Abbiamo intervistato Simona Lo Iacono e approfondito vari temi partendo dal suo romanzo Joanna degli incanti

Abbiamo intervistato Simona Lo Iacono e approfondito vari temi partendo dal suo romanzo Joanna degli incanti

 

Simona Lo Iacono

 

Intervista n. 316

 

Buongiorno e grazie per aver accettato questa intervista. Il suo nuovo romanzo racconta la vita di Joanna De Austa per cui, oltre a ringraziarla per avermela fatta conoscere, le chiedo cosa in particolare l’ha colpita maggiormente della sua vicenda al punto da riportarla su carta.

Grazie infinite. Joanna mi ha colpito perché è una donna che sa resistere alla violenza, al disamore, alla mancanza di fantasia. La sua forza è la pietà umana, la compassione per gli altri.

La protagonista ha tante qualità che quasi si fatica a credere che sia realmente esistita. Volendo riassumere le sue caratteristiche in una parola mi verrebbe da dire “modernità” in tutti gli aspetti che può comprendere. È corretto secondo lei o c’è un aggettivo che può inquadrarla meglio?

E’ certamente una donna moderna, perché intuisce che per dare dignità si deve tutelare la debolezza, si deve proteggere la fragilità. Comprende infatti che il luogo di lavoro non è solo un sito dove svolgere fatica oppure raggiungere un utile economico, ma è lo spazio privilegiato della relazione umana, è uno strumento di produzione della felicità. Si tratta di una visione attualissima, perché oggi, in campo lavoristico, si dà molta importanza al profitto, ma si rischia di dimenticare la centralità della creatura, il suo bisogno di senso, di comprensione, di pienezza.

Mi ha colpito molto la figura dello zio Vescovo che si spende molto per istruire in modo libero e non convenzionale Joanna. Quanta saggezza e lungimiranza c’è in questo personaggio?

E’ un uomo sapiente, un anticonformista. Sa farsi abitare dal dubbio, ma nel senso alto della parola, è cioè un uomo che ama mettere in discussione anche il proprio punto di vista perché pratica l’umiltà. Si fa quindi portatore del valore dell’ascolto e dello scardinamento dei pregiudizi. La vera saggezza sta nel lasciarsi interrogare dalla realtà, dalla capacità di farsi domande. Lo zio Vescovo è l’uomo delle domande, non delle risposte.

Non secondaria è Nucidda, la bambina non vedente con cui Joanna stringe una forte amicizia. Quanto è importante nella maturazione di Joanna il rapporto con lei?

E’ uno snodo fondamentale. Nucidda insegna a Joanna una qualità dello sguardo che non risiede nel visibile ma nell’invisibile. Grazie a lei Joanna impara ad andare oltre l’apparenza, a sondare la profondità, a non accontentarsi della superficie delle cose. La vera vista non sta nel saper percepire le forme, ma nel sapere andare oltre le stesse.

Nel romanzo si passa dalla cura dei semi a quella dei libri, una successione a mio avviso molto profonda e coerente. Quali sono i punti di contatto tra questi due elementi?

Il libro ci nutre, ci crea, ci scardina. Ci induce ad approfondire la  conoscenza di noi stessi e degli altri. Per questo è come il seme, perché dà la vita, la dirige verso un progetto, verso un significato.

Mi ha colpito molto la determinazione con cui Joanna decide di far assumere all’opificio operai ciechi, con una spiegazione per altro estremamente poetica. Mi ha riportato in mente la celebre battuta “Ora che ho perso la vista ci vedo di più” (“Nuovo cinema paradiso”), che ne pensa?

E’ certamente così. L’intuizione di Joanna sta nel fatto di valorizzare ciò che manca, perché sa che le assenze sono portatrici di nuovi significati. E infatti i ciechi del suo opificio apportarono al lavoro di squadra innovazioni, genialità, capacità sensoriale, pietà umana. Il lavoro si avvantaggiò più del non avere che dell’avere. Una dinamica che avrebbe da dire molto all’uomo di oggi.

Quest’opera conferma il suo talento nel riuscire non solo a trovare storie di donne straordinarie che meriterebbe posti di riguardo nella Storia e nella divulgazione ma anche a raccontarle in modo profondo, accurato senza cadere nella prolissità del saggio storico ma anzi mantenendo la scorrevolezza di un romanzo. Quanto è impegnativo mantenere un equilibrio tra Storia e narrativa e quali sono a suo dire gli elementi da privilegiare?

La ringrazio di cuore per l’apprezzamento. In effetti questo tipo di romanzi, basati sulla realtà storica ma al tempo stesso affidati anche all’invenzione letteraria, sono difficili da scrivere proprio perché anche la fantasia deve essere credibile, deve nutrirsi di ricerca, deve sorreggere i dati documentali.

Il primo libro stampato da Joanna è “l’opera di un pazzo”, il “Don Chisciotte”, e tutti conosciamo bene il suo valore letterario e il successo che ha avuto e che ancora riscuote. Volendo guardare anche ai giorni nostri quali sono i limiti dell’editoria e quanto penso ha ancora il pregiudizio?

Fare editoria è un’arte e quindi necessita di capacità selettiva, di intuito, di speranza. Oggi non credo che sussistano pregiudizi, ma che sia difficile preservare il dato puramente letterario, che si scontra inevitabilmente con i tempi veloci dell’esperienza quotidiana. Infatti la letteratura ha bisogno di lentezza, di contemplazione, di silenzio… tutti elementi in antitesi con la frenesia del nostro mondo.

Infine, ringraziandola ancora per la disponibilità, un’ultima domanda/curiosità. Non trova che le protagoniste femminili da lei così ben tratteggiate meriterebbero anche un tributo filmico? Quanto aiuterebbe una trasposizione su grande schermo per diffonderne maggiormente la conoscenza?

Sarebbe bellissimo, certo, e sicuramente l’impatto visivo agevolerebbe la diffusione e la divulgazione. Io però mi limito a dare spazio alle parole, perché è con esse che si crea la visione più complessa, quella della nostra immaginazione.

Intervista di Enrico Spinelli

 

JOANNA DEGLI INCANTI – Simona Lo Iacono

JOANNA DEGLI INCANTI Simona Lo Iacono

 

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