Abbiamo intervistato Giorgio Ballario e approfondito la sua proposta tra Noir, storia e giornalismo

 

Intervista n. 308

Buongiorno Enrico e un saluto ai lettori de Il Passaparola dei libri. Ho deciso di ripubblicare il libro in modo autonomo, attraverso la piattaforma Amazon, perché volevo che “Vita spericolata di Albert Spaggiari” tornasse in circolazione a dieci anni dalla sua uscita e soprattutto in occasione del cinquantenario dell’impresa del suo protagonista, se così possiamo chiamarla: cioè il grande furto di Nizza del 1976.

Quali sono le sfide, le possibilità e gli stimoli nel rimettere mano a un’opera dopo 10 anni dalla sua pubblicazione?

Dieci anni sono tanti e nel frattempo ne sono successe di cose. Il fulcro della vicenda non è cambiato, ma intanto ci sono stati altri colpi milionari che hanno suscitato l’interesse della gente, penso al rocambolesco furto al Louvre; poi sono scomparsi alcuni dei testimoni che avevano conosciuto Spaggiari e che mi erano stati molto utili per raccogliere il materiale su di lui; infine ogni tanto in Francia compare qualche anziano criminale che scrive un libro per raccontare dal “vera” storia del colpo di Nizza e per gettare ombre sulla figura di Spaggiari. Di solito non c’è nulla di vero, ma nella nuova edizione ho dato conto anche di queste cose.

 

Ci sono storie e/o personaggi più o meno noti della Storia o della cronaca che secondo lei meriterebbero un’opera dedicata?

Ce ne sono in quantità, basta saperli cercare. Però il problema non è solo individuarli e raccontare bene la loro storia, è anche trovare un editore che si convinca a pubblicare il libro e sperare nella buona accoglienza della critica e soprattutto del pubblico. Gli editori, grandi o piccoli che siano, non sono molto propensi a scommettere su libri che potrebbero non vendere a sufficienza, perciò il più delle volte vanno sul sicuro, su personaggi, generi e temi magari più banali che però garantiscono maggiori introiti.

 

Una biografia può essere l’occasione di far conoscere al grande pubblico figure meno note ma si corre il rischio di finire in qualcosa di tecnico o “scolastico”, a discapito del piacere della lettura. Quali sono a suo dire gli strumenti per rendere avvincente questo genere letterario?

Bisogna distinguere tra le biografie classiche e spesso accademiche, che appartengono alla saggistica, e quelle decisamente più “pop” di taglio giornalistico, com’è il caso di Vita spericolata di Albert Spaggiari. Ti assicuro che in questo libro non c’è nulla di tecnico, scolastico e tanto meno noioso. E’ una storia avvincente, non tanto per merito mio quanto del personaggio, che è un avventuriero a tutto tondo, di quelli che nel mondo odierno è difficile trovare.

 

Quest’anno è uscito anche “I racconti del maggiore”, una raccolta di storie delle prime indagini del suo personaggio Aldo Morosini. Come li presenterebbe a chi non lo conosce?

Intanto qui siamo nel campo della fiction, del giallo storico. La serie del maggiore Morosini è arrivata all’ottavo volume e in questo caso si tratta di racconti che vanno a colmare la lacuna dei primi anni in cui il personaggio è arrivato nelle colonie italiane in Africa orientale. Attraverso sei storie si riscopre il passato del protagonista, che all’inizio era capitano dei reali carabinieri. Le vicende sono frutto di fantasia ma il contesto storico è molto realistico, verosimile.

 

Come è nato questo personaggio e come è maturato nel corso delle opere che gli ha dedicato?

E’ nato diciott’anni fa (quest’anno diventa maggiorenne!) con il romanzo Morire è un attimo: siccome è piaciuto, da opera singola è diventata una serie che adesso è arrivata a otto volumi, ma ho intenzione di proseguire. Il personaggio e l’ambientazione coloniale sono conseguenza di miei interessi personali, anche familiari (lontani racconti di parenti che avevano combattuto e frequentato l’Africa in passato), e della necessità di trovare uno scenario originale nel quale ambientare una storia gialla. All’epoca invece di scrivere di uno dei tanti commissari di polizia della provincia o delle metropoli italiane ho scelto di dare spazio a un ufficiale dei carabinieri in servizio a Massaua, in Eritrea.

Le vicende dell’Italia mussoliniana in Abissinia sono un terreno spinoso da affrontare. Quanto è difficile trattarlo e quanto è importante allo stesso tempo?

