Abbiamo intervistato Antonio Boggio partendo dal suo ultimo romanzo  “Assassinio all’isola di San Pietro”

Abbiamo intervistato Antonio Boggio, partendo dal suo ultimo romanzo  “Assassinio all’isola di San Pietro” e approfondendo la sua proposta narrativa.

Intervista n. 283 

 

Antonio Boggio

 

1 Innanzitutto grazie per aver accettato questa intervista. Le chiedo di presentarci il suo nuovo romanzo “Assassinio all’isola di San Pietro“.

Grazie a voi per lo spazio e l’attenzione dedicata.

Assassinio all’isola di San Pietro è il mio terzo romanzo con protagonista il commissario Alvise Terranova, e rappresenta per me un passaggio molto importante: la serie dedicata al commissario, ambientata a Carloforte, sull’isola di San Pietro – la mia terra natale – entra nella prestigiosa collana Il Giallo Mondadori.

Era da tempo che sentivo il bisogno di scrivere un romanzo in cui il file rouge fosse il tempo: quel tessuto invisibile che tiene insieme le nostre vite, i nostri ricordi, le nostre ossessioni. Per questo mi è sembrato naturale scegliere come vittima un orologiaio: un mestiere che ho sempre trovato affascinante e che oggi, purtroppo, è quasi scomparso. Una scelta che non è solo narrativa, ma profondamente personale.

Mio nonno era un orologiaio, e io sono cresciuto circondato da quei piccoli mondi meccanici: ingranaggi minuscoli, molle, cacciaviti sottili come aghi. D’estate, quando andavamo in campagna, anche se era già in pensione, lui portava con sé tutto il suo piccolo universo. Montava il banco da lavoro all’ombra di un ginepro, infilava il monocolo e si immergeva in quel mondo di silenzi e di concentrazione. Da bambino avevo l’impressione che stesse lavorando sempre allo stesso orologio, per mesi interi. E mi chiedevo: quale passione può spingere un vecchio a dedicarsi così a lungo a un solo pezzo?

Poi l’ho capito. Mio nonno non stava riparando un oggetto: stava cercando di aggiustare il Tempo. Come se dentro quelle piccole ruote cercasse di rimettere ordine in un evento lontano che continuava a perseguitarlo. E da questa intuizione, da questa immagine così intima, è nato tutto. Mi sono chiesto: che cosa può accadere nella vita di un uomo da inseguirlo per anni, fino a diventare più forte di lui? E soprattutto: è possibile aggiustare il tempo?

La risposta che mi sono dato è no. Non possiamo riparare ciò che ci ha feriti, proprio come non si può tornare indietro in un meccanismo rotto. Ma possiamo imparare a guardarlo diversamente. La psicoterapia insegna proprio questo: non si aggiusta il trauma, si aggiusta il modo in cui lo raccontiamo a noi stessi. E forse è questo che facciamo tutti, ogni giorno.

Il romanzo nasce da queste suggestioni. Si apre con il ritrovamento dell’orologiaio di Carloforte: apparentemente un suicidio, con tanto di biglietto d’addio. Ma quando il commissario Alvise Terranova arriva sulla scena, qualcosa lo spinge a dubitare delle apparenze. Così comincia un’indagine che è anche un viaggio nella vita dell’orologiaio, tra i carruggi di Carloforte e poi indietro nel tempo, fino agli anni ’60, a Le Sentier, in Svizzera — la culla dell’orologeria.

Nonostante sia il terzo libro, a chi mi chiede consiglio di iniziare proprio da questo. Per varie ragioni. Innanzitutto, credo che sia la fotografia della mia maturità come scrittore e, allo stesso tempo, della crescita dei personaggi.

Le storie di ogni romanzo sono autoconclusive, collegate solo dalle sottotrame che riguardano i protagonisti. Questo significa che chi si appassiona al commissario, alle atmosfere e alle ambientazioni, potrà poi tornare indietro e leggere gli altri senza difficoltà.

