Abbiamo intervistato Elena Magnani e approfondito il suo nuovo romanzo Spuma di mare

Abbiamo intervistato Elena Magnani e approfondito il suo nuovo romanzo Spuma di mare

 

Intervista n. 310 

 

 

 

1 Prima di tutto grazie per aver accettato questa intervista. Sono passati 2 anni dalla pubblicazione di “Mare avvelenato“, come è stato recepito dal pubblico? E quali aspetti secondo lei meritano di essere colti di quel testo?

Grazie a voi per l’invito.

Mare avvelenato è stato accolto con un coinvolgimento emotivo molto forte. I lettori si sono legati ai personaggi, in particolare a Tomaso e a Petra, e hanno riconosciuto nelle loro scelte e nei loro conflitti qualcosa che li ha toccati nel profondo. Molti mi hanno scritto di essersi ritrovati in quel senso di perdita, di lotta per il riscatto, ma anche nel bisogno di essere visti oltre le etichette.

Credo che uno degli aspetti più importanti del romanzo sia proprio questo: il tema dello sguardo. Tomaso è marchiato fin dalla nascita da una definizione che lo precede, e per tutta la vita cerca di liberarsene. È una storia che parla di quanto le parole, le credenze e i giudizi possano diventare destino, se non si trova la forza di metterli in discussione.

Allo stesso tempo, è un romanzo sulla possibilità di scegliere, anche quando sembra che tutto sia già scritto. E poi c’è la dimensione storica, che per me è sempre importante: raccontare il terremoto di Messina non solo come evento, ma come esperienza vissuta, come frattura nelle vite delle persone.

 

 

2 È di recente uscita “Spuma di mare“, aveva già in mente di realizzare il seguito di “Mare avvelenato”? Quali sono i pro e i contro nell’approcciarsi a un simile progetto?

Mare avvelenato era nato come romanzo unico della saga dei Mazzeo e, quando l’ho terminato, ero già orientata verso un’altra storia. Poi è successo qualcosa di imprevisto: i lettori, le lettrici, avevano creato un legame molto forte con i personaggi e hanno chiesto che continuassi a scrivere di loro.

Quella richiesta mi ha toccato l’anima, perché Tomaso, Petra e Mimma non avevano smesso di esistere dentro di me. Continuare la saga è stato meraviglioso, ho attraversato insieme a loro un periodo diverso, più difficile forse, ma anche più avventuroso.

Affrontare un seguito comporta una responsabilità precisa, perché esiste già un mondo costruito, dei personaggi che hanno preso forma e che i lettori sentono propri. Non si può tradire quella verità, né replicarla in modo sterile. Il rischio è quello di restare imprigionati in ciò che è già stato scritto, oppure di forzare un’evoluzione che non appartiene davvero ai personaggi.

Allo stesso tempo, offre una possibilità rara, quella di lavorare in profondità, di entrare nelle conseguenze, nei passaggi meno immediati, in tutto ciò che non si esaurisce in una sola storia. È uno spazio narrativo più complesso, ma anche più fertile, perché permette di accompagnare i personaggi in un tempo più lungo, dove diventano pienamente responsabili di ciò che sono.

 

 

 

3 Nel libro ritroviamo Petra, Tomaso Mazzeo e Mimma, come sono cambiati e maturati rispetto al primo libro?

In Spuma di mare i personaggi si trovano a dover fare i conti con loro stessi, con le loro scelte, con quello che hanno costruito fino a quel momento.

Petra ha acquisito consapevolezza sui suoi sogni. È una donna che ha imparato a riconoscere i limiti imposti dal contesto in cui vive e che, proprio per questo, cerca di spingere Mimma oltre quei confini, a volte con una forza che può risultare difficile da accogliere perché porta con sé anche le sue aspettative, i suoi desideri non realizzati.

Tomaso è in una zona ancora più complessa, perché le sue scelte iniziano a mostrare un peso diverso. Resta una figura legata agli altri, capace di esserci nei momenti in cui serve davvero, ma la sua evoluzione passa attraverso una maggiore consapevolezza di ciò che le sue azioni comportano, non solo per sé, ma per chi gli sta accanto. È un passaggio che lo rende più esposto alle sue fragilità, meno protetto da quell’immagine che gli altri hanno costruito su di lui.

