Abbiamo intervistato Michele Catozzi partendo dal suo ultimo romanzo “Il fondaco dei libri”

Abbiamo intervistato Michele Catozzi partendo dal suo ultimo romanzo “Il fondaco dei libri”

 

 

Michele Catozzi

 

Intervista n. 295

 

Buongiorno e grazie per aver accettato di rispondere alle nostre domande. È passato un anno dall’uscita de “Il fondaco dei libri”, con protagonista il commissario Aldani, le chiederei di presentarci questo personaggio e questa sua sesta avventura.

 

Il commissario Nicola Aldani, capo della Sezione omicidi della Questura di Venezia, è un poliziotto normale che opera in una città che tutto è fuorché normale, non fosse altro che la Squadra mobile si sposta con i motoscafi delle volanti lagunari, anziché con le volanti terrestri, e il 118 interviene a bordo di idroambulanze. Questo già potrebbe bastare. Aggiungerei però che Venezia, di cui Aldani è perdutamente innamorato, è una co-protagonista irrinunciabile anche se a volte un po’ ingombrante.

“Il fondaco dei libri” è un romanzo particolare che scaturisce dalla mia passione per la tipografia, la stampa e la storia dell’editoria, non a caso al centro delle indagini vi è proprio un libro (un incunabolo per la precisione) famosissimo: l’Hypnerotomachia Polifili stampato da Aldo Manuzio proprio a Venezia nel 1499.

 

 

Come è nata la figura del commissario Aldani e come è evoluta nei più di 10 anni dal suo debutto in libreria?

 

Aldani deve i suoi natali alla mia testardaggine nel voler partecipare al Premio Gran Giallo Città di Cattolica edizione 2000, dedicato proprio ai racconti gialli: non ne avevo mai scritto uno prima, ma il mio commissario è uscito senza difficoltà dalla penna. Il protagonista era, guarda caso, proprio il Polifilo che tornerà 25 anni dopo in tutt’altro contesto, quello de “Il fondaco dei libri” (per chi fosse interessato, nella Nota dell’autore in calce al romanzo racconto tutti, ma proprio tutti, i retroscena).

Questo primo racconto non ha poi mai visto la luce, nonostante la segnalazione al Premio, ed è solo nel 2015 che Aldani esordisce in libreria con “Acqua morta”, dopo che il romanzo inedito aveva vinto l’edizione del torneo letterario IoScrittore 2014 riuscendo a spuntarla tra 2.400 opere iscritte.

Da autore mi risulta però difficile spiegare come Aldani si sia evoluto in dieci anni, anche perché nonostante i sei libri pubblicati, il tempo trascorso nella realtà romanzesca è soltanto di pochi anni (tre per la precisione: da aprile 2012 ad aprile 2015).

 

Arrivare a 6 romanzi con lo stesso personaggio è certamente un bel traguardo e una bella sfida. Quali sono, a suo dire, gli elementi principali perché una storia sia meritevole di essere raccontata? C’è qualche obiettivo che si pone nel momento in cui si approccia a una nuova opera?

 

Confermo che sei romanzi sono una bella sfida. Cercherò di affrontarla anche con il settimo, che è ancora in lavorazione.

Voglio però ricordare che, oltre ai sei romanzi, ci sono anche sei racconti, perfettamente integrati nella timeline del personaggio, riservati alle lettrici e ai lettori che lasciano la propria email sul mio sito web. E oltre ai racconti sono disponibili anche 17 numeri de L’Eco dell’Altana, curati da Claudio “Schinco” Danieli, il giornalista del Gazzettino nonché ex compagno di scuola di Aldani.

Tornando alla domanda: tutte le storie meritano di essere raccontate, ma scrivendo romanzi gialli il sottoinsieme deve possedere le precise caratteristiche del genere. Dopodiché i temi affrontati possono essere i più svariati possibili, perché il giallo è soltanto uno strumento di narrazione della realtà. Sembra una frase fatta, ma rende bene l’idea.

Obiettivi in fase di scrittura di un nuovo romanzo? No, a parte quello di divertirmi nello scrivere. Per non risultare didascalici non si deve mai farlo pensando a un messaggio da lanciare al pubblico o a una morale. Quelli, casomai, vengono dopo.

 

Volendo fare un piccolo viaggio in queste 6 avventure, c’è qualche ricordo o sensazione particolare che la lega a ogni singola pubblicazione?

 

“Acqua morta”: la telefonata del direttore editoriale di TEA che mi annunciava che avevo vinto il torneo IoScrittore 2014. Indimenticabile.

“Laguna nera”: la Mala del Brenta, da cui sono stato sempre affascinato e il cui retaggio aleggia sul romanzo.

“Marea tossica”: la discesa agli inferi, il viaggio che Aldani compie all’interno di ciò che resta del Petrolchimico di Porto Marghera, nel tentativo di costruirsi una propria geografia dello stabilimento che ha segnato la vita di tanti operai.

“Muro di nebbia”: la sfida di scrivere di un serial killer che opera a Venezia nonché quella di un commissario donna giunto da Roma (o meglio, di una “commissaria” come lei si fa chiamare).

“Canale di fuga”: le fughe rocambolesche del titolo attraverso i canali di Venezia e della laguna.

