Abbiamo intervistato Enzo Linari e approfondito la sua proposta narrativa partendo dall’ultimo romanzo “In nero veritas”

Abbiamo intervistato Enzo Linari e approfondito la sua proposta narrativa partendo dall’ultimo romanzo “In nero veritas”

Intervista n. 298
Enzo Linari

Buongiorno e grazie per aver accettato questa intervista. Ci presenti il suo ultimo romanzo “In nero veritas“.

Si tratta di un giallo a tinte noir ambientato nella zona di Vetus, città dell’entroterra toscano che, benché del tutto priva di richiami contradaioli o palieschi, ricorda per molti versi Siena. La squadra di poliziotti guidati dal Commissario Tagliavini si trova a indagare contemporaneamente su tre diverse situazioni: una violenta rapina in villa che ha fruttato ai banditi un bottino di preziosi gioielli, la profanazione seriale di cimiteri da parte di una banda che lascia in essi enigmatici disegni e l’omicidio di una bidella all’interno di una scuola. Questo groviglio risulterà parecchio impegnativo ma lentamente, dando la giusta interpretazione dei diversi indizi, sarà possibile trovare il bandolo della matassa.

Questa è la terza avventura con il Commissario Guido Tagliavini, come è evoluto il suo personaggio nel corso di queste vicende?

All’inizio era piuttosto burbero con i suoi collaboratori, adesso risulta più amabile. Merito anche di sua moglie Angela, che con pazienza lo ascolta e gli da preziosi consigli. Meditativo e attendista, il suo metodo d’indagine resta basato sulla capacità di leggere gli ambienti e le persone, ma negli ultimi tempi concede più fiducia a chi gli fornisce elementi attraverso il computer e le analisi di laboratorio. Inoltre è sempre meno capace di distaccarsi dalle vicende su cui indaga, che invece talora gli procurano indesiderati coinvolgimenti emotivi.

 

L’idea che ho avuto di Tagliavini è quella di un protagonista non convenzionale, non di quelli che supera in intuizioni e intelletto chi lavora con lui ma anzi una persona molto umana, concreta, una sorta di “Commissario della porta accanto”, condivide?

Certamente. In effetti è nato come una sorta di “ircocervo” letterario, mettendo assieme tratti di Maigret con quelli di alcuni personaggi interpretati al cinema da Alberto Sordi. Mostra notevoli pregi quindi ma anche una sfilza di difettucci, a partire dal lavoro che ha scelto su richiesta del padre in punto di morte, e dunque poco sentito e svolto a tratti con svogliatezza e senza l’istinto del raddrizzatorti. Cinquantenne per nulla atletico, Tagliavini scende volentieri a compromessi con i superiori e mostra inoltre un certo opportunismo soprattutto nel raccomandare, lui che non ha figli, l’uno o l’altro dei suoi numerosi nipoti. Le luci e le ombre insomma dell’italiano medio sono in lui ben presenti.

 

Come ci presenterebbe i suoi colleghi di lavoro e quali pensa siano le loro principali caratteristiche?

Una certa “normalità”, unita al fatto che nessun membro della squadra è toscano e che tutti si sono rivelati capaci di collaborare con Tagliavini, è il tratto distintivo.  Segnalo solo il vice Villoresi, laziale aitante e convintissimo del proprio ruolo sociale, che anche per la fiducia che nutre nei nuovi metodi investigativi risulta un personaggio complementare a Tagliavini, e il focoso agente palermitano Vullo, che si vede sempre con la pistola in pugno a mostrare il proprio coraggio. Tra le figure femminili spiccano Francesca Luciani, agente versatile reduce da un brutto periodo psicologico dovuto al divorzio ma ancor più al fatto che suo figlio, senza avergliene dato motivo, ha sfacciatamente preso le parti di suo padre. Infine Bruscolina, così soprannominata perché nota tutti i dettagli ed è molto puntigliosa, al punto da rivelare un caratterino non facile. Al momento non cerca legami sentimentali ma pensa solo a far carriera potendo contare su discrete capacità ma anche, come si vocifera tra i membri della squadra, “su appoggi in alto loco e un bel davanzale”.

 

Enzo Linari

Il titolo mi ha fatto pensare a una dichiarazione di qualche anno fa di Massimo Carlotto secondo cui il Noir rappresenterebbe il nuovo romanzo di inchiesta perché meno ostacolato nella libertà di espressione. Cosa pensa a riguardo?

Ritengo che Carlotto, soprattutto all’epoca della sua collaborazione con il collettivo Mama Sabot, sia davvero riuscito in alcune opere a denunciare azioni criminali perpetrate dai soliti insospettabili nel suo Veneto. Purtroppo però non è facile, in mancanza di fonti affidabili, dare questo specifico carattere ai propri romanzi. Resto però convinto che, in questo periodo in cui secondo i sociologi viviamo nel tempo della post-verità in quanto ormai pressoché impossibile distinguere le fake news dalle notizie fondate, proprio alle opere letterarie, in primis del genere poliziesco, tocchi l’onere di trasmettere una scintilla di verità sulla nostra reale condizione e sulla infinita ricchezza che alberga nell’animo umano.