Mimma è nel pieno della sua trasformazione, inizia a mettere in discussione tutto, a partire da se stessa. Avverte con chiarezza di non appartenere più a ciò che era stato scelto per lei, ma non ha ancora una direzione alternativa, e questo la porta dentro una tensione forte, fatta di desiderio, inquietudine, bisogno di definizione.

 

4 Accanto a loro due personaggi molto peculiari a mio avviso sono Cesare e Alessandro. Quali sono gli aspetti principali che li caratterizzano?

Cesare e Alessandro sono diversi e affini, e proprio per questo risultano così incisivi, perché si collocano in punti quasi opposti rispetto al modo di stare nella vita e nelle relazioni.

Entrambi contribuiscono a definire il percorso degli altri personaggi, in particolare di Mimma, perché rappresentano possibilità diverse, direzioni che non sono solo narrative, ma anche esistenziali. È nel confronto con queste due figure che emergono scelte, esitazioni, desideri, e che si chiarisce, passo dopo passo, il tipo di strada che ciascuno è disposto a percorrere.

Cesare è un uomo pacato, sa osservare, comprendere e farsi ascoltare senza imporsi. È una presenza benevola per Mimma e anche per gli altri. Alessandro, suo nipote, è ciò che per Mimma significa rischio e libertà. È la sua prima infatuazione. In lui c’è una componente di fascinazione, come in Tomaso, ma anche di pericolosità. E Mimma si farà trasportare, perché lui l’attrae come una calamita.

 

 

5 L’opera ha una forte base storica ma ha anche molto del romanzo di formazione e credo che forse quello che più di tutti compie un vero e proprio viaggio dentro di sé in mezzo a tante avventure è proprio Tomaso, condivide?

Sì, condivido. Il percorso di Tomaso non è lineare, né subito riconoscibile come un’evoluzione nel senso più tradizionale. Il suo è un viaggio che si compie soprattutto all’interno, in una zona meno visibile, dove le esperienze esterne non producono un cambiamento immediato, ma sedimentano, lo costringono a rivedere ciò che è e che crede di essere.

Tomaso si muove tra una percezione di sé molto radicata, quasi una condanna che porta dentro, e una tensione costante verso gli altri, verso il prendersi cura, l’esserci nel momento in cui serve. È in questo che si sviluppa il suo percorso, perché ogni scelta lo avvicina e allo stesso tempo lo mette in discussione, lo espone alle conseguenze di ciò che fa.

Il suo viaggio di formazione è un lento processo di riconoscimento, la possibilità di guardarsi senza il filtro di ciò che gli è stato attribuito e proprio per questo è più profondo, perché avviene nel momento in cui accetta di mettere in discussione la propria identità.

 

6 Mi colpisce molto il carattere di Tomaso che di fronte a eventi drammatici al di sopra dei poteri dell’uomo tenda a caricare su di sé tutte le colpe, seguendo la vecchia. maldicenza dello “spiritu tintu”. Quanto crede influisca ancora oggi la superstizione nei pensieri e nella vita della gente?

Tomaso è un personaggio che porta addosso uno sguardo antico, una forma di racconto che gli altri hanno costruito su di lui e che, con il tempo, ha finito per interiorizzare. L’idea dello “spiritu tintu” non è solo una maldicenza esterna, diventa una lente attraverso cui interpreta ciò che accade, soprattutto quando si trova di fronte a eventi che sfuggono al controllo umano. In quei momenti, invece di riconoscere il limite di ciò che può o non può fare, tende a colmare quel vuoto caricandosi di colpe che non gli appartengono, come se dare un nome al male potesse renderlo più comprensibile.

La superstizione risponde a un bisogno umano: quello di trovare una spiegazione anche quando non esiste, di ridurre l’incertezza, di trasformare ciò che è incontrollabile in qualcosa che possiamo contenere, anche a costo di distorcerlo.

