Abbiamo intervistato Gaetano Appeso e compiuto con lui un “viaggio nei viaggi” partendo dal suo romanzo “Hokis”

Abbiamo intervistato Gaetano Appeso e compiuto con lui un “viaggio nei viaggi” partendo dal suo romanzo “Hokis”

 

Intervista n. 288

 

Gaetano Appeso

 

 

  1. Le chiedo di presentarci il suo romanzo “Hokis – Prepara lo zaino e tira il dado”.

HOKIS – Prepara lo zaino e tira il dado è un’opera letteraria che utilizza il viaggio come dispositivo narrativo, per raccontare qualcosa di più profondo: l’amicizia, il passaggio all’età adulta e la trasformazione interiore. La storia nasce da un’esperienza realmente vissuta, che viene rielaborata attraverso una scrittura che fonde diario, romanzo di formazione e racconto d’avventura. Il libro racconta le vicende di un gruppo di amici appena laureati che, in un momento di sospensione tra ciò che erano (studenti) e ciò che sarebbero diventati, decidono di partire per un’impresa che avrebbero ricordato per sempre: trasformare il giro del mondo in un gioco. Erano laureati, menti brillanti, e hanno elaborato qualcosa di veramente brillante: il viaggio sarebbe stato scandito dal lancio di un dado, che avrebbe stabilito le tappe, le sfide e gli imprevisti lungo una sorta di gioco dell’oca planetario, dove ogni casella raggiunta sarebbe stata un’avventura, ogni errore un insegnamento e ogni incontro un’occasione di riflessione.

I protagonisti, divisi in tre squadre, non solo attraversano continenti, culture e paesaggi estremi, dal gelo artico ai deserti dell’Asia, dai silenzi della Patagonia alle foreste abitate da tribù antiche, ma affrontano anche le sfide interiori della paura, del dubbio e dell’insicurezza tipiche di quell’età. Ogni tappa diventa un laboratorio di emozioni: incontrano persone che sembrano uscite da romanzi d’altri tempi, si confrontano con lingue e tradizioni sconosciute, assaggiano cibi improbabili e sperimentano l’inatteso, ma anche la fragilità dei rapporti e la forza dei legami.

Hokis racconta un viaggio geografico e simbolico, un percorso di scoperta che non si misura in chilometri, ma in coraggio, curiosità e capacità di lasciarsi sorprendere. È un inno alla libertà, alla bellezza dell’errore, alla possibilità che il mondo, se attraversato con il cuore aperto, possa cambiare chi siamo. Non è un libro di conquiste o record, ma di esperienze che lasciano un’impronta profonda e duratura, di quegli attimi in cui si è ancora abbastanza giovani da credere che l’impossibile sia solo una forma di stimolo. Hokis parla a chiunque abbia sentito, almeno una volta, il bisogno di partire per capire chi è e chi vuole diventare.

 

 

  1. Come è nata l’idea di scrivere questo romanzo? E da quale idea e con quale obiettivo è partito con questa avventura letteraria?

L’idea nasce da quell’esperienza condivisa: un gruppo di amici, un momento di sospensione prima dell’ingresso definitivo nell’età adulta e il desiderio di imprimere un segno indelebile a quell’istante. Non volevamo celebrare la fine degli studi, ma ritardare l’inizio di qualcosa che faceva paura. Così è nato il viaggio, reale e concreto, ma concepito come un gioco, come una sfida al destino. Chiedere ai parenti contributi economici per finanziare il loro progetto al posto dei regali di laurea è stato il primo atto simbolico: trasformare un rito sociale in un atto di libertà. La scrittura è arrivata dopo, molto dopo, quando il tempo ha fatto sedimentare le emozioni e ha reso necessario restituire senso a ciò che avevano vissuto. Scrivere Hokis è stato un tentativo di comprensione, non di celebrazione. Non volevo raccontare un’impresa eccezionale, ma dare voce a un sentimento universale: la paura di crescere e, insieme, l’urgenza di farlo. Il dado diventa metafora delle scelte che facciamo senza sapere dove ci porteranno, il viaggio un allenamento all’imprevisto, l’amicizia un rifugio e uno specchio. L’obiettivo dell’avventura letteraria non era dimostrare che si può girare il mondo, ma che si può accettare di cambiare lungo il percorso. Perché partire, in fondo, significa scegliere di non essere più esattamente quelli di prima.

  1. Mi soffermo su due elementi del titolo, lo zaino e il dado, due oggetti che nell’immaginario comune rappresentano la scuola e il gioco. Possiamo dire che in quest’opera c’è molto del romanzo di formazione?

