Abbiamo intervistato Ben Pastor e parlato del ritorno del capitano Martin Bora con Lo specchio del pellegrino

Intervista n. 306
- Buongiorno e grazie per aver accettato di rispondere nuovamente alle nostre domande. Le chiederei prima di tutto di presentarci il ritorno del capitano Bora con Lo specchio del pellegrino.
Lo specchio del pellegrino segna il ritorno di Martin Bora in uno dei momenti più oscuri della guerra sul fronte orientale. Bora è ferito, stremato, profondamente segnato da ciò che ha visto, eppure viene trascinato ancora una volta dentro un’indagine che all’inizio sembra circoscritta e che invece finisce per aprire uno squarcio quasi apocalittico sugli orrori del conflitto. Odessa, con la sua bellezza decadente e la sua tragedia, diventa a tutti gli effetti un personaggio del romanzo. Più che un semplice caso investigativo, il libro racconta il viaggio di un uomo che continua a interrogarsi su cosa significhi restare umano dentro una catastrofe di dimensioni gigantesche.

- Come si mettono in relazione l’indagine compiuta dal capitano con il tema mistico del pellegrinaggio?
Nel romanzo l’indagine è anche un pellegrinaggio interiore. Bora si muove fisicamente attraverso città devastate, massacri, incontri e memorie, ma in realtà sta attraversando soprattutto territori morali. Il pellegrino non cerca soltanto una verità concreta: cerca un senso. Bora è un uomo educato all’ordine, alla disciplina e alla fede, eppure continuamente posto davanti al male assoluto. Ogni tappa dell’indagine lo costringe a confrontarsi con la colpa, con il silenzio, con l’idea di responsabilità personale. Il pellegrinaggio è quindi una ricerca spirituale, forse senza approdo definitivo.
- Un passaggio che ho trovato più profondo di quel che si potrebbe pensare è quando Martin entra in una cartoleria devastata prendendo delle cose e lasciando i soldi pur sapendo che non li avrebbe presi nessuno. Quanto è forte un’immagine culturale simile in un contesto bellico così feroce?
È un gesto apparentemente minimo, ma fondamentale. In guerra gli esseri umani rischiano di perdere prima ancora della vita la propria struttura morale quotidiana. Lasciare il denaro sul bancone è un modo per dire: “Non voglio diventare parte del caos”. Bora sa benissimo che quel gesto non cambierà nulla, ma è proprio questo il punto. La civiltà sopravvive anche attraverso rituali inutili, attraverso atti che non hanno più alcuna utilità pratica ma conservano un significato etico. In contesti estremi, questi piccoli gesti diventano forme di resistenza spirituale.
- In questa avventura Martin Bora ritrova una vecchia conoscenza, Padre Malecki. Qual è il ruolo di questo personaggio e come si configura il suo rapporto con il capitano?
Padre Maleki rappresenta una delle poche figure davanti alle quali Bora può abbassare davvero le difese. È un uomo che ha conosciuto la povertà, la violenza delle strade di Chicago, il rigore intellettuale dei Gesuiti e la dimensione mistica della fede. Il loro rapporto è fatto di rispetto reciproco ma anche di interrogativi irrisolti. Malecki non assolve Martin, non gli offre risposte semplici: piuttosto gli ricorda continuamente la necessità di guardarsi dentro. Nei romanzi di Bora la fede non è mai consolatoria; è una tensione continua. Padre Maleki incarna proprio questa dimensione.
- Ci sono tre donne che, con ruoli diversi, ricorrono in tutte le avventure del nostro: Nina, Remedios e Dikta. Cosa rappresentano per il protagonista?
Sono tre poli emotivi e simbolici della vita di Bora. Nina rappresenta le radici, il passato, il peso della formazione aristocratica e familiare. Remedios è il mistero, l’irraggiungibile, la dimensione quasi metafisica dell’amore e del desiderio. Dikta, invece, è la possibilità concreta di una vita reale, di un equilibrio umano possibile. Bora è un uomo profondamente diviso, e queste tre figure riflettono le sue fratture interiori. Nessuna di loro è semplicemente “la donna amata”; sono aspetti della sua coscienza e del suo destino.
