Abbiamo intervistato Carmelo Sardo approfondendo il lavoro del giornalismo d’inchiesta, partendo dall’opera “L’ultima estate di un uomo per bene”

Abbiamo intervistato Carmelo Sardo approfondendo il lavoro del giornalismo d’inchiesta, partendo dall’opera “L’ultima estate di un uomo per bene”

 

Carmelo Sardo

 

Intervista n. 313

Buongiorno e grazie per aver accettato questa intervista. Parliamo de “L’ultima estate di un uomo per bene“, cosa l’ha colpita in particolare della storia di Giuseppe Tragna al punto da volerla ricostruire?

La prima cosa che mi ha colpito è stato il racconto così intenso e vibrante e appassionato che mi ha fatto la famiglia della vittima. Quando mi hanno accolto nella loro casa e mi hanno aperto il cuore e lo scrigno dei ricordi, ho capito che questa storia meritava di uscire dai margini della memoria in cui era relegata. Mi sono commosso, umanamente, mi sono addolorato, e mi sono arrabbiato quando ho conosciuto i dettagli di questa incredibile vicenda.

 

Che tipo di uomo era Giuseppe? E quali valori portava con sé da poterlo definire un uomo perbene?

Giuseppe era un uomo normale, semplice, non era un eroe. Era un padre di famiglia, un professionista, tutto casa e lavoro, che aveva un faro guida: la rettitudine, valore che ha sempre trasmesso ai figli, Gero e Ilaria. Era un uomo perbene proprio per il modo in cui aveva scelto di vivere, facendo del rispetto delle regole, delle leggi il suo credo.

 

Il libro ricostruisce la sua vicenda con grande minuziosità e ha il merito di concentrarsi anche sul suo nucleo domestico? Qual è l’importanza delle persone che si trovano accanto a chi compie scelte difficili e quanto meriterebbero maggiore considerazione?

Dopo averli conosciuti, moglie e figli di Pino Tragna, posso dire serenamente che se non fossero così come sono, se non mi avessero affidato le confidenze che mi hanno affidato,  se non mi avessero trasmesso tutta la loro bellezza interiore, la determinazione con cui hanno lottato per avere giustizia fino in fondo, insomma se non fossero stati quello che sono, io probabilmente non mi sarei appassionato a questa dolorosa vicenda.

La morte di Giuseppe Tragna è accompagnata dal becero tentativo di infangarne la figura. Questo succedeva quando i Social erano ancora qualcosa di inimmaginabile, cosa sarebbe successo ai giorni nostri secondo lei e quanti esempi vediamo quotidianamente screditati nel loro percorso?

Non oso immaginare al tempo dei social una simile vicenda che riflessi paurosi avrebbe innescato. Per fortuna, a quel tempo non solo non esistevano i social, ma gli organi di polizia sono stati molto bravi, e rispettosi, non facendo filtrare la notizia della “tragediata” che ha dovuto subire da morto il dottor Tragna.  Tanto che nessun giornale venne a sapere questo raccapricciante retroscena, e nessuno mai ne ha parlato: è saltato fuori soltanto durante i processi e per fortuna non ebbe alcuna eco. Oggi con l’avvento dei social, lo scenario è totalmente cambiato: dietro a una tastiera si nascondono purtroppo anche persone becere e volgari che strumentalizzano qualsiasi vicenda.

A complicare le cose della “macchina del fango” ci mette il suo anche l’intelligenza artificiale. Lei che idea si è fatto di questa tecnologia? Quanto potrebbe essere d’aiuto e quanto invece è utilizzata superficialmente?

Ho provato, un po’ per gioco, a interpellare l’IA e devo dire di essere rimasto sconvolto per i risultati che mi ha offerto. Credo che nell’imminente futuro, se utilizzata bene, garantendo comunque controlli “umani”, possa rappresentare un’ottima risorsa. Tutto dipende dall’utilizzo che se ne fa. Purtroppo assistiamo a un ricorso anche in questo caso “vergognoso”  all’IA, sia per ingegnare truffe che per denigrare le persone.

