Abbiamo intervistato Ilaria Rossetti e parlato approfonditamente del suo romanzo Qualcuno da odiare

Intervista n. 302
Buongiorno e grazie per aver accettato questa intervista. Ci può presentare il suo ultimo romanzo “Qualcuno da odiare“?
È un romanzo che, attraverso la storia intrecciata di due vite, quella del centenario Abele e della ragazza che si trova a fargli da badante, Ludovica, prova a raccontare la paura che si trasforma in rabbia e in poi in odio, partendo dal fascismo storico e dall’esperienza coloniale italiana fino ai giorni nostri e alle nuove destre.
Le vicende narrate coprono un arco temporale molto vasto, dalla guerra in Etiopia fino ai giorni nostri. Quanto è impegnativo e quanto lavoro di ricerca comporta un’opera così articolata?
È sicuramente un lavoro complesso, di immaginazione – capire come raccontare il legame tra Abele e Ludovica, due generazioni distanti e molto diverse, e il rapporto tra il fascismo storico e il neofascismo – e di ricerca. Mi sono occupata soprattutto dei primi mesi del 1937 in Etiopia, quando gli italiani erano nel pieno della campagna coloniale, e ho lavorato su fonti d’archivio ma anche sui testi di chi mi ha preceduto nella letteratura: penso a Ennio Flaiano, a Francesca Melandri, a Igiaba Scego.

Abele con la sua storia e i suoi pensieri rappresenta un po’ un antieroe e incarna per certi versi quegli elementi negativi dell’uomo del 900, mentre la giovane Ludovica mi ha dato l’idea di rappresentare la generazione moderna e il contrasto tra i sogni e le aspirazioni e la realtà con cui tocca confrontarsi. Entrambi hanno in comune il fatto di non aver ricevuto dalla vita quel che desideravano ma diversa è la loro reazione, cosa pensa a riguardo?
La loro reazione in realtà trova un approdo simile: la legittimazione di un gruppo neofascista, che accoglie il loro rancore e lo indirizza verso un nemico. Credo che però nel loro disorientamento e nella loro difficoltà ad abitare un mondo di cui non riescono a tenere il passo ci possiamo riconoscere in molti. Possiamo empatizzare con la sconfitta, con l’isolamento: e poi però interrogarci sull’esito che queste condizioni hanno nel romanzo.
Dall’incontro tra il centenario Abele e un elefante durante una visita al circo parte la narrazione. Qual è il valore di questo animale nell’economia del racconto? Ha qualcosa a che fare con l’associazione che di solito si fa tra elefante e memoria?
L’elefante è un po’ un animale totem, che ha molti significati simbolici. C’entra sì che la questione della memoria – che però può diventare una persecuzione, se ricordare tutto ci inchioda a un passato fallimentare – ma anche la fatica di un’esistenza ingombrante, lenta, che non può mai nascondersi. E poi ci sono tre elefanti, nel libro, e uno guarda caso è rinchiuso in una gabbia. In un certo senso Abele e Ludovica sono degli elefanti.
Tanti eventi diversi ma la rabbia è l’odio rappresentano una sorta di filo rosso che unisce gli anni. Possiamo dire che questi due sentimenti sono, per certi versi, protagonisti tanto quanto i personaggi di cui abbiamo parlato?
Sicuramente, anche se spesso dico che questo, prima che sull’odio, è un romanzo sulla paura. Da lì inizia tutto.
Nel romanzo vediamo l’affermarsi del progresso, in particolare con la comparsa dei supermercati che si scontrano con le piccole tradizionali botteghe e con le nuovi leggi come ad esempio quella sul divorzio, con tutti gli effetti collaterali che possiamo immaginare. Volendo allargare la visione alla vita reale e davvero impossibile secondo lei che al progresso non si accompagnino rabbia e odio?
Penso che la Storia sia sempre composta di piccole storie, spesso e volentieri disgraziate. Spesso grandi eventi storicamente riconosciuti come progressi collettivi si lasciano dietro macerie ed emarginati, e credo che per chi fa letteratura sia interessantissimo guardare dentro questi dettagli.

Una cosa che ho apprezzato, senza voler svelare il finale, è l’assoluta concretezza e il realismo della vicenda, senza aggiustamenti favolistici né lieti fine a tutti i costi. Qual è il messaggio più forte che si sente di trasmettere con questo lavoro?
L’idea, citando Dagerman, che la sconfitta meritata non è più sopportabile di quella immeritata e l’importanza di non mostrificare chi sbaglia, chi ha paura, chi odia. Possiamo, e dobbiamo, compiere un gesto di immaginazione, se non vogliamo chiudere al dialogo: metterci nei panni degli, anche quando è faticoso e scomodo. E poi questo è un romanzo che pone una questione oggettiva: l’Italia è ancora un Paese pericolosamente fascista. Cosa pensiamo di fare al riguardo?
Un’altra cosa che mi ha sorpreso è la nota finale dove segnala la superficialità istituzionale del nostro Paese nei confronti del colonialismo. Come mai, secondo lei, si fa fatica a convivere con questa pagina nera della nostra Storia?
Perché, come con il fascismo, si è sempre voluto minimizzare, alleggerire le responsabilità. Si è voluto mistificare la realtà con narrazioni all’acqua di rosa, per il terrore di guardare dentro gli orrendi crimini che l’Italia ha compiuto. Faceva comodo allora e fa comodo ancora adesso, soprattutto per chi sfrutta la retorica contro l’immigrazione per fini politici.
Oggi comunicazione e confronto passano sempre più per i Social, qual è il suo rapporto con questa realtà?
Li uso e li frequento, con la consapevolezza che quasi mai sono gli spazi giusti per il dialogo e il conflitto – intenso in maniera dialettica. Ma in un certo senso i social ci sono sempre stati: una volta si sproloquiava al bar, adesso lo si fa dietro uno schermo.
Le faccio un’ultima domanda, ringraziandola per la sua disponibilità. Se dovesse ripercorrere i romanzi che ha pubblicato in passato quale crede sia più rappresentativo della sua proposta narrativa e quale pensa sia meritevole di essere (ri)scoperto?
Faccio un po’ di fatica a scegliere un romanzo particolarmente rappresentativo, perché ciascuno è parte di un percorso di ricerca. Forse però vorrei che avesse una seconda possibilità Le cose da salvare (Neri Pozza, 2020), che uscì in piena pandemia e scontò quel terribile periodo.
Intervista di Enrico Spinelli
QUALCUNO DA ODIARE – Ilaria Rossetti


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