Abbiamo intervistato Gian Andrea Cerone e approfondito alcuni temi attorno alle sue opere partendo da “La curva dell’oblio”

Abbiamo intervistato Gian Andrea Cerone e approfondito alcuni temi attorno alle sue opere partendo da “La curva dell’oblio”

 

Intervista n. 273

 

 

Gian Andrea Cerone

 

 

1 Buongiorno, per prima cosa grazie per aver accettato questa intervista. Prima di tutto le
chiederei di presentarci il suo ultimo romanzo “La curva dell’oblio

Grazie a voi e agli amici di Passaparola dei Libri, è un piacere. Considero La Curva
dell’Oblio il mio romanzo più compiutamente noir, sia nella struttura che negli
approfondimenti umani e criminali. Ho sempre pensato ai primi tre romanzi della serie
dell’UACV e del Commissario Mandelli (Le Notti Senza Sonno, Il Trattamento del Silenzio,
Le Conseguenze del Male) come tre atti auto conclusivi – leggibili anche separatamente –
di un unico lungo melodramma in cui i destini e le storie umane delle donne e degli uomini
della mia squadra di polizia si delineano e si sviluppano orizzontalmente nel tempo. Ne La
Curva dell’Oblio ho voluto rompere i miei stessi cliché strutturali. Innanzitutto la linea
temporale in cui si sviluppa l’azione è più ampia, tredici giorni più prologo ed epilogo,
rispetto ai romanzi precedenti che avevano la caratteristica di essere compressi in sette/
otto giorni. Poi ho lavorato su due piani di indagine differenti. Un caso crudele, misterioso
e ricco di messaggi criptici, che prende il via in una fredda Milano di fine gennaio, odorosa
di asfalto e mica. L’altro invece è un cold case che riprende vita in Val di Fassa e di cui
saranno costretti ad occuparsi Mandelli e Casalegno: lontani dalla loro abituale comfort
zone metropolitana, immersi in una natura ostile e apparentemente incontaminata dal
male e dall’uomo.

 

 

2 Come definirebbe i principali attori di questa quarta opera, il Commissario Mandelli e
l’ispettore Casalegno?

Come sono evoluti nel corso di questi anni e di queste storie?
Sono due uomini diversi per nascita, età, estrazione e imprinting culturale che insieme
formano un formidabile investigatore. Mario Mandelli è pacato, sposatissimo, amante della
storia e incuriosito dalle vicende umane. Antonio Casalegno è un uomo d’azione più che di
pensiero, bellissimo, irruente. Segnato da un’infanzia difficile è alla perenne ricerca di una
serenità sentimentale che fatica a trovare e che ora, apparentemente, sembra a portata di
mano. Stanno evolvendo di romanzo in romanzo come tutti i personaggi della serie. E se
Mandelli è la bussola della squadra, sua moglie Marisa è il suo polo nord. È lei che lo
mantiene sulla giusta rotta e impedisce che il logorio dei troppi anni di servizio, la dilagante
malinconia e il pensionamento che si avvicina anno dopo anno, diventino per lui un peso
insostenibile.

3 I suoi quattro romanzi con protagonista l’UACV (Unità di analisi del crimine violento)
hanno un che di coralità, per quanto ci siano due personaggi principali ogni elemento della
squadra è fondamentale e dà il suo contributo. Quali sono le principali caratteristiche di
questo gruppo di lavoro e quali i suoi punti di forza?

I miei protagonisti, Mandelli e Marisa, Casalegno e Caterina Dei Cas, le donne e gli uomini
della squadra, vivono tutti in una dimensione di progresso temporale. Invecchiano, si
innamorano, vivono, muoiono, fanno altre scelte professionali. Sono persone normali che
fanno un lavoro difficile e speciale… un mestiere che li mette in continuo contatto con la
morte, alle prese con la violenza della società e del mondo. Ognuno di loro ha una
capacità specifica, tecnica o investigativa, che dà un contributo positivo alle indagini.
Trovano forza nella loro semplicità, nei rapporti interpersonali, nel loro essere “comunità”
più che famiglia. Per questo la mia è una serie pienamente corale dove tutti i protagonisti
trovano risposte alle loro domande e alla loro fragilità umana nel confronto con i colleghi.
Mandelli ha anche frequentazioni con il lato oscuro del crimine, biscazzieri, ex magnaccia,
gente di malaffare. Talvolta, negli anni, queste conoscenze si concretizzano in amicizie
particolari, in scambi di favori, in interazioni umane. Perché anche i criminali hanno un
cuore. A loro modo amano le persone care e la loro città, in questo caso Milano.