 

 

2 Questo è il terzo romanzo con il commissario Alvise Terranova, con quali parole lo descriverebbe?

Alvise Terranova è un uomo complesso. Un commissario che tiene insieme il rigore del suo lavoro e una profonda, irriducibile umanità. È intuitivo, capace di leggere le persone oltre le apparenze, ma anche ironico, con quella vena malinconica che lo rende autentico.

Non è un eroe infallibile: ha le sue fragilità, i suoi dubbi. È un investigatore che cerca la verità, ma senza perdere di vista le sfumature dell’animo umano.

In lui c’è il mio sguardo sul mondo, il mio gusto. Tuttavia, cerco di spingerlo oltre, di farlo respirare attraverso le storie degli altri, gli incontri, la vita quotidiana, perché è lì che si nasconde la vera ricchezza.
Alvise, in fondo, è un mosaico: prende forma da frammenti che mi colpiscono nelle persone, da gesti, frasi, sguardi che restano impressi. Un personaggio vive anche di ciò che è lontano dallo scrittore, e proprio nell’intreccio tra ciò che conosciamo e ciò che ci è estraneo nasce qualcosa di autentico.

 

3 Come è evoluto in queste 3 storie e quali aspetti se ce ne sono hanno sorpreso lei che lo ha creato?

All’inizio non avevo alcuna intenzione di creare una serie: nella mia mente tutto doveva nascere e chiudersi con il primo romanzo, Omicidio a Carloforte. Ma quando il libro uscì, mi sorprese una malinconia inattesa: l’idea di non tornare più in quei luoghi, di non incontrare più quei personaggi, mi lasciava un senso di vuoto. È stato allora che ho capito di non aver finito con loro. Ho deciso di continuare, ma senza forzature: dovevano essere loro a parlarmi, prima di tutti Alvise.

E dal secondo libro in poi Terranova ha iniziato a sorprendermi. La sua umanità si è fatta più profonda, più complessa. Non è un commissario che cammina con la verità in tasca, né qualcuno che pretende di insegnare qualcosa a chi lo legge. È un uomo che cerca, che si interroga, che accetta il dubbio come parte del viaggio. Ed è proprio questo che me lo rende così vicino: la sua capacità di stare nelle sfumature, di non semplificare il mondo.

Forse è per questo che mi trovo bene al suo fianco: perché, pagina dopo pagina, Alvise continua a mostrarmi che la verità non è mai un punto fermo, ma un movimento continuo.

 

4 Quali sono le situazioni e gli autori che la ispirano nella nascita di questi romanzi?

Ambientare romanzi gialli, crime o noir a Carloforte — un’isola apparentemente pacifica, dove sembra non accadere mai nulla — è ogni volta una sfida affascinante. Fin dall’inizio mi ero imposto di evitare storie artificiose o forzate: volevo che tutto risultasse credibile, che il lettore potesse dire “sì, potrebbe davvero succedere”. Per questo cerco le mie trame non tanto nei luoghi, quanto negli angoli più bui dell’animo umano. Perché ognuno di noi ne ha, a Carloforte come a New Orleans. E basta osservare con attenzione per accorgersi di quanto materiale narrativo si nasconda nella semplice quotidianità: è sorprendente quante storie nascano dallo sguardo, da un gesto, da una crepa nella voce di qualcuno.

Gli autori a cui devo qualcosa sono tantissimi, e non solo appartenenti al genere giallo. Mi piace definirmi un lettore onnivoro, convinto che da ogni scrittore ci sia sempre qualcosa da apprendere. Se dovessi citarne alcuni: Andrea Camilleri, John Fante, Gabriel García Márquez, William Faulkner, Charles Bukowski, Jean Claude Izzo, Massimo Carlotto, Antonio Manzini, Maurizio De Giovanni… e tantissimi altri Ognuno di loro, in modi diversi, mi ha lasciato un’impronta: una tonalità, un ritmo, un modo di guardare il mondo.

