
1 Prima di tutto grazie per aver accettato questa intervista. Date le tante sfaccettature artistiche che ti riguardano come prima cosa ti chiederei di presentarci il tuo percorso formativo e il tuo background culturale.
Ciao Enrico, grazie a te per questa bella opportunità, apprezzo molto il lavoro che svolgi nel tuo caffè letterario, e quanto scrivi su questo bel portale di cui oggi sono ospite. In realtà, i miei studi originari vertono su tutt’altro rispetto a ciò di cui mi occupo abitualmente a livello culturale. Da ragazzo frequentavo l’Istituto tecnico agrario, dopodiché ho seguito un percorso di studi presso un’accademia di Brescia per circa tre anni, che mi sono serviti ad acquisire le competenze necessarie in ambito di fisiologia, biomeccanica, nutrizione e in generale nella cosiddetta scienza dell’esercizio, per svolgere il lavoro di preparatore specializzato nel campo del body building e della prestazione atletica mirata alle esigenze dei fighters. Un percorso che ho ampliato – e che continua tutt’ora – con studi individuali, rifacendomi a testi sia in italiano che in inglese frequentemente di livello universitario. Nella vita, oltre a questo lavoro conduco un’attività familiare, per la precisione abbiamo un negozio di parrucchiere alle porte del centro storico di Firenze. Tuttavia, in aggiunta alla mia predisposizione verso gli studi scientifici ho sempre manifestato una forte propensione per le cosiddette materie umanistiche, in particolar modo per la letteratura, la filosofia e la psicoanalisi. Anche qui, ho svolto, e continuo a svolgere, un percorso di studi autonomi che dura da circa dieci anni, dedicando allo studio almeno tre ore al giorno (dalle 5 alle 8 di mattina circa), talvolta anche 4/6 ore. Inizialmente studiavo ciò che più mi interessava, cosa che tra l’altro ho sempre fatto fin dalla più tenera età, grazie a un’impostazione innata e agli stimoli iniziali di mio padre. In questi ultimi dieci anni invece ho preso la faccenda sul serio e ho strutturato, soprattutto per la parte filosofica e storica, un vero e proprio percorso di studio tarato su livelli accademici, con ordine, rigore e disciplina assoluta. La vena poetica ha seguito la scia di questa mia naturale predisposizione, a cui anche qui ho affiancato rigorose letture tecniche, in particolare nel campo della metrica classica e, in ogni caso, della poesia in senso lato. Resto della convinzione che “tutto è uno, e uno è tutto”, dunque niente che esista potrà mai risultarmi estraneo o incomprensibile. È l’azione che modella l’essere, e un’azione autentica, pura, non si pone limiti. Per quanto riguarda invece il mio percorso artistico, svolto anche questo da autodidatta, nasce inizialmente dall’esigenza di dare uno sguardo al mio mondo interno; questione che si fece cogente nel momento del crollo depressivo a cui non ho affiancato alcuna terapia, se non i miei studi, rinforzati su tutti i fronti, e la mia arte come “mezzo a un fine”. Strumento introspettivo e, in seguito, via di ascesi spirituale. Ho vissuto ogni giorno come una prova.
Questo stralcio di aforisma di Nietzsche ne riassume l’esito:
“(…) La mia mano afferrò il serpente e lo tirò a sé — invano! Non riuscii a strapparlo dalla gola. Allora involontariamente gridai: «Mordi con tutta forza: Mordi!
«Stacca coi denti la testa! Mordi con forza», così gridava qualche cosa in me; il mio orrore, il mio odio, il mio ribrezzo, la mia pietà, tutto il bene e tutto il male in me s’unirono in un sol grido.
(…) Ma il pastore morse, come gli aveva consigliato il mio grido: egli morse per bene! Lontano da sé egli rigettò la testa del serpente: — e sorse in piedi. (…)”
[Friedrich Nietzsche. Così parlò Zarathustra, Un libro per tutti e per nessuno. Milano, Fratelli Bocca Editori, 1915.]

