Abbiamo intervistato Marco Atzeni, in occasione dell’uscita del suo ultimo romanzo Nina e Tonino

Intervista n. 309
Buongiorno e grazie per aver accettato questa intervista. Le chiederei prima di tutto di presentarci il suo nuovo romanzo “Nina e Tonino”.
Buongiorno e grazie a voi per l’invito. “Nina e Tonino” è un romanzo ambientato nella Sassari di inizio Novecento, tra mistero, disagio umano e atmosfere a tratti soprannaturali. Tutto parte da un omicidio, ma andando avanti il lettore capisce che il vero cuore della storia è il percorso emotivo di Nina e il legame con suo fratello Tonino. Ho cercato di raccontare una vicenda intensa e profondamente umana, dentro una dimensione storica e popolare a cui sono molto legato.

Quali sono le caratteristiche principali da sottolineare dei due protagonisti Nina e suo fratello Tonino?
Nina è una ragazza minuta, molto fragile nell’aspetto, ma dentro ha grande forza e capacità di resistere. Sembra essere nata solo per soffrire. Nonostante ciò, ha senso di protezione verso chi considera più debole. Tonino invece è fisicamente imponente, ma allo stesso tempo estremamente delicato e sensibile. Convive con una patologia psichiatrica e conserva una purezza che era importante raccontare. Il loro rapporto è il vero centro emotivo del romanzo. Non a caso ho scelto un titolo semplicissimo, formato solo dai loro nomi: volevo che fosse chiaro fin da subito che tutto ruota attorno a loro, come a chiudere fuori il resto del mondo.
La storia, ambientata a Sassari nei primi anni del ’900, parla molto di ingiustizia e di voci non ascoltate: come le è venuta l’ispirazione?
Leggendo documenti e vicende del passato, mi colpiscono sempre le storie dimenticate e le persone finite ai margini. Nella vita quotidiana mi tormento con una domanda ricorrente “E se fossi io al posto di quel tale, agirei come lui?”. La società di allora era ancora più rigida e classista di oggi, e volevo raccontare proprio certe fragilità umane che spesso tendiamo a nascondere: la diffidenza, l’egoismo, il pregiudizio, ma anche l’altruismo e la capacità di sacrificarsi per gli altri. In particolare, sentivo il bisogno di affrontare temi duri come la condizione della donna povera nei primi del Novecento, i soprusi e il disagio psichico vissuto da famiglie prive di strumenti economici e culturali. Argomenti forse rischiosi, ma sentivo di doverlo fare. Gli eroi, ieri come oggi, come dice quella famosa frase, non sono quelli col mantello.
Molta importanza è data all’elemento psicologico e al confine labile tra giusto e sbagliato. Quanti e quali agganci vi trova con la realtà odierna?
Devo ammettere che mi viene chiesto spesso se ciò che racconto voglia essere un monito col presente. In realtà, amo scrivere di vicende del passato e solo a quelle penso, non ho desiderio di fare parallelismi col presente. Anche perché, direi, il lettore fa poi da solo i confronti tra ieri e oggi, senza che sia io a doverlo imbeccare. A voler comunque essere precisi, nel romanzo si parla di fragilità, sofferenza psichica, giudizi affrettati e persone che non vengono ascoltate davvero. Cambiano i tempi e cambiano i modi, ma certe dinamiche collegate a quei problemi restano molto simili, come il senso di abbandono e di desolazione. Aggiungo, in generale, che mi interessava raccontare personaggi che non fossero mai completamente “buoni” o “cattivi”, ma profondamente umani, con le loro paure, i loro errori e le loro contraddizioni. Anche le persone di oggi sono così e sempre lo saremo.
È di due anni fa la pubblicazione di “Le due città”: quali elementi ritornano anche in “Nina e Tonino” e quali sono invece le principali differenze?
I due romanzi non condividono personaggi o trama, ma hanno atmosfere comuni. Ritornano la Sassari storica, certe sfumature gotiche, il mistero e il rapporto tra realtà e soprannaturale. Il contatto mai chiaro tra vivi e morti. Per quanto riguarda l’aspetto più tecnico, la differenza principale è che la trama di “Nina e Tonino” ha una struttura più lineare e più progettata rispetto a “Le due città”, che invece era nato in modo molto più istintivo e curiosamente confusionario. Non ritengo che una sia meglio dell’altra, hanno caratteristiche diverse. La maggior linearità di “Nina e Tonino” credo che ad esempio consenta a più lettori di farsi trasportare dalla trama, anche se non appassionati di mistero o fantasy.

