ha creduto nel romanzo letteralmente a prima vista e mi ha incoraggiato prescindendo da logiche puramente commerciali.
Naturalmente altrettanto fondamentale è stato il lavoro dell’amico e artista Daniele Sistu la cui matita, mentre narravo la storia di Kaal davanti a una birra, ha magistralmente carpito l’essenza della storia.
Grazie a tutte queste persone, un personaggio che era conosciuto a me e solo a me, in un rapporto di amicizia molto intima, oggi non è più solo mio!
Guardo Kaal con affetto e “naturalmente” orgoglio. Ma anche con il timore di chi per la prima volta rivela la sua creatura al pubblico. La speranza è che il mio amico possa piacere a tutti, ma questo lo potrà dire solo il tempo.
Dopo “Kaal – Il figlio della pietra”, sta già pensando a nuovi progetti narrativi?
Cercherò di mettere a frutto i preziosi insegnamenti che Kaal mi ha dato in un nuovo romanzo che è in fase di stesura e che, devo dire, mi sto divertendo molto a scrivere.
Io considero la scrittura come un percorso del quale ho mosso solo i primi passi. Il mio scopo è migliorare per cercare di regalare ai lettori altre emozioni e altre avventure, in un’epoca totalmente diversa e con nuovi personaggi.
Intervista di Lisa Di Giovanni



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