2 Quali sono state le tue prime esperienze in campo editoriale e come sei arrivato ad Alessandria Today?
Le mie prime esperienze in campo editoriale sono giunte tramite pubblicazioni in antologie, in seguito alla vittoria di vari premi nazionali e internazionali o, comunque sia, di buoni piazzamenti. Alcuni di questi sono il premio indetto dalla casa editrice Pagine di Roma, il premio Per troppa vita che ho nel sangue dedicato alla figura di Antonia Pozzi, e poi ancora il Premio Internacional de poesia inédita Galaxia, il Premio Penna d’Autore, e molti altri, tra cui candidature di pubblicazione al prestigioso Premio Mario Luzi, una menzione d’onore e rispettiva pubblicazione per il premio indetto annualmente presso l’Accademia delle belle arti di Firenze (La casa di Dante); un riconoscimento della regione Toscana conferito direttamente dall’assessore di Giani presso il comune di Scandicci per una delle mie opere poetiche, e il mio impegno culturale nella diffusione della poesia (ho indetto ben tre premi letterari e sono stato giudice in vari concorsi, tra cui uno di livello accademico-universitario dedicato alla figura del poeta Virgilio). Tagliando breve, queste esperienze mi hanno appunto condotto a essere inserito in varie opere collettive, fino al giorno in cui ho firmato due sillogi complete, con una casa editrice di Milano, la VJ edizioni: Istanti Ripetuti (2022) e i Frutti del Lutto (2023). Inoltre ho rilasciato un catalogo artistico con molte mie opere, affiancate da alcune riflessioni e poesie, coadiuvato dal patrocinio della casa editrice fiorentina Press&Archeos (2022). Attualmente invece sto lavorando alla mia quarta opera, una sorta di raccolta di testi oscillanti tra poesia vera e propria, e prosa poetica, sulla scia dei Canti orfici di Dino Campana, con allegati alcuni saggi brevi sulla poesia e l’arte osservate sotto il loro aspetto ontologico-metafisico, sconfinando leggermente nell’esoterismo. Alessandria Today è stata un’occasione che mi è capitata a seguito delle pubblicazioni appena menzionate. Premetto che la linea editoriale è diversa dalla mia Weltanschauung (“Visione del mondo”) di riferimento; tuttavia mi è stata conferita piena libertà nelle mie materie (poesia, filosofia, storia, psicoanalisi, etica politica, esoterismo, ecc.ecc.) e dunque ho deciso di aderire ugualmente alla rivista. Quel che conta è la fedeltà all’idea, e sul giornale di Pier Carlo Lava, a differenza di altri luoghi in cui ho scritto (ho pubblicato articoli anche in associazioni culturali che si fregiano, impropriamente, di irrilevanti riconoscimenti accademici) la mia fides resta intatta, e così continuerà a essere fino alla fine dei miei giorni, in qualunque luogo io decida di portare il mio contributo.

3 Quali sono i temi da trattare che ti affascinano di più è quanto lavoro di ricerca richiedono?
Premesso che tutto nasce dal quantitativo di studio giornaliero che ho già reso noto nel rispondere alla prima domanda, i temi che più mi premono sono quelli inerenti alla spiritualità. Da qui tutto discende a cascata: etica politica, esoterismo, psicoanalisi come strumento ermeneutico e sotto un’ottica riconducibile al trascendente; storia/storiografia (con particolare attenzione per ritratti di personaggi illustri), ermeneutica dell’attualità, e soprattutto la grande Tradizione e tutte le diramazioni sapienziali a essa connesse. Tradizione da non intendersi come un qualcosa di necessariamente preformato e fisso nei suoi caratteri, una serie di usanze morte di epoche ormai scomparse: al contrario, come crogiolo di valori immutabili inscritti in un orizzonte atemporale. Valori da riscoprire in un’originarietà elementare che non è diversa da ciò che noi stessi siamo. Principi immutabili, e mutabili, alla stregua del nostro stesso atto creativo.
4 Il saggio è un tipo di elaborato spesso percepito come complesso o di difficile fruizione. Tu riesci, grazie a una prosa elegante a cui si sposa un certo talento divulgativo, a rendere il tutto meno complesso senza banalizzare l’argomento che tratti. Quali sono le sfide che ti poni nell’approcciarti a un argomento e quali le difficoltà e le opportunità nell’affrontare un certo argomento?