Tutti o almeno gran parte della popolazione, conosciamo le vicende di Cosa Nostra legate principalmente ai Corleonesi. Lei con “Cani senza padrone” ci ha presentato gli Stiddari. Quali erano le loro caratteristiche e in cosa si somigliavano o differenziavano dai “viddrani”?

I cosiddetti Cani senza padrone altro non erano che giovani balordi, dediti ai furti, alle rapine, senza arte nè parte, che a un certo punto quando i corleonesi di Riina scatenarono  la guerra di mafia per prendersi tutta la Sicilia, vennero sfruttati dai vecchi boss della vecchia cosa nostra, quella che non accettava lo strapotere stragista di Riina. Armarono questi ragazzi e li usarono per controbattere agli attacchi dei corleonesi. Quando questi picciotti capirono di essere stati messi in mezzo a una guerra più grande di loro, cominciarono a uccidere anche chi li aveva assoldati, abbindolati. Li chiamavano stiddari, un termine che in siciliano significa stellari, da stella, ma che nella mia indagine come riporto nel libro Cani senza padrone, appunto, ha un significato ben diverso.

 

 Se tutti conoscono la storia tanti sono i misteri che sono rimasti tanto nelle vicende più celebri che in quelle meno note. Secondo lei, al di là della frase ricorrente “Più se ne conoscono meglio è” c’è qualche motivo più profondo per continuare a raccontare queste storie, nuove o conosciute che siano?

Predico sempre, specie con i giovani, di diffondere la cultura della memoria. Conoscere significa crescere e formarsi una coscienza civile sana, pulita. La storia di Giuseppe Tragna appassiona e commuove per la bella persona che era, per non essersi piegato agli interessi mafiosi al prezzo della vita. Conoscere il suo sacrificio l’ho ritenuto un dovere non solo verso la sua memoria, ma quanto come sanatoria di un percorso doloroso che la famiglia ha dovuto affrontare lungo 30 e passa anni per smontare quell’accusa falsa e infamante riportata da un collaboratore di giustizia secondo cui Tragna andava ucciso perché insidiava un ragazzino, e veder riconosciuto il proprio congiunto <vittima innocente di mafia>

Un’ultima domanda, ringraziandola per la disponibilità. Mi incuriosisce molto il romanzo/giornalismo di inchiesta, per cui le chiedo come si sviluppa il lavoro di chi vi si approccia, quali sono le difficoltà e gli obiettivi principali che si pone.

Bella domanda.  Scrivere un saggio/romanzato come questo (che a me piace definirlo così) comporta innanzitutto un lavoro di ricerca imponente. Nel mio caso, scrupoloso come sono per deformazione professionale, mi sono dovuto procurare tutte le carte, e quando dico carte intendo dire i verbali di interrogatorio degli organi di polizia, ( e in questo caso erano davvero tanti) le richieste di arresto, i rinvii a giudizio, le sentenze, le motivazioni delle sentenze. Ma io non mi accontento solo delle carte. Vado sempre a cercare e a parlare, o almeno ci provo, con tutti i principali protagonisti. In questo libro, come nei miei precedenti, sono riuscito a far parlare quasi tutti, collaboratori di giustizia, investigatori, imputati, parenti, amici. Un lavoro davvero imponente perché una storia vera, come questa, esigeva una minuziosità particolare. Purtroppo non è sempre facile e nella fattispecie ho dovuto scandagliare perfino siti internet tedeschi perché la storia ha una variante in Germania decisiva per gli sviluppi che ha avuto.

Alla fine penso sia venuta fuori un’opera il cui obiettivo, lo ripeto, è solo quello di restituire dignità a una persona uccisa e calpestata da morta, per tenerne vivo il ricordo e diffonderlo alle nuove generazioni.

 

Intervista di Enrico Spinelli

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