Abbiamo intervistato Éric Chacour e approfondito il suo debutto narrativo “Ce que je sais de toi (Le domande proibite)”.

1. Buongiorno e grazie per aver accettato questa intervista. Le chiederei innanzitutto di presentarci il suo romanzo “Quello che so di te (le domande proibite)”.
“Ce que je sais de toi (Le domande proibite)” è la storia di un uomo che è fuggito dall’Egitto verso il Canada a causa di una storia d’amore che la società del suo tempo non tollerava. Pensava di essersi lasciato la vita alle spalle, ma qualcuno sembra voler riavvolgere il filo del tempo per lui. Una persona un giorno mi ha detto: «Sembra un romanzo poliziesco scritto in poesia», e mi è piaciuta molto questa immagine perché è vero che ci sono diverse rivelazioni successive che possono far pensare a un’indagine. E c’è anche, senza dubbio, della poesia in questa storia d’amore e di famiglia.


2. Il primo romanzo è un traguardo importante, come è nata questa storia e quanto tempo e lavoro ha richiesto la sua realizzazione?
Non avrei mai dovuto dirlo a un giornalista, perché è diventata una leggenda, ma mi ci sono voluti ben quindici anni per scrivere questo romanzo! La verità è che non avevo l’obiettivo di pubblicarlo, quindi me la prendevo con calma. Forse fin troppo. Sapevo di voler scrivere il mio «Romeo e Giulietta»: i miei amanti di Verona sarebbero stati due uomini nell’Egitto della fine del XX secolo. È nato tutto soprattutto nel corso dei miei viaggi laggiù, quando tornavo a trovare la mia famiglia al Cairo.
3. Quali aggettivi userebbe per presentarci il protagonista Tarek?
Tarek è un uomo che non ha preso molte decisioni per se stesso. Si è lasciato un po’ trasportare da ciò che gli altri si aspettavano da lui. È un ragazzo brillante, dolce, che non ama molto il conflitto, e che si ritroverà in contraddizione con le speranze che ha suscitato nella sua famiglia, nella sua comunità e nel suo paese. È circondato da donne che hanno una forza di carattere superiore alla sua: sua madre, sua sorella, sua moglie e anche la domestica di famiglia. Credo di aver voluto raccontare qualcosa di questa assurdità che, in una società tradizionale, può schiacciare gli uomini sotto il peso delle responsabilità che pone sulle loro spalle perché sono uomini e, allo stesso tempo, schiacciare le donne negando loro quelle stesse responsabilità con il pretesto che sono donne.
4. Il romanzo si svolge in Egitto nella cornice storica tra la Guerra dei sei giorni e gli eventi successivi al 2000. Quali sono a suo dire gli elementi principali che hanno caratterizzato questa pagina della Storia?
Si tratta di un periodo chiave per comprendere l’Egitto contemporaneo: le speranze suscitate da Nasser quando costruiva «il paese più grande del mondo», come viene spiegato a Tarek quando è bambino, l’assassinio di Sadat e poi, per reazione, l’era Mubarak con la sua ossessione securitaria… Ma il mio romanzo non parla tanto dell’Egitto in generale, quanto di quello di una comunità chiamata «levantina», perché proviene da dove sorge il sole. Siriani, libanesi, palestinesi, in maggioranza cristiani e di tradizione francofona, che erano orientati alla modernità e si consideravano un po’ come un trait d’union tra l’Oriente e l’Occidente. Frequentavano molto, tra l’altro, le comunità greche e italiane delle grandi città in cui vivevano. È per questo che Dalida, la più egiziana delle cantanti italiane, occupa un posto così importante nel cuore dei miei personaggi. La mia scena preferita è costruita attorno a una delle sue canzoni.
5. Quale crede possa essere il contributo della narrativa nella sensibilizzazione del grande pubblico verso eventi storici meno noti?