- Teatro degli eventi narrati è principalmente Odessa. Quali sono, dal suo punto di vista, gli aspetti salienti di questa terra e della sua gente? E qual è il significato più profondo del modo di dire “Odessa è Odessa è Odessa”?
Odessa è una città unica perché nasce dall’incontro di culture diverse: russa, ebraica, greca, mediterranea, europea. È una città ironica e tragica insieme, elegante e ferita, cosmopolita ma sempre sull’orlo della rovina. “Odessa è Odessa è Odessa” significa che sfugge a qualsiasi definizione semplice. È un luogo che contiene contraddizioni insanabili: splendore e brutalità, leggerezza e morte. Nel romanzo diventa quasi uno specchio della condizione umana durante la guerra.
- Possiamo dire che questo romanzo rappresenta forse il momento più introspettivo del personaggio?
Sì, credo di sì. Ne Lo specchio del pellegrino Bora guarda molto più indietro dentro sé stesso. I ricordi d’infanzia, il bisogno di raccontare qualcosa alla madre, il ritorno continuo alla memoria non sono elementi nostalgici, ma tentativi di salvare un nucleo identitario prima che la guerra lo distrugga definitivamente. È un romanzo in cui il passato personale diventa importante quanto gli eventi storici. Bora non è più soltanto un investigatore immerso nella Storia; è un uomo che cerca di capire chi sia diventato.
- Le chiedo quanto lavoro di ricerca c’è alla base e quanto è importante l’equilibrio tra ricostruzione storica e scrittura.
La ricerca è fondamentale, ma non basta. Per me il dato storico deve sempre trasformarsi in esperienza narrativa. Bisogna conoscere uniformi, movimenti militari, geografia, linguaggio, mentalità dell’epoca; però il rischio è che tutto questo rimanga freddo. Il romanzo storico funziona davvero quando il lettore dimentica la ricerca e percepisce invece la vita. L’equilibrio sta proprio lì. La precisione deve sostenere la narrazione senza soffocarla.
- Trovo che Martin Bora abbia una certa affinità con Bruno Arcieri di Leonardo Gori. Potrebbe mai concretizzarsi un incontro tra loro?
In effetti Bora e Arcieri condividono alcune inquietudini: il rapporto ambiguo con le istituzioni, la consapevolezza della tragedia storica, il senso di isolamento. Potrebbero forse sfiorarsi in qualche momento del conflitto, ma sarebbe probabilmente un incontro breve, pieno di sottintesi più che di rivelazioni.
- Guardando alla vita di Martin Bora, siamo rimasti fermi a La Venere di Salò. Ha mai pensato di dare un seguito a quegli eventi?
Martin Bora è un essere umano che continua a vivere nella mente dell’autore anche quando il romanzo finisce. La sua sorte resta volutamente sospesa perché riflette il destino di un’intera generazione travolta dalla guerra. Inoltre, sono convinta che certi personaggi debbano conservare una parte di mistero. A volte ciò che non viene raccontato continua a vivere più intensamente nell’immaginazione del lettore. Detto questo, sì, ci sarà un seguito a La Venere di Salò.
- Anche in questo romanzo troviamo il contrasto tra Wehrmacht e SS. Quanta verità storica c’è dietro questa contrapposizione? E quanti ufficiali erano vicini al conflitto interiore di Martin Bora?
La contrapposizione fu reale, anche se va evitata una lettura troppo rassicurante. Non tutta la Wehrmacht era estranea ai crimini del regime, ma è vero che esistevano profonde differenze culturali e morali tra parte dell’esercito tradizionale e l’universo ideologico delle SS. Bora nasce proprio da quella frattura: è un ufficiale formato secondo codici prussiani, aristocratici e militari che si ritrova a servire uno Stato dominato dal fanatismo ideologico. Uomini come lui sono esistiti davvero, anche se probabilmente in numero limitato. Molti provarono disagio, alcuni opposero una resistenza silenziosa, pochissimi arrivarono fino alla rottura aperta. Bora appartiene a quella minoranza tormentata che vedeva il disastro morale prima ancora della sconfitta militare.
Intervista di Enrico Spinelli



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