4 Mi ha colpito molto il titolo di questo romanzo, “La curva dell’oblio”. Applicandolo alla
realtà quanto crede sia grande e concreto il pericolo di cancellare qualcosa di brutto/
scomodo semplicemente tentando di farlo sparire dalla propria visuale?

Per ogni libro parto sempre da un concetto. Il primo, Le Notti Senza Sonno, era intriso
della tensione pre lockdown di inizio 2020, il penultimo affrontava le conseguenze del male
lasciate per troppo tempo in quietanza. Stavolta volevo ragionare sul tema della memoria
e partire, come da titolo, dalla curva dell’oblio. Il tema dell’obsolescenza e della perdita di
memoria è affascinante, drammatico, e funziona a doppio senso. Talvolta dimenticare i
brutti ricordi può rappresentare un sollievo, ma il rischio di cancellare la memoria della
propria esistenza (amori, volti cari, risate, momenti di rara felicità) è una prospettiva
terrificante. La curva dell’oblio è una teoria scientifica sviluppata a fine ‘800 dallo psicologo
tedesco Hermann Ebbinghaus per cui, già dopo una ventina di minuti dopo aver assistito a
un fatto, perdiamo quasi il 50% dei suoi dettagli, e siamo destinati a dimenticarne la
maggior parte con lo scorrere del tempo. La curva discendente, che si appiattisce e si
disegna nel grafico rappresentativo, è quella dell’oblio. Questo spiega anche perché nelle
indagini di polizia sia tanto importante interrogare i testimoni il prima possibile. Esiste
ovviamente anche la MLT, la memoria a lungo termine, che però segue dinamiche
differenti, e che negli anni viene accomodata dal nostro cervello che la arricchisce di
ricordi migliorativi. Quando ho poi scoperto che in Val di Fassa esisteva davvero una
Sorgente dell’Oblio il gioco era fatto e ho iniziato a scrivere.

5 Si tende a dire che basta un paio di romanzi per definire i tratti e il profilo di un certo
protagonista. Quali sentimenti e quali sfide la spingono a portare avanti questo filone e a
trovare storie così nuove e particolari senza sentire il bisogno di provare altre strade?

È la forza della serialità, in cui insieme ai protagonisti si crea un mondo di riferimento che,
nel mio caso, è radicato nella contemporaneità e nello scenario antropologico di Milano.
La metropoli è essa stessa un protagonista che spesso prende sotto braccio Mandelli e
con lui condivide storie e destini. Una serie funziona finché è credibile agli occhi dei lettori
e ai miei, il giorno in cui non lo sarà più la chiuderò e passerò ad altro. Le idee non mi
mancano. Ho già in mente una possibile nuova serie e alcuni spunti per dei romanzi noir
alternativi. Ma in questo mestiere è saggio fare un passo alla volta e confrontarsi con il
proprio editore.

6 Il romanzo thriller/giallo, soprattutto italiano, vede continuamente la nascita di nuovi
personaggi più o meno riusciti, ha notato una qualche evoluzione in questo panorama così
vasto? C’è qualche autore che l’ha colpita particolarmente o con cui le piacerebbe
collaborare in futuro?

In questo momento la produzione di genere thriller/noir è forse un po’ eccessiva ma è
anche vero che se non la si alimenta con dei nuovi esordi non si possono scoprire nuovi
talenti. Forse una maggiore attenzione alla scelta e alla cura degli autori gioverebbe. Però
è anche vero che oggi l’offerta nell’ambito della fiction crime italiana è di alto livello. Esiste
una grande qualità di scrittura nel panorama del noir. Accanto a maestri e maestre come
Crovi, Vichi, Fois, Biondillo, Pandiani, De Giovanni, Carrisi, Morchio, Carlotto, Lucarelli, De
Cataldo, Roversi, Varasani, Baraldi, Oggero, Teruzzi e Tuti; si stanno imponendo scrittori e
scrittrici di grande livello come Manzini, Davide Longo, Pulixi, Zilahy, De Franchi, Simi,
Orso Tosco, Cassar Scalia, Genisi, Corciolani, Basso… e i molti altri che per esiguità di
spazio non riesco a citare. La cosa bella del cosiddetto “giallo” italiano (termine che non mi
fa impazzire perché troppo generico) è che ogni penna restituisce al lettore una soggettiva
del paese e della sua storia attuale. Già collaboro con alcuni di loro e magari in futuro
nasceranno nuovi progetti comuni.

