Abbiamo intervistato Olivia Ninotti, soffermandoci su alcuni temi della sua ultima opera La scimmia antropoMORTA

Abbiamo intervistato Olivia Ninotti, soffermandoci su alcuni temi della sua ultima opera La scimmia antropoMORTA

 

Olivia Ninotti

 

Intervista n. 305

 

Buongiorno e grazie per aver accettato questa intervista. Con quali presupposti e obiettivi è nato “La scimmia antropomorta”?

È nato da un dubbio ostinato: e se l’essere umano fosse più fragile di quanto racconta di sé? Come ormai ci insegnano i fisici,non siamo al centro dell’universo. Ecco, forse non siamo nemmeno al centro di noi stessi, da sempre. Il libro parte proprio dall’idea dell’essere umano non più come vertice lineare dell’evoluzione, quanto invece come creatura discontinua, fragile, capace tanto di costruirsi quanto di svuotarsi fino a diventare altro da sé.
Il saggio è anche una provocazione ,cosa che è nel mio stile. Il rischio nella nostra società ipertecnologica non è regredire, ma spegnerci. Insomma, non una caduta quanto un lento scolorire della nostra umanità.

 

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Quali sono i punti fondamentali del percorso dell’Homo Sapiens?

Abbiamo imparato a parlare, poi a immaginare, e infine –oggi-a credere in noi stessi senza pensiero critico. Il problema è l’ultimo passaggio. Qui si inserisce il rovesciamento centrale del saggio cioè l’essere umano non è una scimmia anomala che ha perfezionato sé stessa lungo una traiettoria ascendente, bensì una specie unica, instabile, che può perdere la propria specificità.
E infatti la parola chiave è “antropomorta”,quello che dobbiamo evitare è di essere biologicamente vivi e umanamente svuotati.
In fondo la storia ci ha insegnato che l’evoluzione non ha un percorso a scala dove si sale e si scende. L’evoluzione fa il suo mestiere, cioè stupisce. Il progresso invece, che è opera umana, può dimenticarsi dove sta andando e quali responsabilità implica.

Il narcisismo quanto ha influito nello sviluppo dell’Homo Sapiens?

Moltissimo, ma non nel modo in cui lo raccontiamo. Christopher Lasch in La cultura del narcisismo parlava già di un individuo “ossessionato dall’immagine di sé”. Nella post-modernità però il punto è più radicale: il narcisismo non è un eccesso di amor proprio, ma un deficit di riconoscimento. Abbiamo bisogno che siano gli altri a dirci che esistiamo. È una dipendenza collettiva, una richiesta continua di conferma. Il narcisismo è diventato una struttura sociale interiorizzata. Lo specchio, in questo senso, è la metafora perfetta: dall’acqua ai display. Ma oggi lo specchio non riflette soltanto;modifica, filtra, aggiorna. E noi, nel frattempo, diventiamo versioni sempre diverse e instabili.

Il percorso del Sapiens sembra una parabola discendente. I “colpevoli”?

Dire che il percorso del Sapiens sia una parabola discendente è, in fondo, una tentazione narrativa più che una realtà. Le parabole piacciono perché semplificano: c’è un inizio, un apice e una caduta. Daniel Kahneman dice che la mente costruisce storie coerenti a partire da informazioni incomplete. La parabola discendente è una di queste storie: rassicurante, perché dà un senso anche alla crisi. Ma non necessariamente vera. L’essere umano non abita traiettorie così ordinate. Il mondo non è fatto di cose, ma di eventi e gli eventi non disegnano linee, disegnano intrecci. In questa prospettiva, il percorso del Sapiens è più simile a una serie di discontinuità che a una discesa. Non stiamo “scendendo”, stiamo cambiando forma, spesso senza accorgercene. Ed è qui che torna centrale l’idea del libro: non siamo il vertice lineare dell’evoluzione, ma una creatura discontinua, capace tanto di costruirsi quanto di svuotarsi fino a diventare altro da sé. Questa trasformazione può anche risultare regressiva sul piano umano, pur essendo perfettamente coerente sul piano evolutivo.

Piuttosto, ciò che vediamo oggi è una tensione interna tra potenziamento e svuotamento. Da un lato, espandiamo capacità, connessioni, possibilità; dall’altro, rischiamo di perdere ciò che rende queste capacità “umane”: immaginazione, profondità, responsabilità. E qui si innesta un altro punto già emerso, quello del  passaggio dalla tecnologia come strumento alla tecnologia come ambiente.

Gli esseri umani però hanno un grande dono: la plasticità che è anche reversibilità e riparazione. Se, il rischio è diventare “antropomorti”—cioè biologicamente vivi ma umanamente svuotati—allora esiste anche la possibilità opposta. Non si tratta di tornare indietro, ma di riattivare ciò che resta: l’immaginazione, la capacità simbolica, il limite.

