Abbiamo intervistato Emanuela Fontana approfondendo vari temo legati al suo romanzo Le bambine di Roma

Intervista n. 318
Buongiorno e grazie per aver accettato questa intervista. Dopo Antonio Vivaldi e Alessandro Manzoni la sua bussola ha puntato sulla Roma augustea e su Giulia e Selene. Cosa l’ha colpita di questa storia al punto da trarne un romanzo?
La prima ispirazione sono state le rovine della villa di Giulia a Ventotene, l’antica Pandataria, e quindi il suo esilio e il suo rapporto con il padre Ottaviano Augusto. Poi ho capito che questa storia mi offriva l’occasione per andare a fondo su un potere forte e ambiguo come era quello di Ottaviano, sull’uomo politico e su un’età dell’oro nascente. Studiando le fonti, mi sono imbattuta in Selene, figlia di Marco Antonio e di Cleopatra, condotta a Roma da Ottaviano con il fratello gemello Helios come bottino di guerra. I due bambini furono fatti sfilare durante il trionfo per le vie di Roma e poi furono accolti nella domus di Ottaviano e allevati quasi come gli altri bambini. Scrivere il romanzo per me è diventata quindi un’esigenza più forte: l’incontro tra la figlia del vincitore, Giulia, e la figlia del vinto, Selene, il dato storico che avessero trascorso realmente l’infanzia e parte dell’adolescenza insieme, spalancava la porta a una storia di scontro e conoscenza con il diverso, un cammino verso una pace vera, quella in cui le diversità sono rispettate e mantenute in nome di un desiderio di amicizia che supera le differenza di provenienza, educazione, storia personale, storia della propria terra e soprattutto supera le colpe di chi le ha generate.

Giulia e Selene sono due bambine molto diverse tra loro, per genitori ma anche per vicissitudini. Quali sono a suo dire le principali analogie e divergenze?
Le bambine hanno più o meno la stessa età quando si incontrano. Giulia deve compiere dieci anni e Selene undici. Sebbene l’educazione di allora fosse completamente diversa da quella di adesso, entrambe hanno uno sguardo puro e infantile sul mondo. Selene però ha due genitori morti suicidi, è vissuta con una madre abilissima nell’arte del compromesso. È certamente una bambina più formata e raffinata della piccola Giulia, che invece passa il giorno a correre, rotolare nella polvere e rivaleggiare con i maschi, benché già intelligentissima (così la raccontano gli storici). Selene crede nella parola, Giulia nella forza, lei è proprio l’emblema della romanità, una piccola combattente. Però entrambe sono l’anello debole della società, i gioielli più preziosi della domus di Augusto ma anche i più fragili: donne e perdipiù bambine, sempre controllate a vista, una la prima figlia di Roma, l’altra quella dei suoi nemici. Selene si porta dietro il nome dei genitori, una propaganda molto negativa, è figlia della seduttrice e del traditore di Roma. Giulia invece doveva nascere maschio e come figlia femmina dell’Augusto non ha libertà, ha un percorso già segnato. Con una natura ribelle come la sua, il conflitto interiore diventa esplosivo.
Mi ha colpito molto la loro modernità tanto nei pensieri quanto nelle azioni e negli ideali. Quale messaggio sente di trasmettere con loro?
Ho cercato di essere rigorosa nella lingua, mi sforzavo in ogni modo di non usare mai vocaboli che non avessero etimologia latina, non volevo che il lettore si sentisse mai fuori posto, ma che aprendo il libro entrasse nel mondo che volevo raccontare. Però questa è una storia che parla molto dei nostri tempi. Studiandola si capisce che queste due bambine sono figlie di uno spartiacque della storia. Se la battaglia di Azio fosse andata diversamente, se Antonio e Cleopatra fossero stati i vincitori, tutto il mondo che conosciamo sarebbe capovolto. L’Oriente avrebbe prevalso sull’Occidente, non sappiamo per quanto tempo tutto il baricentro del Mediterraneo sarebbe stato spostato verso l’Egitto. È uno sliding door della storia.
Il romanzo, molto accurato nella ricostruzione storica, ci restituisce un Ottaviano più “umano”, combattuto tra la sua dimensione di padre e la devozione a Roma. Come si conciliano queste due facce dell’Augusto?
Per me Ottaviano Augusto era un Giano bifronte, un uomo dai due volti. Credo che indagando la sua figura si intuiscano alcune delle caratteristiche degli uomini di potere di ogni tempo. Da giovane era stato anche spietato, non esitava a far uccidere chi poteva essere un ostacolo. Con il tempo si costruì un’aura di clemenza. Comunque l’uomo era molto ambizioso, si sentiva certamente investito dal destino, da un compito conferito dagli dei, voleva incarnare davvero un novello Enea, ma era abilissimo nel non dare troppa gloria a se stesso. Non amava le statue d’oro che lo raffiguravano; del bottino d’Egitto avrebbe potuto tenere molto per sé, e non lo fece. Mostrava sempre di porre Roma prima di tutto, e soprattutto prima di se stesso. Di lui però ci sono anche aspetti bui nella vita personale, zone di disordine in un uomo che invece in pubblico era un apollineo, rigoroso e essenziale anche nel cibo. Sono contraria sia alla sua santificazione che alla sua completa demonizzazione. Con la figlia il rapporto fu complesso e doloroso: non la fece uccidere ma la esiliò. Nell’antica Roma però l’esilio veniva considerato peggio della morte, il vero disonore.