Mi sento estremamente coinvolto in tutto ciò che esiste, è esistito e che penso esserci nel futuro; per la verità non scorgo differenza alcuna tra me e questi oggetti di conoscenza, così come non concepisco la suddetta tripartizione della temporalità. Tra il soggetto della conoscenza (l’Io) e l’oggetto, non vedo distinzione, casomai la moltiplicazione di un’unica potenza (che non si discosta dall’Io). Dunque lo sforzo è minimo per me, in quanto non sussiste alcuno iato tra ciò che sono e ciò che tratto, tra la mia potenza – cupidità direbbe lo Spinoza dell’Etica, benché io guardi a essa sotto l’ottica dello spirito, quindi non solo conservazione del proprio essere empirico, essendo questa secondaria – e la potenza della realtà (vi è realtà oltre me?) che mi circonda. Scrivere un saggio non è altro che un continuare a essere ciò che sono. Sfide non me ne pongo, cerco semplicemente di, per dirla con Nietzsche, “divenire ciò che sono”; Schelling, probabilmente, invece specificherebbe, rimodellando la lezione platonica, di divenire coscienti di ciò che già si è, quasi in un senso di recupero e riappropriazione del rimosso. Divenire integralmente consapevoli della propria originarietà. L’approccio ai miei saggi invece è calibrato su due piani. Alcuni, più divulgativi, come tu affermi, mirati a un tipo di comunicazione essoterica, che ben si adatta ad Alessandriatoday. Altri invece esoterici, diretti a un pubblico che ha padronanza di quelle che Evola definiva le “forze sottili”. In ogni caso, perfino le mie trattazioni essoteriche contengono sempre dei nuclei esoterici… Nei vuoti, sarà l’atto creativo di ciascuno a scovarli.
5 Nel tuo percorso letterario trova spazio anche la poesia. Quali sono le tue principali fonti di ispirazione e quali i poeti a tuo dire meritevoli di essere (ri)scoperti?
Traggo ispirazione da tutta la poesia classica, a partire dai poeti greci, latini fino a quelli in lingua italiana. Amo la metrica e le strutture eleganti della parola, entro in “funzione di possesso” (non la si intenda in senso materialistico, bensì in quello nietzschiano de La gaia scienza) con tutto ciò che possiede una forma, dunque una funzione del limite, e che ben si adegua al mio gusto; serbo dentro di me perfino quel novero di strutture dei poeti che non gradisco, nonostante non le lasci vivere tramite la mia persona sul piano empirico. Gli autori che più hanno influito sulla mia produzione poetica sono stati Giovanni Pascoli per lo stile; Gabriele D’Annunzio per stile e contenuti, e Dante per profondità e ampiezza di significati, nonostante lui sia guelfo e io ghibellino. I poeti degni di essere riscoperti? Moltissimi, ne menziono quattro estremamente diversi tra loro, giusto per fare qualche nome: il già citato D’Annunzio (necessita di essere approfondito e ricondotto alla sua portata originaria, non tanto riscoperto come nome), Corrado Govoni, Ezra Pound ed Hölderlin (qui la poesia diviene mezzo di ricongiunzione con le origini, come ben ha evidenziato Heidegger).

6 Come il saggio- e in ambito prettamente narrativo il racconto- anche la poesia talvolta viene scansata perché ritenuta di difficile comprensione, eppure qual è il valore di un tipo di componimento che, se vogliamo, è tra le forme più antiche di letteratura?