Guardando a monte, cosa cerca di trasmettere con le sue storie? Cosa la colpisce al punto da volerla trasporre sulla carta stampata?
Credo che ciò che mi spinga a scrivere sia soprattutto il desiderio di raccontare i contrasti dell’animo umano e della società. Mi colpiscono le persone imperfette, fragili, vere nei loro difetti. Ho grande rispetto per chi soffre e nella vita non è stato fortunato. Parlo di problemi di salute o economici, o chi soffre lutti gravissimi. Quando incontro una vicenda, un dettaglio storico o una situazione umana che continua a restarmi dentro, sento il bisogno di svilupparla. Spero sempre che il lettore, chiudendo il libro, porti con se una riflessione o un’emozione sincera. Magari dica “A questo non ci avevo mai pensato in questo modo…”. Mi rende felice sapere che la storia di Nina e Tonino stia coinvolgendo molti lettori e alcune persone mi emozionano dicendo di aver pianto. I lettori sono molto sensibili.
Oggi comunicazione e confronto passano spesso per i social. Qual è il suo rapporto con questa realtà?
Ho un rapporto molto positivo con i social, soprattutto grazie alle persone che mi seguono. Anzi, non mi vergogno di dire che l’intero mio “progetto” è figlio dei social. E sui social ho trovato lettori affettuosi e partecipi, che mi hanno sostenuto tantissimo. Ricevere un messaggio o vedere una foto di qualcuno con il libro in mano continua a emozionarmi molto. Oggi il passaparola online è fondamentale e permette di raggiungere moltissime persone in poco tempo. Ammetto, con un po’ di pudore, che in tutta la mia “carriera” da scrittore ho fatto solo due o tre presentazioni classiche (quelle con le “sedie”, come le chiamo io), un ritmo che altri scrittori hanno forse in una settimana. A oggi, il 90% del mio impegno promozionale è concentrato sui social tramite foto, post, commenti, messaggi con i lettori e sono sbalordito dei risultati. Naturalmente credo anche che i social vadano usati con equilibrio, perché il rischio di trasformare la comunicazione in qualcosa di ripetitivo o pesante esiste sempre. Come tutti gli strumenti potenti, va maneggiato con molta attenzione. Comunque, se mi si chiedesse se un libro (o qualsiasi altra forma d’arte) possa oggi sperare di farsi conoscere senza passare dai social, rispondo “no, non è possibile”. Oggi i social sono quello che era la televisione negli anni ‘80”.
Un’ultima domanda, ringraziandola per la disponibilità. I suoi due romanzi sono ambientati a Sassari: quali caratteristiche rendono questa città ideale come teatro delle sue storie?
Sassari, come altri centri italiani di media dimensione, ha forza narrativa. È una città fatta di contrasti, di vicoli, di palazzi antichi, di storie popolari e di memorie che rischiano di essere dimenticate. Di angoli lucenti e altri molto bui. Ha scorci eleganti e altri inquieti, e questo la rende perfetta per il tipo di storie che amo raccontare. Chi viene da fuori spesso conosce poco la sua storia più antica, le sue atmosfere e il modo di vivere della gente di un tempo. Anche chi la abita, per ovvie ragioni, tante cose di oltre un secolo fa non può saperle, allora, nel mio piccolo, spero anche di contribuire a mantenere vivo l’interesse verso questo patrimonio umano e storico così ricco. Se ci sono riusciti gli americani, a farci innamorare delle loro città fatte ci cemento e acciaio, perché non possiamo riuscirci noi con i nostri vicoli?
Intervista di Enrico Spinelli


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