“Il fondaco dei libri”: un cerchio che si chiude passando per Pesaro (ma qui, per capire, bisogna davvero leggere la Nota dell’autore…).

 

Il giallo italiano contemporaneo è ricco di personaggi molto ben caratterizzati e accade spesso che autori diversi collaborino tra loro. C’è qualche scrittore con cui le piacerebbe lavorare o qualche personaggio con cui far interagire il suo commissario?

 

E’ vero, il panorama del giallo italiano (ma estendiamo pure il campo al noir e al thriller), vede tanti autori e tanti bei personaggi. Purtroppo, visto che non sono bravo a scrivere a quattro mani (giuro che ci ho provato), il problema, ahimè, non si pone…

 

Tra le sue opere credo meriti una menzione, “Il mistero dell’isola di Candia”, romanzo che si svolge tra la Venezia del 600 e l’isola di Candia, ovvero Creta. Qual è a suo dire il valore e l’importanza del romanzo storico soprattutto ai giorni nostri e che opinione ha di quest’opera?

 

E’ assodato che in tempi difficili come quelli che stiamo vivendo il pubblico si rivolga al romanzo storico quale fonte di certezze. Non è un caso che negli ultimi anni stiano proliferando i romanzi che narrano saghe familiari (anche non troppo lontane nel tempo), privilegiando la “semplicità” del passato (ormai sedimentato, analizzato, digerito) alla “complessità” del presente (multidimensionale e a tratti indecifrabile).

Quanto a “Il mistero dell’isola di Candia”, si tratta del mistery storico con cui ho partecipato alla seconda edizione del torneo IoScrittore nel 2011, arrivando finalista e vincendo la pubblicazione in e-book.

E’ stato il primo romanzo lungo che ho scritto, per cui ci sono molto affezionato. Mi piacerebbe riprendere la storia, magari ampliarla e continuarla, ma il tempo è tiranno e quel poco che rimane dagli impegni familiari e di lavoro è tutto per il commissario Aldani.

 

 

Nel 2014 ha pubblicato un cyber thriller sotto pseudonimo, “Netcrash”. Cosa l’ha spinta a crearsi un’altra identità e come è stato accolto questo suo lavoro?

 

Il mio alter ego Mark Ellero in realtà è nato poco prima che “Acqua morta” vincesse il torneo IoScrittore. Io sono un ingegnere informatico, per cui “Netcrash” e il collasso di Internet che descrive è scaturito in maniera naturale dal mio background tecnologico: ho visto (e oggi vedo ancora di più) i pericoli di quando ci si affida troppo alla tecnologia. Quanto all’uso di uno pseudonimo, è una consuetudine che fa omaggio alla fantascienza degli anni Cinquanta e Sessanta, in cui per un autore italiano era d’obbligo camuffarsi da straniero, pena l’irrilevanza.

 

Data la complessità del tema affrontato con quel romanzo le chiedo quanto è stata impegnativa la sua realizzazione e se prevede in futuro di pubblicare altre storie come Mark Ellero.

 

Sì, scrivere Netcrash è stato faticoso, e affermare che ha avuto una genesi complicata sarebbe un eufemismo: il romanzo è nato nel 2012, è stato poi riveduto nel 2014, nel 2016, nel 2017 e infine nel 2020, quest’ultima edizione in occasione dell’uscita della traduzione americana del romanzo. Al solito, nella Nota dell’autore in fondo al libro racconto tutti i retroscena…

Ho parecchie idee cyber nel cassetto, ma il tempo per scriverle per ora non c’è. Aldani incombe.

 

 

Rimanendo sul tema della modernità, viviamo in un’epoca dominata dai social network. Cosa ne pensa e qual è il suo rapporto con questa realtà?

 

Come dicevo, sono un ingegnere informatico e la mia visione della modernità che stiamo vivendo (mettiamoci pure dentro i social, ma soprattutto l’onnipresente intelligenza artificiale) è alquanto particolare e pessimistica. L’IA, in effetti, sarebbe un tema perfetto per un pessimistico cyber thriller alla Mark Ellero.

 

Un’ultima domanda, ringraziandola per la sua disponibilità: tutti conosciamo Venezia ed è indubbio il suo fascino ben rappresentato filmicamente e non solo, ma qual è l’aspetto di questa città che secondo lei merita di essere conosciuto o riscoperto e cosa la rende così suggestiva per la creazione di nuove storie?

 

Premetto che Venezia è una città impossibile che non dovrebbe nemmeno esistere o, per dirla in altro modo, che esiste a dispetto della realtà. Ciò di cui la mia amata Venezia avrebbe estremo bisogno sarebbe semplicemente il riconoscimento che non è un parco giochi o un museo a cielo aperto, ma una città vera in cui vivono i veneziani. Basterebbe questo. E forse tutti i problemi di overtourism, gentrificazione e carenza di alloggi troverebbero soluzione.

Venezia andrebbe conosciuta per quello che ormai fatica a essere: una città vissuta dai veneziani. Tutte le storie vengono poi di conseguenza.

Intervista di Enrico Spinelli

 

Il Commissario Nicola Aldani – Michele Aldani

La narrativa gialla vista dalla parte di chi indaga – Il commissario Nicola Aldani

 

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