La parola poesia deriva dal latino poësis, che a sua volta proviene dal greco antico ποίησις (poíēsis), il cui significato è “creazione”, “composizione” o “produzione”. Questo termine greco origina dal verbo ποιέω (poiéō), che significa “fare”, “creare” o “produrre”. Originariamente, quindi, la poesia indicava l’atto creativo, il fare qualcosa dal nulla, non semplicemente la scrittura di versi, o la compulsiva evacuazione dei propri sentimenti, bensì il gesto stesso del generare, del portare all’essere. Il poeta, in greco ποιητής (poiētēs), era concepito come il creatore per eccellenza, alla stregua di un demiurgo. E – come abbiamo mostrato nei vari articoli in cui analizzavamo la potenza dell’Io assoluto – a seconda della posizione topica da cui viene esperito il centro della sua azione, il poeta può ascendere all’Uno (azione metanoica). Nel tempo, il termine poesia assunse il significato più specifico di creazione attraverso la parola. Ma, come abbiamo appena visto, il suo senso non si esauriva qui. Sta a noi cogliere e appropriarci dell’orizzonte verso cui si protende. Nell’antichità – come ricordava anche Heidegger in La questione della tecnica – con ποίησις ci si riferiva realmente a qualunque forma di produzione artistica o artigianale, tant’è che veniva inserita tra le cosiddette technai (τέχναι) — le arti tecniche: Medicina, Architettura, Musica, Poesia, Retorica, Pittura, Scultura, Tessitura, Navigazione, Strategia militare, Agricoltura, Politica. La poesia quindi, non necessariamente, ma può, ha facoltà, di ricongiungere il soggetto alle sue origini, alla nuda potenza che altro non è che possibilità scaturente da una capacità di azione assoluta, ineffabile, che tutto crea, distrugge e anima senza creare, distruggere, e animare alcunché se non sé stessa. Il processo creativo della poesia, muovendosi su forze sottili è quanto di più limitrofo esista a tale potenza. La potenza è il principio di ciò che si manifesta nel mondo fenomenico, è Nous, che, se nella grammatica di Plotino è quanto vi sia di più vicino all’Uno, benché non ancora l’Uno, per pensatori come Hegel ed Evola, per esempio, è il principio stesso dell’Uno.
7 Di contro va detto che capita che ci si “improvvisi” poeti mettendo una serie di concetti in forma di versi, spesso ricercando la rima facile, quanto è impegnativa la realizzazione di un vero componimento e quanto possono bastare anche poche parole messe nel modo e nel posto giusto a esprimere un tema (e qui mi allaccio a uno dei miei “maestri”, Giuseppe Ungaretti)?
A mio avviso, le vette liriche sono state sfiorate quando si è prediletto sintesi e condensazione rispetto alla diluizione dei concetti su un numero ampio di versi e strofe. Questo ovviamente non significa che una poesia più articolata non sia valida, poiché tutto risulta in funzione dello scopo che si prefigge lo scrittore, e, inoltre, quando i concetti da esprimere sono molteplici può essere necessario, ovviamente, allungare il componimento; ciò è doveroso specificarlo per scansare il rischio di scadere nel banale e far passare, per esempio, i testi di un Rilke come qualcosa di non adeguato, quando in realtà il loro valore è inestimabile. La potenza dell’Essere, così come di ogni altra cosa pensabile, risiede nell’essenza, non tanto nei dettagli, i quali esistono soltanto in funzione della prima. Ungaretti, da te qui menzionato, aveva un linguaggio estremamente accessibile – forse in tal senso distante dal mio, in quanto mi adopero perlopiù, per ragioni estetiche che adesso ci porterebbero troppo lontano, con termini meno ordinari – ma sicuramente in grado di toccare il nucleo dei concetti e della realtà in generale, ed è per questo che le sue poesie entrano sotto pelle e continuano tutt’ora ad ardere dall’interno: ardono perfino chi non le hai mai lette. Non si pensi tuttavia che ciò sia alla portata di chiunque, al contrario, richiede molta concentrazione e un adeguato contatto con il proprio Io più profondo e, nel caso di Ungaretti, perfino una certa abilità tecnica che si protendeva al di là della semplice scelta di parole adeguate, e della sua proverbiale capacità di condensazione. Ungaretti, com’è noto, frequentemente aveva l’abitudine di spezzare i versi canonici della metrica classica su più versi di breve durata… di banale vi era ben poco, tuttavia preferisco fermarmi qui, poiché sono cose già enucleate da numerosi studiosi, e a cui io niente avrei da aggiungere in termini di contributi.
8 Non va dimenticata la tua esperienza nel mondo della pittura e i tuoi quadri colpiscono per una sorta di convergenza tra impressionismo ed espressionismo. Cosa ti spinge ad approcciarti a una tela bianca, e quali sono le emozioni più ardue e suggestive da trasmettere?