Oggi le modalità sono diverse, più sottili, meno dichiarate, ma il meccanismo resta simile. Quando non riusciamo a sostenere la complessità di ciò che accade, cerchiamo comunque un ordine, una causa, qualcosa o qualcuno a cui attribuire responsabilità, e a volte questo porta a costruire narrazioni che semplificano, che rassicurano, ma che non corrispondono alla realtà. E magari provocano dolore in altri.

 

7 Il titolo, come nel caso del romanzo precedente, fa riferimento al mare. Qual è il suo significato nelle vicende narrate?

Il mare, anche in Spuma di mare, è una presenza che accompagna i personaggi, che ritorna come memoria, come richiamo, come qualcosa che resta anche quando non è visibile.

Nel primo romanzo aveva una funzione più concreta, legata all’origine, all’accudimento, poi al maremoto e a un luogo da cui partire. In questo nuovo romanzo assume una qualità diversa, più interiore. È qualcosa che affiora nei momenti di passaggio, nei ricordi, nelle scelte, come se custodisse una parte profonda delle loro vite.

La spuma, in particolare, porta con sé un significato preciso, perché è ciò che emerge dopo il movimento, ciò che resta in superficie di qualcosa che si è agitato più a fondo. In questo senso diventa un’immagine che riguarda direttamente i personaggi, il loro percorso, ciò che di loro si mostra dopo tutto ciò che hanno attraversato.

C’è anche un legame con Mimma, con il suo essere ancora in trasformazione, non del tutto definita, in equilibrio tra ciò che è stata e ciò che può diventare.

 

8 Nel romanzo due grossi drammi scombinano la vita dei nostri, lo scoppio della grande guerra e la Spagnola. Guardando ai giorni e ad analoghe situazioni che ci hanno riguardato e riguardano quale confronto si sente di fare tra le due realtà?

Nel romanzo questi due eventi agiscono come fratture profonde, perché interrompono ogni possibilità di continuità e costringono i personaggi a ridefinire tutto, le priorità, i legami, il modo stesso di immaginare il futuro. La Grande Guerra e la Spagnola entrano nella vita quotidiana e modificano ciò che fino a poco prima sembrava stabile.

Guardando al presente, ciò che colpisce è la somiglianza di alcuni meccanismi, soprattutto nella gestione dell’incertezza e della paura. Di fronte a eventi che superano il controllo individuale, emerge lo stesso bisogno di orientarsi, di trovare punti fermi, di dare un senso a ciò che accade. Nel caso della Spagnola, le forme di profilassi, le misure di contenimento, le reazioni collettive mostrano una continuità sorprendente con ciò che abbiamo vissuto recentemente, a dimostrazione del fatto che, nonostante il tempo trascorso, alcune dinamiche restano immutate.

Cambia il contesto, cambiano gli strumenti, cambia il livello di consapevolezza, ma resta quella difficoltà di sostenere una realtà che sfugge, che non può essere governata completamente. È lì che la Storia torna a mostrarsi nella sua natura più ciclica, non perché si ripeta nello stesso modo, ma perché ripropone domande simili.

E forse è proprio questo il punto di contatto più forte con il presente, la necessità, ogni volta, di trovare una posizione dentro eventi che non abbiamo scelto, ma che siamo chiamati a vivere.

 

9 Come ultima domanda, ringraziandola per la disponibilità, una piccola curiosità: e possibile che ci sia un terzo libro per questa saga familiare?

No, la storia della famiglia Mazzeo si conclude con Spuma di mare, perché sento di aver accompagnato questi personaggi fino al punto in cui dovevano arrivare.

C’era per me una responsabilità precisa, soprattutto nei confronti delle figure realmente esistite come Tomaso e Sofia, a cui ho voluto dare una voce e una vita piena, portata fino in fondo. Arrivata lì, ho sentito che era giusto fermarmi, per lasciare che quella storia restasse integra, senza forzature.

Sto lavorando su nuovi progetti che nascono ancora una volta da eventi reali, da altre vite che chiedono di essere raccontate.

 

Intervista di Enrico Spinelli

 

SPUMA DI MARE  Elena Magnani

SPUMA DI MARE Elena Magnani

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