Abbiamo intervistato Tommaso Scotti e approfondito le sue opere partendo dall’ultimo romanzo Il segreto del vecchio signor Nakamura

 

 

Prima di tutto grazie per la sua disponibilità. Le chiederei di presentarci il suo nuovo romanzo “Il segreto del vecchio signor Nakamura“.

 

Grazie a voi per l’invito e per l’attenzione. Il segreto del vecchio signor Nakamura è un romanzo che prende spunto da uno degli episodi più celebri e misteriosi della storia giapponese: il furto dei 300 milioni di yen avvenuto a Tokyo nel 1968.

Nel mio libro, però, la vicenda non è raccontata come un saggio storico, bensì attraverso una lente narrativa. Ho immaginato un ispettore ormai anziano, Nakamura, che decenni dopo i fatti accetta di raccontare la propria versione a due giovani giornalisti.

Il romanzo non è soltanto un giallo o una ricostruzione, ma anche una riflessione sull’identità, sulla giustizia e sul confine sottile tra bene e male. Ho cercato di unire l’atmosfera noir della Tokyo di quegli anni con una dimensione più intima e universale, che riguarda tutti noi.

 

L’opera si ispira a un fatto poco conosciuto e realmente accaduto. Qual è stata la spinta che l’ha portata a scrivere questo romanzo e quanto lavoro si ricerca ha comportato?

 

È stato un lavoro che ha richiesto molta ricerca. Non si tratta infatti di un episodio di cui si trova facilmente materiale in italiano o in inglese: per approfondirlo davvero è stato indispensabile conoscere il giapponese e consultare fonti originali, giornali d’epoca e documenti rimasti poco accessibili.

L’idea in realtà è nata quasi per caso: il mio editore mi aveva chiesto di mettere temporaneamente in pausa la serie di Nishida per scrivere qualcosa di diverso, magari un romanzo ispirato a una vicenda realmente accaduta. A quel punto mi è tornato in mente questo famoso furto di cui mio padre mi aveva parlato anni fa, e che mi aveva sempre affascinato. Ho deciso quindi di approfondire e di trasformarlo in una storia che non fosse solo cronaca, ma anche riflessione sul destino, sull’identità e sulle scelte morali delle persone coinvolte.

 

 

 

 

Ci possiamo aspettare che questo personaggio abbia un futuro in altre pubblicazioni?

Per ora non credo.

 

Lei ha realizzato 3 romanzi con protagonista l’ispettore nippoamericano Nishida, come lo presenterebbe a un lettore che non lo conosce? E come è stato recepito a suo avviso?

Nishida è un ispettore di origini miste, nippoamericano. Ho scelto consapevolmente questa caratteristica perché mi interessava offrire al lettore uno sguardo duplice: attraverso di lui si incontrano e a volte si scontrano il pensiero giapponese e quello occidentale, due modi diversi di osservare il mondo e di affrontare le indagini. Questa sua natura “a cavallo fra due culture” lo rende anche un personaggio più umano, perché spesso si trova in bilico, diviso tra appartenenze e identità.

Per quanto riguarda l’accoglienza, credo sia stata molto positiva: molti lettori si sono affezionati a Nishida proprio per questa sua capacità di incarnare il dialogo tra culture, oltre che per il suo lato ironico e riflessivo. È diventato un personaggio che porta con sé non solo le indagini poliziesche, ma anche un interrogativo più ampio sull’identità e sul senso di appartenenza. Almeno spero. J

 

Primo episodio con protagonista l’ispettore Nishida

 

 

Quali fonti di ispirazione l’hanno portata alla sua creazione e come è evoluto il personaggio nel corso di 3 storie?

L’ispirazione iniziale viene da un ex collega giapponese che si chiamava proprio Nishida. Non era un mezzosangue, ma un uomo qualunque che però aveva un’abitudine singolare: beveva sempre il caffè Boss, la lattina resa famosa in Giappone da Tommy Lee Jones. Un giorno un amico-collega, chissà perché, disse che Nishida gli ricordava proprio l’attore americano (dio sa come) e da lì è nata l’associazione che ha dato il via alla creazione del personaggio.