Per quanto concerne la mia arte, come ho accennato nel rispondere alla prima domanda, tutto nasce dall’iniziale esigenza di dare uno sguardo al mio interno – esigenza che, ribadisco, si fece cogente nel momento del crollo depressivo a cui non ho affiancato alcuna terapia – e, in seguito, evoluta a mezzo di ascesi spirituale. Per la precisione, le mie opere pittoriche affondano le radici nell’espressionismo tedesco, in particolar modo nella corrente Die Brücke (Il Ponte), con predilezione per la pittura di Emile Nolde ed Erich Heckel; e altresì nel movimento Der Blaue Reiter (Il Cavaliere Azzurro), per quanto pertiene i suoi risvolti simbolici. Inoltre amo particolarmente giocare con la materia, infatti a un occhio attento molti miei quadri, perlomeno parzialmente, risultano di frequente orientati verso orizzonti materici, in tal senso non nascondo di essere estremamente attratto dal neoespressionismo (Neuen Wilden) di Anselm Kiefer; bensì anche da Georg Baselitz, seppur questo sia meno materico, e dunque la nostra corrispondenza si rifletta perlopiù sul fronte figurativo (ma non solo). Ovviamente, come hai fatto acutamente notare, anche l’impressionismo gioca un suo ruolo. Non a caso, uno dei metri di paragone con cui valuto i miei quadri, è quello dell’impatto visivo immediato: se il primo sguardo verso una mia creazione mi comunica l’impressione che desidero trasmettere, allora la ritengo riuscita — Van Gogh in tal senso è la mia stella polare. Comunque sia, l’artista a cui in assoluto devo di più, è Edward Munch, antesignano di tutta la corrente espressionista. Per quel che concerne la difficoltà nel mettere su tela determinate emozioni rispetto ad altre, non saprei tuttavia che rispondere, poiché dipingo esclusivamente ciò che sono, e ciò che sono non può e non deve risultarmi arduo… considerato anche il fatto che sento di essere tutto e niente, ovunque e da nessuna parte… presente, e assente.
9 Non posso non menzionare il tuo lavoro di recensore musicale per il portale di metal.it. Pur trattando un genere estremo, certamente lontano dal mainstream, le tue analisi sono molto curate nelle parole, nelle espressioni e nell’analisi puntando molto sulle reazioni emotive che un certo ascolto può provocare. Credo che una recensione per dirsi tale debba sì presentare un lavoro ma al contempo riuscire nel difficile compito di mettere le proprie emozioni e suscitarne altrettante nel lettore, coda pensi a riguardo?
Osservazioni interessanti Enrico, apprezzo la domanda, tuttavia cercherò di rispondere senza dilungarmi eccessivamente, anche per non tediare i nostri lettori in discorsi che per essere esaustivi dovrebbero assumere le vesti di veri e propri saggi. In ogni caso, quando scrivo un articolo in merito a un LP, innanzitutto ricerco una certa onestà storiografica – se il lavoro ha un rilievo adeguato ovviamente – e, soprattutto, tento di “ridestare” (espressione cruciale nel mio sistema filosofico) in me stesso non tanto la mia emozione come soggetto empirico che sta, per esempio, discorrendo piacevolmente con te in questo momento, bensì in quanto soggetto che, volendomi forse indebitamente appropriare di alcune espressioni del Gentile (cosa che in realtà ho già fatto in più passaggi della nostra intervista), si moltiplica nell’atto. Per definire il concetto con maggiore accuratezza, oserei affermare che entro in rapporto di identità con l’”altro”, in tal caso con il gruppo, pur restando al contempo in me stesso – tutte distinzioni fittizie, vista che separazione tra sé e non sé non è, in profondità, concepibile – così che l’emozione che viene intuita in un lampeggiamento, sgorghi dalla penna al foglio e questa sia non tanto l’impressione di James come James, ma rappresenti esattamente quella che è l’emozione del musicista che ha inciso i brani, e se così è, deve essere autentica e reale: guai a pensare a una frivola recita, in quanto il punto dell’altro viene fatto proprio, e come tale vissuto, quindi in una modalità autentica, immediata, Reale. Ciò ovviamente implica anche una riplasmazione di tale contenuto ad opera della mia soggettività, soggettività tuttavia che cerco, pur fallendo di frequente, di tener costantemente fissata al piano dell’impersonalità attiva propria dell’Essere assoluto.