Certamente può farlo, ma non è il mio obiettivo. Gli eventi storici sono una tela di fondo, come può esserlo lo sfondo della Gioconda. Quando Da Vinci la dipinse, scelse quello che avrebbe valorizzato di più la sua Monna Lisa, ma non è in alcun modo l’oggetto della sua tela. D’altronde, chi di noi si ricorda se si tratta di una foresta, di una montagna o di un villaggio? Eppure, non l’abbiamo forse vista migliaia di volte? Per me è un po’ la stessa cosa. Non ho scritto un romanzo storico o sociologico: ho scritto una storia di cuori che battono. E l’Egitto di quell’epoca e di quella comunità non sono che la tela di fondo che permette di farli risaltare in tutto il loro splendore.
6. Mi è piaciuto molto il fatto che Tarek si abitui a non fidarsi delle domande semplici. Mi ha fatto pensare a quante volte ci si illude che la risposta facile, la soluzione immediata e apparentemente alla portata di tutti siano risolutive, per poi svelare ben altra realtà. Cosa pensa a riguardo?
Abbiamo un pregiudizio umano che ci porta a dubitare sempre meno delle nostre conclusioni. E tutto ci incoraggia in tal senso, dagli algoritmi alle religioni. Non ci dicono forse che bisogna ammirare Abramo, che ha dubitato così poco di Dio da essere sul punto di uccidere suo figlio, e al contrario biasimare San Tommaso per aver avuto bisogno di vedere il Cristo per credere nella sua resurrezione? Io resto, da parte mia, legato al dubbio. Credo che bisogna sempre sapersi rimettere in discussione e prendere le distanze dalle proprie certezze. Perché quel dubbio, prima di opporlo agli altri, bisogna saperselo imporre a se stessi.
7. L’opera ha molte facce e certamente oltre all’elemento storico ha tanto del romanzo di formazione. Le chiedo quindi qual è, se c’è, il messaggio o i messaggi che si sente di trasmettere con questo lavoro.
Non ho un messaggio da trasmettere, ma piuttosto delle emozioni. Voglio che mi seguiate in quella macchina e che speriate, tanto quanto i due personaggi presenti, nel bacio che seguirà. Spero che sarete sorpresi scoprendo l’identità di colui o colei che vi racconta questa storia. Spero che ce l’abbiate con me a volte, ma che mi perdoniate comunque. Non scrivo per difendere, combattere o rivendicare. Scrivo perché “soffro per gli altri”, come diceva il cantante Jacques Brel. E l’unico modo che ho trovato per curare questa sofferenza è inventare per loro delle storie.
8. Oggi la comunicazione passa sempre più spesso attraverso i Social, qual è il suo rapporto con questa realtà?
Non avevo nemmeno un account Instagram a mio nome quando è uscito il romanzo! All’epoca occupavo un posto come Direttore della strategia in una banca, in Canada, e mi dicevo che aprirne uno sarebbe stato un buon modo per discutere con chi lo avesse letto (se mai il mio libro fosse arrivato fino a loro). Ero lontano dall’immaginare il vortice che sarebbe seguito all’uscita di questo libro: che avrebbe trovato diverse centinaia di migliaia di lettori, che sarebbe stato tradotto in una ventina di lingue e sarebbe diventato il romanzo più premiato in Francia nel 2024… I social network mi hanno permesso di mantenere un legame con questo entusiasmo che vivevo da lontano, dato che la maggior parte dei miei lettori si trova ormai fuori dal mio paese. Ancora oggi, alcune recensioni di librai, bibliotecari o semplici lettori mi provocano una grande emozione.
9. Come ultima domanda, ringraziandola ancora per la disponibilità, le chiedo se ha già in mente una nuova storia, se pensa di percorrere la stessa via del suo debutto o di provare altre strade.
Scrivo molto in questo periodo. Mi era mancato, perché negli ultimi tre anni una parte importante del mio tempo è stata dedicata ad accompagnare “Le domande proibite” nei diversi paesi in cui veniva pubblicato. Ma vi dicevo di aver impiegato quindici anni per scrivere questo romanzo… bisognerà pur concedermene alcuni per terminare il secondo.
Intervista di Enrico Spinelli


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