Naturalmente, nel romanzo Nishida è diventato molto diverso: un ispettore nippoamericano, con un passato complesso e un tormento personale profondo. Non è solo un poliziotto, ma un uomo che soffre di una crisi di identità legata a un particolare fisico che lo contraddistingue, e che nel corso dei libri affronta in modo sempre più diretto. Questa ambivalenza lo rende fragile e forte al tempo stesso, costantemente sospeso tra due mondi.

Il personaggio si è evoluto di storia in storia soprattutto grazie alle relazioni che lo circondano: il rapporto con la figlia, che mette in luce il suo lato più umano e vulnerabile; l’amicizia con il collega Joe, che funge da spalla ma anche da contrappunto; e una vita sentimentale irrisolta, che lo spinge a fare i conti con sé stesso e con ciò che desidera davvero. Tutti questi legami lo costringono a cambiare, a mettersi in discussione e a spostare sempre un po’ più in là i confini di quello che credeva di essere.

 

Nishida porta con sé il sangue di culture diverse e questo lo porta ad avere un rapporto contrastante con il suo ambiente di vita e di lavoro. Le chiedo, al di là del personaggio in sé, quanto è concreta la difficoltà nel far convivere culture differenti e quali opportunità riscontrerebbe in una maggiore integrazione.

 

Credo che la difficoltà sia molto concreta, e in Giappone l’ho sperimentata in prima persona. Far convivere culture diverse non significa soltanto accogliere ciò che è diverso da noi, ma soprattutto imparare ad accettarlo. Accettare vuol dire mettersi in discussione, uscire dalla comfort zone, non limitarsi a criticare o giudicare ciò che non ci somiglia.

È un processo lungo, che richiede tempo, pazienza, e soprattutto curiosità. Per me la parola chiave è “studio”: conoscere la lingua, la storia, le abitudini, le sfumature di un contesto è fondamentale per evitare malintesi e pregiudizi. È una ricerca continua, che non finisce mai, perché la cultura non è statica: evolve in continuazione.

Allo stesso tempo, una maggiore integrazione porta enormi opportunità. Dove ci sono più prospettive, più modi di leggere il mondo, nasce inevitabilmente qualcosa di nuovo. È un arricchimento reciproco: ti costringe a guardarti con occhi diversi, a riconsiderare i tuoi stessi valori, e a trovare un terreno comune che spesso si rivela più fertile e creativo di quanto si immaginasse.

 

I suoi romanzi sono molto articolati e ricchi di elementi che consentono di conoscere delle ambientazioni aspetti meno “da cartolina”. Quali obiettivi si prefigge con la sua narrativa?

 

Direi che il mio obiettivo principale è quello di mostrare un Giappone “a 360 gradi”. Esiste già una quantità sterminata di materiale che dipinge il Paese con i soliti stereotipi da cartolina: i ciliegi in fiore, il lato kawaii, il senso di ordine e perfezione. Tutto vero, ma tutto molto parziale.

Io invece cerco di raccontare ciò che spesso rimane fuori da quell’immagine da brochure turistica: i quartieri più oscuri, le contraddizioni sociali, le ombre che convivono con la bellezza e la raffinatezza. Non voglio dipingere il Giappone né come paradiso né come inferno: semplicemente, voglio presentarlo per quello che è, senza veli sugli occhi.

Credo che la narrativa possa servire proprio a questo: aprire finestre su mondi che non tutti hanno occasione di conoscere, e farlo senza giudizi preconfezionati.

 

Spesso l’Oriente e il Giappone in particolare vengono idealizzati da racconti, mitologie e letteratura fumettistica e non, creando un’aspettativa che si scontra con la realtà. Lei che ci vive da anni cosa ha compreso di questa terra e cosa crede non arrivi a chi viene da fuori?

 

Credo di aver in parte già risposto nella domanda precedente, ma aggiungerei questo: il Giappone è molto abile nel mostrare al mondo soltanto quello che vuole mostrare. L’immagine che arriva all’esterno è accuratamente selezionata: il lato estetico, ordinato, armonioso, tradizionale e tecnologico insieme. Tutto vero, ma non esaustivo.

Per un turista o per chi si ferma poco tempo, diventa quasi impossibile intravedere le contraddizioni che convivono sotto la superficie. Servono anni sul posto, serve conoscere la lingua, e serve soprattutto curiosità. C’è un sacco di gente che vive in Giappone da decenni e non ne sa quasi nulla, perché resta in unabolla rassicurante senza scavare troppo.