Assolutamente sì. Lo zaino è il simbolo di ciò che portiamo con noi: conoscenze, paure, desideri, memorie, ma anche il peso delle aspettative e dell’educazione ricevuta. È un oggetto quotidiano, concreto, che richiama l’idea del percorso, del cammino ancora aperto. Il dado, invece, rappresenta il caso, l’imprevisto, la parte di vita che non possiamo controllare e che spesso devia i nostri piani. In Hokis questi due elementi dialogano continuamente: ciò che crediamo di essere e ciò che il mondo ci costringe a diventare. È un romanzo di formazione perché i protagonisti imparano strada facendo, sbagliando, prendendo decisioni imperfette, perdendosi e ritrovandosi. Non c’è una lezione precostituita né un modello da seguire, ma un apprendimento che nasce dall’esperienza diretta, dal confronto con l’altro, con il rischio e con l’ignoto. Crescere, in fondo, significa proprio questo: accettare che non tutto dipende da noi, ma continuare comunque a camminare.

  1. L’idea di partenza è la programmazione di un gioco-viaggio fatto di tappe e di prove. Per lei che ha esperienza di viaggi come si conciliano le due dimensioni del viaggio e del gioco?

Giocare significa accettare delle regole, ma anche concedersi la leggerezza e l’errore. Il viaggio, come il gioco, richiede presenza, adattamento, capacità di accettare. In Hokis il gioco non è solo una struttura narrativa, ma sostiene anche un importante compito filosofico: togliere al viaggio l’ansia della performance e restituirgli il piacere della scoperta.

Nel corso delle mie esplorazioni ho imparato che il viaggio autentico richiede apertura mentale, capacità di adattarsi e di reinventarsi di fronte all’imprevisto. Questa stessa attitudine è il cuore della trama del libro: un’analisi di come ci confrontiamo con il mondo e con noi stessi quando, per un istante, decidiamo di uscire dalle rotte predefinite.

  1. Entrando nel vivo del libro e guardando ai protagonisti quali sono le loro caratteristiche principali e gli elementi che li contraddistinguono? E quanto c’è di suo e della sua esperienza nella loro creazione?

I protagonisti di Hokis non sono personaggi monolitici, ma figure composite che incarnano diverse risposte alla sfida del viaggio e della vita. Sei studenti universitari, uniti da amicizia e sogni condivisi, si lanciano in una sfida unica: trasformare il mondo in un gigantesco gioco in cui ogni tappa ha una prova, ogni lancio del dado una nuova possibilità di scoperta, ogni errore un insegnamento. Questi personaggi rappresentano, ciascuno a suo modo, varie modalità di affrontare il mondo: c’è chi è impulsivo, spinto dalla voglia di azione e di conquista; chi è più riflessivo, portato a interrogare sé stesso e gli altri; chi cerca risposte perché teme l’incertezza; e chi fugge dalle domande perché il confronto con l’ignoto fa paura. Queste dinamiche non sono astratte: riflettono le complesse reazioni umane al viaggio come metafora del vivere.

La loro amicizia è il nodo centrale che li tiene insieme: non è solo un elemento narrativo, ma un valore profondo che attraversa l’intero libro. L’amicizia diventa l’asse su cui ruotano le decisioni, il supporto nei momenti di difficoltà e la luce che resta accesa quando tutto sembra andare storto. È proprio questa fiducia reciproca, quella che nasce da esperienze condivise, dal superamento di prove e dall’accettazione delle diversità individuali, che trascende il racconto, rendendo i personaggi riconoscibili e umanamente vicini.

E quanto c’è di me in tutto questo? La risposta è: molto, ma non nel senso della finzione narrativa. Hokis nasce da un’esperienza reale, vissuta in prima persona dai protagonisti che, quindi, non sono personaggi inventati, ma persone che ho personalmente intervistato. Il mio lavoro è stato quello di dare una linearità narrativa a ciò che nella realtà si è presentato come un flusso di eventi, incontri e trasformazioni spesso caotiche e imprevedibili. Come viaggiatore e narratore ho attraversato territori estremi e affascinanti, ho incontrato culture lontane e vissuto situazioni che mi hanno segnato profondamente; queste esperienze hanno affinato la mia capacità di osservare, ascoltare e comprendere e mi hanno guidato nel raccontare le avventure che i personaggi affrontano nel libro. Scrivere, anche quando si parte dal vero, è sempre un atto autobiografico perché significa dare una impronta e un ritmo narrativo, soprattutto nelle piccole pieghe dei singoli racconti.

