Abbiamo intervistato Dario Ferrari e affrontato alcuni temi presenti nel suo ultimo romanzo “L’idiota di famiglia”

Abbiamo intervistato Dario Ferrari e affrontato alcuni temi presenti nel suo ultimo romanzo “L’idiota di famiglia”

 

Dario Ferrari – Foto ©Pasqualini/MUSA –  Tutti i diritti riservati

 

Intervista n. 301

Buongiorno e grazie per aver accettato questa intervista. Innanzitutto le chiederei di presentarci il suo ultimo romanzo “L’idiota di famiglia

Vasto programma, forse troppo vasto. Diciamo che è un romanzo familiare, che ha al centro il rapporto tra un figlio ormai adulto, alle prese con una vita un po’ storta e un po’ incartata, e un padre, Herr Professor, che sta vedendo declinare le proprie facoltà cognitive, un tempo eccelse.

 

Come ci presenterebbe i personaggi principali della vicenda quali Igor, Marta, Ester e Franco Nieri?

Igor è un uomo innamorato delle parole, che proprio per questo sognava di fare lo scrittore ma si è trovato a fare il traduttore, e adesso è alle prese con il difficile tentativo di trovare il proprio posto nel mondo. Marta, la sua compagna, dopo una serie di batoste è riuscita a reinventarsi scrittrice prendendo una strada lontana da quella che si aspettavano sia lei che Igor. Ester è la sorella di Igor, che lui definisce “una frivola cazzona” per la sua scelta di vivere la vita sistematicamente in superficie. Franco Nieri, detto anche Herr Professor, è un professore di filosofia in pensione, comunista, alle prese con la progressiva dissoluzione delle proprie facoltà cognitive.

 

 

Devo ammettere che la prima cosa che ho apprezzato di questo libro è il “piacere di leggerlo”, un po’ per la scrittura e un po’ per il gusto di lasciarmi sorprendere-non avevo infatti letto niente dei trafiletti laterali del libro- e le chiedo quanto sia sia sottovalutato il valore di una bella prosa nell’economia di un romanzo e quanto sia importante un equilibrio tra scrittura e originalità della storia?

Credo che ogni autore abbia il suo modo specifico di miscelare questi elementi, la trama e lo stile, e che sia esattamente questo mix a fare la voce peculiare di uno scrittore, ovvero il senso stesso del suo scrivere. Per quanto mi riguarda l’originalità della storia non è un elemento particolarmente importante (il rapporto padre-figlio è già stato esplorato da libri infinitamente migliori); ciò che conta è come si scrive, e, al limite l’originalità, della struttura dell’impianto narrativo.

 

Se dovesse individuare dei temi portanti all’interno di una storia così complessa e coinvolgente quali indicherebbe?

A bruciapelo, direi: la questione della genitorialità, le relazioni familiari, le mancanze della memoria, il rapporto tra le generazioni, la difficile ricerca del proprio posto nel mondo, la possibilità di avere un’efficacia politica nel mondo attuale.

 

Nell’opera c’è un riferimento forte all’utilizzo dell’IA e mi è venuto in mente un racconto distopico di Roald Dahl “Lo scrittore automatico” dove si immagina una macchina capace di realizzare i best sellers al posto dei rispettivi autori. Volendo guardare alla realtà quanto c’è di vero e di drammatico in questa opera di fantasia? E quanto rischia il mondo dell’arte?

Credo che sia la questione del nostro tempo, questa eventualità di essere soppiantati da un’intelligenza artificiale. Non credo siamo tanto lontani dal momento in cui l’intelligenza artificiale sia in grado di scrivere dei buoni libri, forse non di grande letteratura ma sicuramente di intrattenimento. Non so fare previsioni, ma credo tuttavia che se esiste una speranza, è nel fatto che quello che si ricerca leggendo un libro non è solamente una storia ben raccontata, ma la possibilità di creare un rapporto tra esseri umani reali attraverso la letteratura; e su questo l’AI non può fare molto.

 

Igor un po’ come Marcello di “La ricreazione è finita” appare come un personaggio in via di definizione, una persona ordinaria che sembra cercare più o meno consapevolmente un senso alla propria vita. Possiamo dire che entrambe le opere hanno molto del romanzo di formazione? E quali sono, a suo dire, altri punti di contatto tra le loro vicende?

“La ricreazione è finita” è stato pensato proprio come romanzo di formazione che muoveva da un rapporto intergenerazionale, e forse però in quel caso la formazione restava per così dire bloccata. “L’idiota di famiglia” è invece un romanzo che difficilmente si può definire di formazione, eppure qui è molto più evidente il percorso di metamorfosi e costruzione di sé rispetto al libro precedente. In entrambi i personaggi la questione fondamentale è quella di trovarsi in qualche modo bloccati, frustrati e di cercare a tentoni il proprio posto nel mondo, nell’unico modo possibile: relazionandosi con altre persone che ci stanino dalla nostra posizione di comodo.

 

 

Entrambi i romanzi hanno una struttura articolata e non afferiscono a un singolo genere letterario ma, anzi, incorporano elementi disparati in modo armonico raccontando storie apparentemente slegate ma che infine trovano un punto di contatto. Quali sono le sfide e le opportunità nella scelta di non fossilizzarsi su un unico genere letterario?

Più che una scelta è semplicemente quello che mi trovo a fare. Quando penso un libro lo penso già articolato e non legato a un singolo tema o a un singolo genere. Poi nel corso della scrittura la questione diventa ancora più complicata, perché altri temi, altri personaggi, altre storie vengono calamitati all’interno di quella che pensavo essere la storia principale. Gran parte del lavoro, per me, consiste proprio nel trovare il modo di armonizzare le varie anime del romanzo.

 

Mi ha molto colpito la presenza in entrambe le storie di elementi storici legati alla Versilia, penso alle giornate rosse di Viareggio o agli anni di piombo. Quale contributo crede possa dare la narrativa nella divulgazione di episodi storici meno conosciuti e quali le riflessioni che può stimolare?

Il ritorno tramite la narrativa a un certo periodo storico può essere un modo per sperimentare modi alternativi di stare al mondo e di concepire la propria efficacia politica.

 

Viviamo in un epoca dominata dalle interazioni virtuali soprattutto attraverso i Social. Qual è il suo rapporto con questa realtà?

Ne riconosco la totale pervasività, gli effetti giganteschi sulle nostre capacità cognitive e sulla nostra relazione col mondo e col sapere; e questi effetti mi sembrano tanto più dirompenti in quanto li sento agire su di me, che pure faccio dei social network un uso a dir poco limitato.

 

Un’ultima domanda, ringraziandola per la disponibilità. Nel 2020 è uscito il suo romanzo giallo “La quarta versione di Giuda”. Intanto vorrei sapere che ricordi lega a questa esperienza e se ci sarà la possibilità che in futuro realizzi una nuova opera di questo tipo o magari qualcosa che unisca il giallo al filone narrativo delle sue ultime opere.

È stato il mio libro di esordio, quindi è stato un passaggio estremamente significativo, quello in cui le mie parole sono in qualche modo diventate pubbliche; poi, complici tanti fattori, il loro pubblico non è stato particolarmente ampio, ma nondimeno ero in qualche modo diventato uno scrittore. Al momento non ho in programma di tornare a scrivere un libro così legato a un genere, ma è anche vero che, credendo poco alla suddivisione stessa tra i generi, integrare il giallo a una narrazione più composita, come ho già fatto ne “La ricreazione è finita”, mi sembra assai più plausibile.

Intervista di Enrico Spinelli

 

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