10 Abbiamo parlato di portale ed è innegabile che oggi gran parte della comunicazione e del confronto/scontro passi attraverso i Social. Qual è il tuo rapporto con questa realtà?
Il mio rapporto con questa modalità di comunicazione è pessimo, poiché non amo questa forma di astrazione dalla realtà. Non la temo sia chiaro, alla fin fine niente di ciò che esiste mi è estraneo, come ormai dovresti aver compreso, ma non ne vedo l’utilità. L’essenza dello spirito non ne ha necessità, ed anzi, rappresenta uno strumento che ai più preclude possibilità di contatto con forme di esistenza superiori. Tuttavia, la utilizzo come “mezzo a un fine”. Tutto ruota intorno ai social, dunque se sul piano empirico voglio far sopravvivere i miei messaggi, le mie opere, diffondere cultura – “battendomi su posizioni ormai perse” – conviene utilizzarli. E soprattutto ora che abbiamo dato vita, dopo ben sei anni di esistenza del nostro gruppo letterario, all’associazione culturale tradizionalista Arte e Poesia Nella Notte, dedita a moltissime attività culturali, e soprattutto, che ha intenzione di impegnarsi, forse con un pizzico di imprudenza, in un certo tipo di editoria. Inoltre, come spiegavo nel mio saggio breve “Scrivere al tempo dell’intelligenza artificiale”, uscito per la rivista di arte e scienza Nova, diretta da Antonio Limoncelli, i social, l’intelligenza artificiale, e tutti i mezzi tecnologici, tramite un lavoro di astrazione – nel senso fichtiano di separazione della forma dal contenuto – possono diventare una pietra di paragone con cui misurare la propria forza; mezzi, in quanto ostacoli, per divenire “ente di agilità” (scriveva Evola) capace di trasfigurare lo strumento ai propri scopi, e in tal senso arrivando perfino ad annientarlo. Un mezzo, come ammoniva Günther Anders nell’Uomo è antiquato, sul piano empirico nasce sempre con uno scopo, altrimenti perderebbe anche la sua specifica identità; se quindi lo utilizziamo per altri fini, sarà ancora quello stesso mezzo? Io non credo proprio.
11 Per chiudere, ringraziandoti per la disponibilità, ti chiedo se hai mai pensato o se hai in cantiere qualcosa di più articolato come un saggio “lungo”- perdona la banalizzazione- o addirittura un romanzo e su quali argomenti potrebbero vertere.
Come ho già accennato nel rispondere a una delle domande precedenti, attualmente sto lavorando alla mia quarta opera, una sorta di raccolta di liriche che oscilla tra poesia e prosa poetica sulla scia dei Canti orfici di Dino Campana, con allegati alcuni saggi brevi sulla poesia e l’arte osservate sotto il loro aspetto ontologico/metafisico, dove vengono anche ripresi taluni concetti nietzschiani riplasmati in chiave trascendente; tuttavia, è ancora presto per parlarne. Romanzi? No, non credo proprio, casomai storie brevi… parabole, aforismi. Un trattato ampio? Forse sì, ma solo se troverò necessario utilizzare in tal senso il mio tempo anziché in un altro. E soprattutto se avrò realmente qualcosa da aggiungere a quanto già scritto da coloro che reputo i maestri e, perché no – qualcosa andrà anche ad essi tributato – dai loro grandi detrattori. In ogni caso, se mai accadrà, i temi saranno sempre gli stessi: poesia, Origini, Tradizione, teoretica, ontologia del potere, contatto con il Sacro. Così è deciso.
Grazie mille per questa opportunità Enrico, e grazie ancora al portale che mi ha ospitato.
Ringrazio anche i nostri lettori, e li invito a dare un’occhiata alle attività che svolgiamo con Arte e Poesia Nella Notte… alla nostra pagina FB/Instagram, e al nostro sito, anticipo tra l’altro che a breve pubblicheremo i primi libri dei nostri autori.
Intervista di Enrico Spinelli


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