Nel romanzo sono presenti tante madri, più o meno celebri storicamente, da Livia a Ottavia, da Scribonia alla Giulia più adulta senza dimenticare Cleopatra, e penso che ognuna di loro rappresenti per certi versi una diversa sfumatura della maternità, tra gioie e dolori, che ne pensa?
Sì, queste donne esercitarono la maternità in modo differente a partire da quanto ci dice la storia. Le informazioni maggiori le abbiamo su Ottavia, la sorella di Ottaviano, e ho cercato di rispettarle. Ottavia era la mamma di tutti, accoglieva anche i figli degli altri, oltre ad averne cinque suoi (quattro femmine e un maschio). Allevò il figlio del marito Marco Antonio, Iullo, come suo, quando Antonio scelse l’Egitto e Cleopatra. Iullo è un personaggio importante del mio libro. Ottavia si prese poi cura di Selene e di Helios, figli della donna con cui suo marito l’aveva tradita, anche se su Helios le informazioni da un certo punto in poi scompaiono. Perse i sensi quando Virgilio lesse un passo dell’Eneide sul suo unico figlio maschio, Marcello. I romani la amavano molto.
Livia era una calcolatrice, la storia ci dice che desiderava ardentemente – forse anche violentemente – che il primogenito Tiberio diventasse l’erede di Augusto, sicuramente la sua ferita di ragazza era stata l’umiliazione, in quanto veniva da una famiglia vicina ai Cesaricidi e quindi punita. Fu costretta a vivere a lungo con il primo marito lontana da Roma (questo prima del matrimonio con Ottaviano). Ma di fatto anche lei gestiva con Ottavia una casa affollata di bambini: i suoi due – Tiberio e Druso – Giulia, che era la figlia di suo marito, i figli di Ottavia, Iullo, i gemelli egizi.
Poi c’è Scribonia, la madre di Giulia. Ottaviano la ripudiò alla nascita della bambina. Perché pare fosse di costumi facili, perché aveva messo al mondo una femmina, perché, per portare avanti le sue ambizioni di potere, Ottaviano aveva bisogno di una donna diversa. Qui torniamo al Giano bifronte. Ho immaginato che una figlia ribelle come Giulia, così diversa dal padre all’apparenza, non potesse che avere una madre fantasiosa, libera, da cui lei aveva preso probabilmente la simpatia, il saper stare con i patrizi come con i plebei, l’amore per l’arte.
Un altro elemento che mi ha colpito molto è il contrasto tra l’apparente età dell’oro celebrata da artisti e poeti e una realtà politica densa di congiure, intrighi e tradimenti. Guardando alla Storia viene naturale pensare che per quanto si possa cambiare epoca certe dinamiche tendono a ripresentarsi, cosa ne pensa a riguardo?
Il circolo di Mecenate era la culla di questa propaganda, ma era anche il luogo della poesia, una poesia che era anche autentica, meravigliosa, vera vocazione per chi la praticava. Non era facile muoversi nel racconto all’interno di questo clima di concordia, di pace ritrovata, di bellezza, in questo desiderio di ricostruzione che esisteva certamente in quegli anni e molti interrogativi: era una pace reale? C’era ancora libertà? In realtà Roma stava perdendo la sua repubblica e si stava avviando verso un impero ma non lo sapeva. Forse questa consapevolezza non c’era perché erano stati talmente difficili gli anni delle guerre civili, che Ottaviano veniva visto come il vero pacificatore, quindi già divinizzato prima che gli fossero conferiti gli onori successivi. Sarei stata curiosa di vedere come si sarebbe mosso e come avrebbe parlato Cicerone in questo contesto, ma era già morto da oltre dieci anni. Vedo quel periodo avvolto da un velo dorato certamente, in cui pian piano si costituiva una sorta di pensiero unico. Ottaviano per certi versi era inattaccabile. In fondo era un uomo che lentamente scardinava le istituzioni della repubblica senza darlo a vedere: il suo comportamento tutto volto al bene di Roma, i suoi oggettivi sforzi per governare con più clemenza ne accrescevano anno dopo anno il carisma. Vi furono tuttavia congiure, all’inizio, durante e alla fine del suo principato. Di altre, forse, fu coperta l’esistenza. In questo libro ne ho affrontata una storicamente accertata, anche se l’ho rielaborata in chiave narrativa.
Nel romanzo troviamo alternate le vicende di Giulia e Selene col racconto della prima in esilio. Come e in cosa cambia e matura la figlia di Ottaviano tra i due periodi della storia?
