Abbiamo intervistato Maria Letizia Musu e approfondito la sua proposta narrativa partendo dall’ultima opera “Pallottole, ore buche e polpette vegane”

Abbiamo intervistato Maria Letizia Musu e approfondito la sua proposta narrativa partendo dall’ultima opera “Pallottole, ore buche e polpette vegane”

 

Maria Letizia Musu

 

Intervista n. 314

 

Buongiorno e grazie per aver accettato questa intervista. Le chiederei di presentarci il suo nuovo romanzo “Pallottole, ore buche e polpette vegane”

Buongiorno a voi, grazie per l’invito.

‘Pallottole, ore buche e polpette vegane’ segna il ritorno di Bianca e Giovanna nel terzo capitolo della mia serie di cozy mystery. Si tratta di gialli in cui l’indagine è affidata a investigatrici decisamente atipiche: due professoresse di scuola media che, tra un consiglio di classe e una correzione, si ritrovano a dover districare matasse criminali. Ho scelto di raccontare il crimine con uno sguardo più leggero e ironico, dove la tensione del mistero si sposa perfettamente – o quasi – con le assurdità del quotidiano.

 

 

 

Come racconterebbe a chi non le conosce, le detective improvvisate Bianca e Giovanna e quello “ufficiale” Antonio Mancini?

Bianca e Giovanna sono, prima di tutto, due insegnanti che hanno imparato a gestire l’imprevedibilità di una classe di adolescenti: un ottimo allenamento per affrontare un omicidio. Bianca, la mia professoressa di lettere, è la voce della ragione, cauta, metodica e profondamente legata al rispetto delle regole; il suo è un percorso di resistenza, deve sempre essere spronata a buttarsi. Al contrario, Giovanna, docente di matematica e scienze, è l’istinto puro, la componente ‘selvaggia’ che trasforma la logica scientifica in un’arma di deduzione spesso discutibile, ma efficace.

Poi c’è il povero Antonio Mancini, il vicequestore. Dico ‘povero’ perché, nonostante il suo ruolo ufficiale, è condannato a subire le costanti incursioni delle due prof. La sua è una battaglia persa in partenza: tra un sospettato che non parla e le due insegnanti che non smettono di fare domande, Mancini ha capito che l’unica opzione è arrendersi all’evidenza. Nulla è più inarrestabile di due professoresse in cerca della verità.

 

Questo è il terzo romanzo con questi protagonisti. Una cosa che colpisce subito è inevitabilmente il titolo che in tutte e tre le opere ha in comune l’espressione “ore buche”. Quale connotazione ha questo elemento nei tre romanzi?

Le ‘ore buche’ sono il marchio di fabbrica della serie e, se vogliamo, il vero motore narrativo delle indagini. Nel gergo scolastico, sono quei momenti di sospensione in cui un docente è libero dall’insegnamento: per Bianca e Giovanna, però, quelle ore non sono mai momenti di pausa, ma diventano il loro ‘ufficio investigativo’ clandestino in un’aula non utilizzata, dove fa spesso irruzione il signor Mario, bidello storico della scuola. Mario è il vero ‘database’ della città: un archivio umano vivente, capace di intercettare segreti e retroscena che sfuggirebbero a chiunque altro. Senza le sue incursioni provvidenziali e le sue informazioni privilegiate, le mie due protagoniste sarebbero probabilmente ancora ferme alla prima pagina del mistero.

 

Le altre due parti del titolo comprendono un metodo per uccidere e un elemento o animale o alimentare, come si sposano realtà all’apparenza così distanti?

La scelta dei titoli è stata una sfida creativa stimolante. Volevo che fossero immediatamente riconoscibili, una sorta di firma della serie, ma soprattutto cercavo l’incastro perfetto tra due mondi opposti: la serietà di un crimine e l’assurdità del quotidiano.

Accostare una ‘pallottola’ a una ‘polpetta vegana’ non è solo un esercizio di stile, ma è esattamente la cifra narrativa dei miei libri. L’umorismo serve a bilanciare la crudezza del caso, creando un contrasto che, mi auguro, risulti spiazzante e divertente. In fondo, la vita stessa è un susseguirsi di tragedie minori e piccole banalità, e nel mio mondo narrativo il confine tra le due è sempre molto sottile

 

La figura del detective dilettante è certamente un tema forte della narrativa moderna e si scontra con una realtà dove spesso né i titolari né gli improvvisati riescono a cavare un ragno dal buco. A cosa e dovuto secondo lei questo marcato divario tra fantasia e realtà?

Credo che il fascino del detective dilettante risieda proprio nell’immedesimazione: il lettore pensa: ‘Se possono farcela loro, allora potrei farcela anch’io’. È una questione di vicinanza. Le mie protagoniste non sono supereroine, ma persone comuni che si ritrovano catapultate in situazioni straordinarie, spesso quasi loro malgrado.

Il divario tra la realtà e la narrativa è innegabile, ma nel mio caso cerco di mantenere i piedi per terra: Bianca e Giovanna non risolvono i casi grazie a intuizioni geniali da telefilm, ma tra mille tentativi, errori grossolani, improvvisazioni caotiche e, diciamolo, un pizzico di sana fortuna. È proprio quell’imperfezione, quel procedere a tentoni, che rende le loro indagini così umane e, credo, anche più divertenti da seguire.

 

Lei ha una produzione letteraria molto nutrita e ha affrontato diverse serie narrative, quale “mappa immaginaria” fornirebbe a un lettore neofita per orientarsi nella sua proposta letteraria?