  1. I ragazzi si dividono in squadre che portano il nome di costellazioni. Al di là dell’aspetto ludico possiamo vedere in questa scelta anche il voler considerare questi protagonisti come nuovi astri di speranza?

La scelta di dare alle squadre nomi di costellazioni non è casuale. Le stelle, da sempre, accompagnano il cammino dell’umanità: sono state mappe primitive, strumenti di orientamento per navigatori, viaggiatori e popoli in movimento, punti fermi nel buio dell’ignoto. Guardare il cielo significava cercare una direzione, ma anche interrogarsi sul proprio posto nel mondo. Dare alle squadre nomi come Auriga, Orione o Cassiopea significa dunque attribuire ai protagonisti una forte dimensione simbolica.

Questi ragazzi diventano, in qualche modo, nuovi astri di speranza, non perché siano destinati a compiere imprese straordinarie, ma perché rappresentano il tentativo umano, fragile e sincero, di trovare una strada. Sono giovani che si muovono tra incertezze e desideri, che cercano una direzione più che una destinazione e che brillano proprio nel loro sforzo di dare un senso a ciò che vivono. Non sono eroi mitici né figure idealizzate: sono esseri umani in cammino, imperfetti e vulnerabili, ma capaci, anche solo per un istante, di illuminare il proprio percorso e, talvolta, quello degli altri. Come le costellazioni, non cancellano il buio, ma lo rendono attraversabile.

  1. Come dicevo prima lei ha una grande esperienza, anche letteraria, di viaggio. Quali sono le emozioni e gli obiettivi per un viaggiatore? E quali sono gli ostacoli e le opportunità che si presentano a chi ne intraprende uno?

Il viaggio suscita emozioni primarie, quasi arcaiche: la paura di ciò che non conosciamo, la meraviglia davanti all’inaspettato, la solitudine che nasce dal sentirsi stranieri, ma anche l’euforia improvvisa di un incontro o di una scoperta. Sono emozioni che non si possono simulare e che difficilmente si provano restando fermi. L’obiettivo del viaggio, se davvero si può parlare di un obiettivo, non dovrebbe mai coincidere soltanto con una meta geografica o con un elenco di luoghi visitati. Il vero traguardo è la trasformazione interiore: tornare diversi da come si è partiti, con uno sguardo più ampio e meno sicuro di sé.

Gli ostacoli lungo il cammino sono numerosi e spesso inevitabili: la stanchezza fisica, le difficoltà pratiche, l’incomprensione culturale, i limiti del linguaggio, ma soprattutto i propri limiti interiori, che il viaggio porta in superficie senza sconti. Tuttavia, è proprio in questi momenti di attrito che si nascondono le opportunità più autentiche. Ogni difficoltà costringe il viaggiatore a rallentare, ad ascoltare, a mettersi in discussione, a rinunciare all’illusione del controllo. In questo senso, viaggiare è un atto di profonda umiltà: significa accettare che il mondo è sempre più grande, più complesso e più sorprendente delle nostre aspettative e che noi siamo solo ospiti temporanei di una realtà che non ci deve nulla.

  1. Nel suo libro “Il turista nudo” Lawrence Osborne denuncia una realtà odierna nella quale non c’è più una meta che non sia raggiungibile e dove anche gli elementi caratteristici di un luogo o di un popolo sono spesso spettacolarizzati. C’è spazio secondo lei per un po’ di romanticismo nel viaggio pur nella modernità?

Credo che lo spazio per il romanticismo nel viaggio esista ancora, ma non sia più un dato automatico: va cercato, scelto e soprattutto difeso. Non penso che il mondo sia cambiato in modo irreversibile, né che ogni luogo sia ormai definitivamente svuotato di mistero. Piuttosto siamo noi, spesso, a viaggiare con uno sguardo distratto, sovraccarico di aspettative, immagini preconfezionate e urgenza di consumo. Il romanticismo oggi non sta tanto nell’esotico o nell’inesplorato, quanto in un atteggiamento diverso: nel rallentare, nel concedersi il tempo dell’osservazione e dell’ascolto, nel fermarsi davvero in un luogo invece di attraversarlo come una vetrina. Sta nel rinunciare all’idea di “fare” un paese, di collezionare esperienze come trofei. Sta nell’incontro autentico, spesso casuale, nel silenzio, nell’imprevisto, nell’accettare che non tutto debba essere fotografato, raccontato o condiviso. Anzi, che alcune cose conservino valore proprio perché restano private. Il viaggio romantico è ancora possibile, ma non è più garantito: richiede una scelta consapevole, una forma di resistenza gentile alla velocità e alla spettacolarizzazione della modernità.