La natura di Giulia è irruente, ribelle, diremmo ora anticonformista. Però aveva una cultura fine, negli anni frequenterà a lungo i circoli dei poeti, che diventeranno le persone a lei più vicine. Subirà lutti terribili, perderà figli, mariti, quello che probabilmente era il suo grande amore. Negli anni dell’esilio ha avuto modo di odiare il padre e credo anche la matrigna e l’ultimo marito. Ma voglio pensare che il rapporto con il padre non si sia spento soltanto nell’odio. Che questa donna molto pensante avesse trovato nell’esilio, in quella lontananza da tutto, una sorta di libertà, quella della mente, che è fortissima in un’epoca in cui di libertà le donne ne avevano pochissime. Inoltre il suo esilio viene vissuto a cavallo della nascita di Gesù. Il cristianesimo non era ancora una religione e non c’era ancora un messaggio divulgato, ma erano tempi di grandi cambiamenti nel rapporto tra l’uomo e le grandi domande della vita, domande a cui la religione tradizionale, che Augusto decise di ripristinare con rigore, non poteva più rispondere. Nella voce di Giulia da Ventotene volevo far sentire anche il vento di questi cambiamenti.
Come ho già avuto modo di apprezzare nelle altre opere trovo la sua prosa molto equilibrata tra ricostruzione storica e narrativa, due elementi che proseguono di pari passo offrendo al lettore una visione concreta degli eventi e delle ambientazioni senza togliere niente al coinvolgimento di un romanzo. Quanto è impegnativo riuscire a portare avanti questi due filoni in un testo?
La scrittura deve essere sempre controllata perché il rispetto dei tempi storici, delle fonti e del lettore per me è essenziale. Quindi tutto deve scorrere in questi binari di rispetto. Nello stesso tempo bisogna cercare di non frenare troppo l’ispirazione, di mantenere una naturalezza di pensiero per rendere la storia sempre gradevole e onesta. L’onestà per me è la stella polare: investo tutto il mio sentire, immergendomi nelle scene che descrivo dalla parte del personaggio o dei personaggi in campo. Non li descrivo mai da osservatrice esterna, anche se utilizzo una narrazione in terza persona, ma li vivo dall’interno secondo una sorta di metodo Stanislavskij applicato alla scrittura, ossia facendomi attraversare dall’esperienza che il personaggio sta vivendo in quel momento in base alla sua cultura, al codice etico, di esperienza personali, in cui è vissuto. Ovviamente questo è un lavoro che si affina negli anni e io sono ancora agli inizi. Le parti del romanzo da Pandataria mi consentivano di essere più libera, avevo meno vincoli storici perché tutto intorno a Giulia era essenziale e silenzioso.
Per concludere, ringraziandola per la sua disponibilità, un’ultima curiosità. La recente trasposizione filmica operata da Nolan con L’Odissea ha sollevato un gran polverone prima ancora dell’uscita nelle sale anche a causa di alcune “libertà”, presunte o reali, prese dal regista. Lei che e molto attenta alla ricostruzione storica cosa pensa dell’abitudine di rileggerne gli eventi o di modificarne aspetti, al di la di quanto questi incidano realmente sulle vicende o sul messaggio che si vuole trasmettere?
L’Odissea era libertà fin dalle sue origini e nel film l’impianto è stato mantenuto e il canto è stato rivolto all’uomo moderno, per mettere lo spettatore di fronte al senso, anzi, al non senso, della guerra. È lo stesso nucleo che ho trovato nella storia che volevo raccontare ne “Le bambine di Roma”. Quindi mi sono ritrovata completamente nello sguardo, e credo che tutte le opere d’arte, film, libri, musica, quadri, sculture o prodotti di arte moderna che pongono l’uomo davanti alla necessità della pace siano in questo momento un bene per tutti.
Siamo però al cospetto di un racconto mitico. Per la storia tramandata da testimonianze di storici più o meno contemporanei ai fatti, la questione è un po’ diversa. Bisogna tenere conto che più lontano è il periodo storico, più la ricostruzione è faticosa, perché le fonti sono spesso scarne. Come spesso mi trovo a dire, è quindi necessario costruire dei ponti. Questo non significa assolutamente stravolgere i dati di realtà. A me piace stare vicina alle fonti per due motivi: il primo è che nell’approccio alla storia bisogna essere umili, perché prima di noi l’hanno studiata un milione di persone, offrendo piccoli e grandi contributi, talvolta spendendo un’intera vita su un tassello che mancava. Poi perché la storia è spesso più bella, completa e misteriosa, quindi carica di suspance, della fantasia. Ma nei romanzi l’immaginazione, la “lettura” di dati storici incompleti, è necessaria per costruire pezzi di strada dove manca il terreno, per offrire emozione, un’emozione che parte innanzitutto in chi scrive. Con le fonti, nel caso del mio ultimo romanzo fonti classiche, si ha una sorta di struttura esterna della casa, ma manca tutto l’interno, le finestre, l’arredamento, la luce che la attraversa, e soprattutto le persone che si muovono: bisogna estrarle dal marmo e donare loro emozioni. A me piace cercare la bellezza, la forza narrativa, nella realtà. Poi l’invenzione è funzionale e straordinaria, spesso illumina ciò che sembrava incomprensibile.
Intervista di Enrico Spinelli
LE BAMBINE DI ROMA – Emanuela Fontana


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