Se dovessi tracciare una mappa per chi si avvicina per la prima volta al mio mondo, suggerirei di partire da quello che sento più vicino alla mia voce attuale: la serie delle professoresse. È il punto di ingresso ideale per chi cerca ironia, leggerezza e quel pizzico di suspense che caratterizza il mio stile di oggi. Consiglio quindi di iniziare dal primo volume, ‘Omicidi, ore buche e calamari fritti’, per poi seguire l’evoluzione delle indagini di Bianca e Giovanna.

Tuttavia, chi volesse esplorare sentieri differenti troverebbe una bella sorpresa. Per gli amanti della storia e del respiro epico, ho dedicato due saghe al passato, dove il rigore della ricerca si intreccia con la narrazione: in particolare, la saga di Burgos permette di immergersi nella Sardegna giudicale, arricchendo il racconto con una suggestiva componente fantasy. Diciamo che la mia produzione è un invito: si può partire dal giallo umoristico per poi scoprire, se si ha voglia di viaggiare nel tempo, le mie incursioni in mondi più antichi e fantastici.

 

Quali sono gli elementi fondamentali per un buon giallo? E quanto è importate la caratterizzazione dei personaggi?

È una domanda da un milione di dollari! Se penso al giallo dal punto di vista di lettrice, le mie priorità sono chiare: non si può far aspettare troppo il lettore, il primo ‘imprevisto’ deve arrivare entro le prime 20 pagine. Un giallo che si rispetti ha bisogno di un motore che si accenda subito.

Per quanto riguarda la caratterizzazione, è il cuore pulsante dell’opera. Nei cozy mystery in particolare, preferisco che i personaggi si rivelino gradualmente, quasi come se si sbucciasse una cipolla, permettendo al lettore di familiarizzare con loro con calma. E poi c’è il mio vero pallino: i dialoghi. Adoro scrivere battute che non servano solo a far avanzare la trama, ma che lascino trapelare il carattere, i segreti e le nevrosi dei personaggi. Per me, un buon dialogo è il luogo dove la storia prende davvero vita.

 

Lei ha anche partecipato all’iniziativa editoriale “10 killer in famiglia”. Ci può spiegare in cosa consiste e cosa le ha lasciato come esperienza?

Partecipare a ’10 killer in famiglia’ è stata un’esperienza tanto stimolante quanto complessa. Si trattava di un progetto corale molto particolare: avevamo delle linee guida precise e dovevamo muoverci all’interno di un universo narrativo in continua evoluzione, dato che ogni autore aggiungeva tessere al mosaico.

La sfida principale è stata far convivere la mia cifra umoristica con personaggi che avevano già connotazioni ben definite e, talvolta, poco inclini alla leggerezza. È stato un esercizio di stile notevole: dover manovrare in un ‘cosmo’ senza perdere la mia voce. La soddisfazione più grande, però, è nata a margine della scrittura: grazie a questa iniziativa ho incontrato colleghe meravigliose, con cui è nata una vera e propria sorellanza letteraria: ‘Le signore del Mistero’. Siamo un gruppo di scrittrici di cozy mystery che si supporta a vicenda. È stata, insomma, una sfida che mi ha regalato molto più di una semplice storia.

 

 

Viviamo in un’epoca di relazioni virtuali e di scambi/scontri di opinione soprattutto sui Social, qual e il suo rapporto con questa realtà?

Vedo i social come un ponte indispensabile, specialmente per chi, come me, ha scelto la strada dell’autopubblicazione. Sono lo spazio in cui posso accorciare le distanze con i miei lettori e far conoscere il mio lavoro in modo diretto.

Per quanto riguarda il clima che vi si respira, preferisco osservare da una certa distanza: non è nel mio carattere cercare il conflitto o la polemica. Credo che ci sia già abbastanza tensione nel mondo – e nei miei gialli! – quindi, quando entro in rete, preferisco puntare sulla leggerezza e sul dialogo costruttivo piuttosto che sulla competizione. Alla fine, il mio obiettivo è sempre lo stesso: scrivere storie che facciano sorridere e pensare, e i social sono il luogo perfetto per condividerle, preferibilmente senza troppi ‘delitti’ digitali.”

 

Come ultima domanda, ringraziandola per la disponibilità e tornando al suo curriculum narrativo, le chiedo cosa la spinge a scrivere un nuovo episodio di una serie o, al contrario, a iniziarne una nuova, quali le aspettative e le opportunità dietro l’una e l’altra scelta.

Scrivere un nuovo capitolo di una serie consolidata è un po’ come tornare in una casa accogliente dopo un lungo viaggio: conosci ogni angolo, sai esattamente come si muovono i protagonisti e ti senti tra amici. C’è una forma di conforto in quella familiarità, un piacere rassicurante nel ritrovare Bianca e Giovanna e vedere dove le porterà il loro prossimo pasticcio.

Iniziare una nuova serie, invece, è come lanciarsi con il paracadute: c’è l’adrenalina dell’ignoto, la necessità di dare vita a voci nuove e la sfida di costruire mondi da zero. È un esercizio di rigenerazione fondamentale per la mia creatività. Se scrivessi ora il quarto volume delle professoresse, sento che mi mancherebbe quel ‘quid’ di novità di cui ho bisogno per mantenere vivo l’entusiasmo. Alternare i due percorsi è il mio segreto per non smettere mai di divertirmi e, spero, di divertire chi legge.

Grazie a voi per quest’opportunità.

Intervista di Enrico Spinelli

 

 

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