7 Qualche tempo fa mi è capitato di interrogarmi sul fatto se in un romanzo giallo la
difficoltà di trovare il colpevole prima della fine del libro sia una caratteristica prioritaria
rispetto alla prosa o a un bella storia o a un personaggio con il suo sviluppo. Lei cosa
cerca maggiormente da lettore e autore in questo genere?

Questo è un ambito narrativo con delle precise regole d’ingaggio con il lettore, in cui vanno
sposati tutti i cliché e rispettate le dinamiche di genere. Il dovere dello scrittore è quello di
osservare una precisa procedura investigativa (sempre sapendo che si deve intrattenere e
non scrivere un saggio sulle tecniche di polizia) e quindi di rapire il lettore e tenerlo con sé
fino alla fine. Il ritmo e i cosiddetti cliffhanger da disseminare lungo il romanzo sono
elementi fondamentali. Il noir però ha come primo obbiettivo la cura narrativa dell’elemento
umano, ovvero le storie dei protagonisti, siano essi gli investigatori che i cosiddetti cattivi. Il
fatto che siano considerati tali non può non tenere conto della loro natura umana. Ne La
Curva dell’Oblio, ad esempio, non tutti i colpevoli risulteranno giustiziabili… è una cosa
che Mandelli ha capito da tempo e che lo stesso Casalegno inizia a comprendere.

8 Nel 2018 ha fondato la piattaforma editoriale Storielibere, le va di parlarcene nel
dettaglio?

È stata un’esperienza unica e pionieristica nel mondo dell’audio editoriale, realizzata con il
supporto economico della mia famiglia e condotto insieme a Rossana de Michele. Una
case history unica nel mondo del podcast italiano. Abbiamo realizzato podcast iconici
come Morgana, con Michela Murgia e Chiara Tagliaferri, e molti altri progetti di successo.
Lo slogan che inventammo era “scritto a voce”, che dice tutto della filosofia alla base del
progetto. Ora Storielibere è pienamente integrata nel gruppo GeMS, che saprà fare le
scelte giuste per garantire il suo futuro.

9 Rimanendo in tema di comunicazione e di piattaforme è indubbio che i Social siano il
principale spazio di condivisione e confronto/scontro. Qual è il suo rapporto con questa
realtà?

I social fanno parte della comunicazione contemporanea. Per uno scrittore sono un ottimo
strumento per restare in contratto con le lettrici e i lettori, tastare il loro polso e restare
aggiornati su ciò che succede intorno a noi. Il mondo della narrativa e molto presente, con
blogger, influencer, appassionati… è un altro modo per fare network. Ci sono molti colleghi
che non li utilizzano e vivono lo stesso. A me piace parlare con i lettori, incontrarli dal vivo
e poi restare in contatto.

10 Nel ringraziarla per la disponibilità le faccio un’ultima domanda. Milano è spesso teatro
di storie “gialle” ma qual è a suo dire la caratteristica che la rende così adatta allo scopo e
quali I suoi aspetti che meno saltano all’occhio a chi la conosce solo superficialmente?

Milano è la sola città italiana che ha più identità sovrapposte. Le altre città come Roma,
Napoli, Genova, Firenze, ad esempio, hanno caratteristiche più marcate che uno scrittore
non può ignorare. Milano invece assume le identità dei tanti lavoratori provenienti dal resto
del paese. Prima di essere multietnica è stata e rimane una multi Italia dove ognuno porta
il suo contributo culturale e anche dialettale. Questo comporta un rimescolamento di
destini ed esistenze che dà vita a un’infinità di storie, anche criminali. È una
coprotagonista perfetta. Oggi Milano deve ricordarsi di essere stata una città che
sull’accoglienza e sull’apertura ha costruito la propria etica calvinista, la propria generosità.
Da scrittore mi preoccupa il fatto che oggi sta dimenticando di proteggere l’umanità che la
caratterizza antropologicamente… i palazzi in mano ai fondi possono condurre all’oblio

 

Intervista di Enrico Spinelli

 

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