In altre parole, il percorso del Sapiens non è una parabola discendente. È un sistema instabile. E nei sistemi instabili, come insegna tanto la fisica quanto la psicologia, le crisi non sono solo fine, sono anche biforcazioni e scelte.

Quanto è importante adottare un registro accessibile?

Fondamentale. Se non riesci a spiegare qualcosa in modo semplice, non l’hai capito abbastanza bene. Ma accessibile non significa superficiale. Il libro attraversa immagini forti—lo specchio, i riti, la genitorialità—proprio per rendere visibile ciò che è complesso.
Per esempio: la crisi dei riti di passaggio, oggi trasformati in spettacoli. Tutto viene mostrato, poco viene davvero vissuto.
È una società molto narrativa, spettacolarizzante… e poco trasformativa.

Cosa fare per non diventare “scimmie antropomorte”?

Reimparare il limite. Anche educativo.
Il “no” diventa fondamentale: non è una privazione, è ciò che dà forma al desiderio. Senza confini, anche la libertà si svuota. E poi recuperare il dubbio. Il modo in cui pensiamo e condividiamo le esperienze dà o toglie valore alla vita. Perché il rischio, lo dico chiaramente nel libro, non è diventare meno intelligenti. È diventare meno vivi dentro.

Il suo rapporto con i Social Network?

Ambivalente, inevitabilmente. Qualcuno ha detto che ci aspettiamo di più dalla tecnologia e meno gli uni dagli altri. Sulle piattaforme il Sé diventa editabile, performativo, costantemente esposto.
Ma proprio per questo, strutturalmente fragile. È una forma di esistenza in aggiornamento continuo. Sui giovani senza un’educazione emotiva e affettiva solida può essere controproducente.

Dall’altra parte le piattaforme social se usate bene creano legami che poi possono concretizzarsi ed espandersi nella vita reale. A me è capitato, ho conosciuto persone su FB che poi sono diventate miei cari amici, compresi voi del Passaparola, tanta roba no?

Ci parla di “Sembrava un British invece era un Merdish”?

Nella mia professione passo le giornate a osservare. Famiglie, bambini, adolescenti,dinamiche relazionali, meccanismi difensivi. Ho imparato — a forza — che quando siamo dentro una situazione non riusciamo a vederla. Serve uno sguardo da fuori. Luna, la gatta narrante dei due Sembrava un British invece era un Merdish, è stato il mio esperimento narrativo su questo principio. Il primo Merdish è nato nelle notti del 2020. Fuori c’era la pandemia. Dentro casa c’eravamo noi —due genitori libero professionisti, tre figli in età scolare e i gatti — a sopravvivere in spazi troppo piccoli per le nostre nevrosi. Ho sempre creduto  nella creatività come strumento di cura. Lo vedo ogni giorno nel mio lavoro: le parole che si trovano dopo un’immagine, una battuta, un gioco, un facciamo finta che, immaginiamo se… sono già metà della terapia. Per me è stato uguale. Anche il secondo, Saluto alla regina l’ho   scritto mentre elaboravo la perdita improvvisa di mio padre e guardavo i miei figli diventare adolescenti davanti ai miei occhi — un altro lutto, fisiologico ma reale. La scimmia antropomorta è la stessa cosa, su scala più grande e in formato saggio. Non scrivo su questi temi. Li scrivo attraverso di me, ogni volta. È l’unico modo che conosco per essere onesta con chi legge.

Un’ultima domanda, ringraziandola per la sua disponibilità. È venuto da poco a mancare Desmond Morris, celebre per la sua opera “La scimmia nuda“. Quale crede sia stato il suo contributo culturale e quali punti in comune trova tra la sua opera e “Scimmia Antropomorta”?

Morris ci ha ricordato che siamo animali. Il mio saggio invece sottolinea che siamo animali molto speciali che rischiano di svuotarsi di quella stessa specialità che ci ha dirottato molto tempo fa su una traiettoria genetica anomala e stupefacente, così diversa da tutto il mondo animale. E qui entra un altro passaggio decisivo che Morris non poteva prevedere: viviamo in un’epoca in cui deleghiamo alle macchine non solo il lavoro, ma anche funzioni cognitive ed emotive.Cosa resta? La risposta è sorprendentemente semplice: l’immaginazione.
Immagino dunque sono diventa il controcanto al cogito cartesiano. Finché sapremo immaginare, non saremo del tutto “antropomorti”.Ma non è una garanzia. È una responsabilità.
E, come tutte le responsabilità, richiede uno sforzo che nessuna app—almeno per ora—può fare al posto nostro.

Intervista di Enrico Spinelli

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