E’ sicuramente un tema scivoloso, anche perché il fenomeno coloniale a livello di cultura di massa è conosciuto poco o niente e di solito ci si affida a stereotipi o letture successive, anche viziate dall’ideologia. Invece è stata un’esperienza complessa, sfaccettata e non riducibile a poche righe, come fanno i libri di storia nella scuola dell’obbligo. Fra l’altro è stato un fenomeno più lungo e duraturo di quanto si pensi, dato che iniziò alla fine degli anni Ottanta del XIX secolo e durò fino al 1942, quindi coprendo circa un terzo della storia nazionale unitaria. Comunque sottolineo che i miei gialli, pur accurati dal punto di vista storico, sono opere di fiction, non sono saggi e soprattutto presentano la vita dei coloni italiani e delle popolazioni locali senza intenti di riletture politiche postume.

 

Quali sono a suo dire gli elementi fondamentali per un’opera Noir e quali gli errori da evitare?

Su questo argomento si potrebbe discutere per almeno un’ora e non è questa la sede. Fra l’altro con il collega Massimo Tallone dirigo la scuola di scrittura noir Distretto 011 di Torino, perciò è un tema che mi sta particolarmente a cuore. Sintetizzando al massimo, posso dire che un buon romanzo noir dovrebbe avere una trama interessante e non scontata; uno o più personaggi “forti”, ben strutturati dal punto di vista psicologico; un’ambientazione accurata che non sia solo uno sfondo casuale della storia e infine uno stile riconoscibile, proprio dell’autore. Mi spiego: un romanzo ben scritto è sempre preferibile a uno scritto in modo sciatto e banale, ma l’aspetto più importante è che l’autore/autrice si faccia riconoscere, abbia per così dire una “voce” dall’identità ben precisa. E che ci metta cuore, perché i romanzi “freddi”, studiati a tavolino per piacere agli editori mainstream e a un pubblico massificato si riconoscono e secondo me valgono poco, anche se magari vendono tanto.

 

Viviamo in un mondo dove la comunicazione passa in prevalenza per i Social. Qual è il suo rapporto con questa realtà?

Per ragioni anagrafiche rientro a pieno titolo tra i boomer, però da almeno quindici anni per promuovere il mio lavoro uso i social, in particolare Facebook (e in misura minore Whatsapp e Instagram) e devo ammettere che mi è servito tanto. Non c’è dubbio che senza il moltiplicatore dei social avrei fatto molta più fatica a farmi conoscere, soprattutto fuori da Torino e dal Piemonte. Invece, in particolare grazie alla serie del maggiore Morosini, le mie opere si vendono un po’ dappertutto e nel tempo ho creato una rete di contatti che mi ha permesso di essere invitato in molte regioni italiane per presentare i miei libri. E mi ha consentito di conoscere decine e decine di persone straordinarie che si danno da fare per promuovere la lettura e la cultura anche in piccole città.

 

Come ultima domanda, ringraziandola per la sua disponibilità le chiedo, in quanto giornalista e scrittore, come vede al momento il futuro dell’informazione e della narrativa su carta stampata.

Se parliamo di informazione c’è poco da stare allegri: la crisi di quotidiani e periodici e la progressiva chiusura delle edicole sono sotto gli occhi di tutti e non è che l’informazione via internet sia riuscita a sostituire i vecchi giornali di carta. Se invece parliamo di editoria libraria sono meno pessimista. Intanto il vecchio libro si è dimostrato molto più solido del giornale, ricordo che una decina d’anni fa i soliti “soloni” dicevano che di lì a poco l’ebook avrebbe completamente soppiantato la carta e invece non è successo. Anzi, incontro anche molti giovani – quindi nativi digitali – che preferiscono leggere su carta rispetto al kindle o al tablet, segno che la preferenza non è soltanto un fatto generazionale ma di gusti e penso anche di maggior comfort. Nel frattempo sono aumentati gli audiolibri, i podcast e varie altre forme per fruire di un’opera letteraria, perciò sono fiducioso sul futuro della narrativa in Italia, anche se sappiamo che da noi si legge poco, molto meno rispetto agli altri Paesi a noi più vicini.

Intervista di Enrico Spinelli

 

MORIRE È UN ATTIMO Giorgio Ballario

MORIRE È UN ATTIMO Giorgio Ballario

Farmasave - La tua farmacia Online

Commenta per primo

Commenti

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.