Quello che ho compreso io, vivendo qui, è che il Giappone è una terra di forti contrasti: straordinaria nei suoi aspetti positivi, ma allo stesso tempo molto dura in quelli negativi. La bellezza che tutti conoscono esiste, ma c’è anche molto altro, e spesso quello che non si vede da fuori è ciò che permette di capire davvero questo Paese.

 

Ho letto che è laureato in matematica. Quali elementi di contatto, se ci sono, pensa ci siano tra questa scienza e l’arte della narrativa gialla?

 

Sì, sono laureato in matematica, e devo dire che qualche legame con la scrittura gialla esiste eccome. La matematica ti insegna rigore logico e capacità di muoverti dentro strutture molto precise: parti da premesse, segui passaggi obbligati, e arrivi a una conclusione. Un giallo funziona in maniera simile: hai un mistero, degli indizi disseminati lungo la trama, delle ipotesi da scartare o verificare, e alla fine una soluzione che deve risultare inevitabile e convincente.

C’è anche un altro punto in comune: in matematica, spesso la parte più interessante non è tanto il risultato finale, ma il percorso per arrivarci, il ragionamento, la dimostrazione. Allo stesso modo nei miei romanzi il punto non è soltanto scoprire chi è il colpevole, ma seguire l’indagine, vedere come si concatenano i pensieri e le deduzioni, e come emergono i contrasti tra personaggi.

Infine, la matematica mi ha lasciato un certo gusto per le strutture eleganti e per il gioco mentale. Scrivere un giallo, almeno per me, è anche questo: costruire un meccanismo complesso, pieno di ingranaggi, che deve funzionare alla perfezione.

 

Ormai i Social sono il principale mezzo di condivisione, scambio e confronto/scontro. Qual è il suo rapporto con questa realtà? 

 

Il mio rapporto con i social è piuttosto contraddittorio. Non li detesto in quanto strumenti: possono avere una loro utilità, soprattutto per creare connessioni e permettere a un autore di comunicare direttamente con i lettori. Quello che invece mi disturba profondamente è il modo in cui sono diventati una vetrina dominata dall’immediatezza e dagli algoritmi.

Oggi sembra che conti solo la rapidità: contenuti sempre più brevi, video di 30 secondi da consumare senza sforzo, che danno l’illusione di “sapere” qualcosa ma non permettono davvero di comprenderla. È l’esatto contrario di ciò in cui credo. Che si tratti di narrativa, di apprendimento o di ricerca, capire davvero qualcosa richiede tempo, concentrazione, immersione. Lo studio, come la lettura, non può essere ridotto a una manciata di secondi.

Per questo uso i social con cautela: li considero un mezzo utile, quasi un obbligo professionale, ma non certo un fine. La conoscenza, come la letteratura, ha bisogno di profondità e lentezza, non di scorrere via nello spazio di un click.

 

Come ultima domanda, rimanendo sul tema, in Italia resistono ancora le librerie e la figura del libraio come fonte di consigli, qual è la situazione in Giappone in tale senso? Grazie di cuore per la disponibilità.

 

In realtà non frequento molto le librerie giapponesi, quindi non posso dire di conoscerne bene le dinamiche interne come in Italia. La mia percezione, però, è che il ruolo del libraio come “consigliere” sia meno presente rispetto a quello che ancora si trova in certe librerie italiane. Qui la grande distribuzione e le catene hanno un peso molto forte, e spesso prevale l’esposizione commerciale più che il consiglio personale. Detto questo, in Giappone esistono ancora librerie indipendenti che cercano di mantenere un rapporto diretto con i lettori, anche attraverso eventi e presentazioni.

In ogni caso, la differenza principale rispetto all’Italia mi sembra proprio il rapporto umano: in Italia il libraio può ancora essere una guida, mentre in Giappone, almeno da quello che ho visto, questa figura ha un ruolo più marginale. Ma magari la mia è un’impressione falsata appunto dal non visitare in modo particolare librerie indipendenti.

Grazie a voi per l’attenzione e per le domande.

 

Intervista di Enrico Spinelli

 

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