  1. Abbiamo parlato di modernità e non posso non chiederle qual è il suo rapporto con la principale dimensione di confronto/scontro che è rappresentata dai Social Network.

I social network sono strumenti potenti e inevitabilmente ambigui. Possono creare connessioni reali, accorciare distanze, dare voce a storie che altrimenti resterebbero invisibili; allo stesso tempo, però, rischiano di alimentare superficialità, competizione, una narrazione del viaggio ridotta a immagine rapida e consumabile. Possono raccontare il mondo, ma anche svuotarlo di senso, trasformando l’esperienza in una sequenza di istanti pensati più per essere mostrati che vissuti. Il mio rapporto con i social è quindi prudente e consapevole: li considero una vetrina, uno spazio di condivisione parziale, non un diario intimo né tantomeno un sostituto della memoria. Il viaggio, come la scrittura, ha bisogno di tempo, di silenzio e di distanza per sedimentare davvero. Non tutto deve essere immediatamente raccontato o commentato; alcune esperienze chiedono di essere custodite, attraversate più volte interiormente, prima di trovare le parole giuste. Scrivere di viaggio, per me, significa anche difendere questo tempo lento, sottrarlo alla logica dell’istantaneità, accettando che il senso profondo di ciò che si vive emerga solo dopo, quando il rumore di fondo si è finalmente spento.

  1. Come ultima domanda, ringraziandola per la sua disponibilità, le chiedo, guardando alle sue tante opere, quali siano a suo parere quelle più rappresentative per conoscerla dal punto di vista letterario.

Rispondere a una domanda come questa significa, per me, tornare alle origini della scrittura e del viaggio, due gesti che non ho mai considerato separati. Ogni mio libro nasce da un cammino reale, spesso lento e faticoso, ma soprattutto da un attraversamento umano: territori lontani, certo, ma anche visioni del mondo, sistemi di valori, memorie collettive che rischiano di scomparire. Se dovessi indicare alcune opere come più rappresentative dal punto di vista letterario, lo farei non tanto per la loro completezza geografica, quanto per la loro capacità di raccontare il viaggio come incontro e trasformazione. In testi come Asia estrema o Mesoamerica, Sulle tracce del Serpente Piumato ho cercato di spingermi ai margini delle rotte consuete, là dove il viaggio diventa strumento di ascolto. Sono libri nati dall’immersione in contesti complessi, segnati da una forte identità culturale e, spesso, da una fragilità storica. Le minoranze etniche che ho incontrato, dai popoli delle foreste asiatiche alle comunità indigene mesoamericane, non sono mai comparse esotiche, ma depositarie di saperi antichi, di un rapporto con la natura e con il sacro che interroga profondamente il nostro presente.

Tianchào, Taccuino di un viaggio in Oriente ed E-mail dall’Amazzonia rappresentano, invece, una scrittura più immediata, diaristica, dove la narrazione nasce giorno per giorno, “on the road”, come un appunto urgente per non perdere ciò che accade. In questi libri il viaggio è anche un esercizio di decentramento: imparare a stare in silenzio, accettare l’ospitalità, riconoscere il privilegio di essere testimone di culture che resistono, spesso minacciate dalla modernità e dall’omologazione.

In questo percorso, Hokis – Prepara lo zaino e tira il dado occupa un posto particolare ed è fondamentale per comprendere la mia idea di viaggio come esperienza trasformativa. In questo libro il viaggio non è più soltanto esplorazione geografica o culturale, ma diventa metafora narrativa del cambiamento, dell’apertura all’imprevisto e della scelta consapevole di mettersi in gioco. È un testo che riflette il mio modo di intendere il viaggio come atto di fiducia nell’ignoto, come possibilità di rimettere in discussione il proprio sguardo sul mondo e di lasciarsi attraversare dagli incontri, dagli errori, dalle deviazioni.

In tutti questi lavori, la scrittura è per me uno strumento di sensibilizzazione, un modo per restituire dignità e valore alle diversità culturali e per ricordare che sono un patrimonio dell’umanità tanto quanto la biodiversità. Viaggiare non è consumare luoghi, ma prendersene cura attraverso lo sguardo e la parola.

 

Intervista di Enrico Spinelli

 

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