 

La sua prosa, priva di fronzoli e prolissità, molto diretta e coinvolgente, mi ha fatto pensare alla filosofia di Tagliavini, “Togliere il superfluo, aggiungere l’essenziale”. C’è una correlazione tra il suo stile e il pensiero del suo personaggio? E come vede questo concetto applicato alla nostra realtà?

Il mio stile nasce nel periodo in cui, ormai decenni fa, ho avuto l’opportunità di scrivere soggetti per fumetti, in particolare Diabolik. Lì ho imparato a badare anzitutto alla costruzione di una trama ricca di situazioni e curata negli snodi narrativi, lontana da vezzi stilistici e vuoti formalismi. Non escludo che questo mio modo di scrivere abbia una qualche influenza, comunque non voluta, sulla filosofia investigativa di Tagliavini. Quanto all’applicazione di tale assunto alla realtà, la faccenda è parecchio complicata. Trovare sotto valanghe di sabbia lo strato di roccia su cui costruire il senso del vivere costa infatti molta fatica. E passa da una conoscenza non superficiale di se stessi e delle innumerevoli, spesso contraddittorie sfaccettature del mondo attuale.

 

Vogliamo spendere qualche parola per le bellissime copertine dei libri che riproducono le opere del pittore Fabio Calvetti?  Quale legame trova tra queste opere e la sua proposta narrativa?

Fabio Calvetti è un maestro che meriterebbe ben più di qualche parola. Potendo contare sulla sua amicizia, ho avuto il privilegio di curare alcune sue mostre e di scrivere un saggio, “Uno studio in rosso e nero”, sulla sua opera. Le copertine sono state scelte insieme, di volta in volta, in base al titolo e al contenuto dell’opera. Ma in generale la sua capacità di rappresentare gli ambienti urbani notturni, i momenti di sospensione nell’animo delle figure sia femminili che maschili e il senso di mistero che aleggia nei suoi dipinti hanno sempre nutrito la mia ispirazione. Per “In nero veritas” Fabio Calvetti ha dato anche una sua interpretazione  degli sgorbi  lasciati dai profanatori sulle tombe, quegli “strani disegni” per dirla con Uketsu capaci di stuzzicare la curiosità del lettore.

 

Abbiamo parlato della pittura, se invece dovesse esserci una musica quale crede si sposerebbe meglio con le avventure che racconta?

Penso  che ogni storia raccontata abbia una sua musica di riferimento, e prima ancora un peculiare ritmo narrativo. Per quest’ultimo romanzo direi che mi suona bene all’orecchio “L’hotel degli assassini”, un brano di parecchi anni fa  di Roberto Vecchioni. Mi sembra infatti possedere molti caratteri, dal ritmo avvolgente all’evocazione delle atmosfere, dagli indizi che lentamente fanno capolino nel testo all’ambiguità dei personaggi, che ben si intonano con le vicende di “In nero veritas”.

 

Viviamo in un mondo dove le relazioni si fanno sempre più spesso virtuali e passano per I Social, qual è il suo rapporto con questa realtà?

Senza poter sostituire la comunicazione faccia a faccia delle presentazioni di libri o delle fiere letterarie, la dimensione dei Social apre un diverso tipo di rapporto comunicativo con i lettori, senza dubbio arricchente chi ne fa uso. Io tendo comunque ancora a prediligere, come nel caso di questa intervista, la comunicazione Social basata più sulle parole che sulle immagini. Tra l’altro da un paio d’anni curo un sito di mia ideazione, “Mystery di Toscana”, dedicato alle opere di genere crime ambientate in questa regione. Tra i fiori all’occhiello questo sito può vantare, grazie anche ad alcuni collaboratori, la recensione di romanzi di autori statunitensi, inglesi, francesi, spagnoli e tedeschi ancora non tradotti in italiano.

 

Per concludere, ringraziandola per la sua disponibilità, le chiedo se vedrebbe bene una trasposizione filmica del suo personaggio e cosa crede potrebbe portare con sé di particolare nel panorama televisivo moderno.

Senza dubbio il montaggio “cinematografico” delle sequenze, frutto della mia esperienza di soggettista di fumetti, è molto congeniale al linguaggio televisivo e cinematografico. Inoltre segnalerei che Siena e San Gimignano, dove Tagliavini ha già svolto un’indagine, sono state poco sfruttate come setting di indagini poliziesche. Infine la “normalità” del Commissario e dei membri della sua squadra permetterebbe di illustrare vari aspetti della Toscana  contemporanea mentre di solito, a eccezione del Bar Lume di Malvaldi, si è preferito presentare ai telespettatori gli intrighi dei secoli passati.

 

Intervista di Enrico Spinelli

 

 

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