 

5 In un panorama così vasto come quello del giallo italiano, ricco di uscite e di personaggi noti e nuovi, quali sono secondo lei gli ingredienti fondamentali per una buona storia?

Dal mio punto di vista, in un panorama così vasto e ricco, l’ingrediente fondamentale resta sempre lo stesso: la materia umana. Posso anche costruire un intreccio perfetto, calibrato al millimetro, ma senza personaggi credibili – con le loro fragilità, le loro contraddizioni, i loro desideri e le loro ombre – tutto rimane freddo, meccanico.

Quello che ammiro nei grandi autori è proprio la capacità di andare oltre l’enigma, usando il mistero come una lente per osservare l’essere umano e la società. Nei romanzi che restano nel tempo, il delitto è solo la superficie: sotto, c’è un’indagine più profonda, quella sulle ferite, sulle tensioni che abitano ogni vita, sulla società in cui viviamo. Una storia funziona davvero quando il lettore riconosce qualcosa di sé nei personaggi, anche nei loro lati più scomodi.

Per me il giallo/noir non è solo un gioco di logica: è un modo per esplorare ciò che diventiamo quando la vita ci mette alle strette, quando le certezze si incrinano e siamo costretti a guardarci dentro. È lì che emergono le crepe, ma anche le possibilità di cambiamento. Se i personaggi respirano, se hanno davvero uno spessore umano, allora anche la trama trova un’energia diversa, più autentica.

Questo, almeno per me, è il cuore del genere. Ed è quello che cerco di fare ogni volta che scrivo: partire dall’umanità, perché è lì che nasce tutto.

 

6 Una domanda che mi pongo, e pongo spesso agli scrittori, è qual è l’elemento fondamentale di un romanzo giallo, non scoprire l’assassino fino alla fine, la dinamica che porta il protagonista a trovare il colpevole o altri aspetti della narrazione?

Forse l’ho già accennato, ma vale la pena ribadirlo. Il giallo è un genere con regole ben definite: un morto, un investigatore e una soluzione. È un patto narrativo antico, e i lettori si avvicinano al genere proprio perché riconoscono e desiderano questi elementi. Sono l’ossatura, la struttura imprescindibile.

Ma, dal mio punto di vista, non basta. All’interno di questo meccanismo narrativo deve esistere un altro romanzo, più sotterraneo: quello che indaga la natura umana. I gialli che restano, quelli che travalicano il semplice enigma, sono proprio quelli che riescono a raccontare non solo chi ha ucciso, ma perché. Ed è qui che entra in gioco un aspetto che considero fondamentale: la vita della vittima.

Raccontarne la storia, comprenderne le relazioni, le scelte, le omissioni, significa restituirgli dignità e complessità. Dietro ogni delitto c’è una vita che merita di essere ascoltata, e spesso è proprio lì, in quella biografia interrotta, che si nasconde la chiave dell’enigma.

In fondo, il giallo per me funziona davvero quando non si limita a ricostruire un crimine, ma ricompone un’esistenza.

 

7 Oggi comunicazione e confronto/scontro passano sempre più spesso sui Social. Qual è il suo rapporto con questa realtà e quali sono i suoi pregi e difetti? 

Uso i social soprattutto per i libri: per condividere novità, incontri, raccontare ciò che accade intorno ai miei romanzi, restare in contatto con lettori e gli amici. Mi affascina la loro forza comunicativa, la capacità di creare legami anche a distanza. Allo stesso tempo, conosco i miei limiti e per mia natura non amo gli scontri, le polemiche, le discussioni che spesso degenerano.

Non ho il tempo, né il desiderio, di alimentare conflitti sterili. I miei pensieri più intimi, quelli che hanno bisogno di spazio e silenzio, li affido alla scrittura dei romanzi affidandoli ai personaggi.

I social sono uno strumento prezioso, ma hanno una doppia natura: possono avvicinare, creare comunità, oppure esasperare i toni e ridurre tutto a reazioni impulsive. Io scelgo di usarli per ciò che mi sta a cuore: costruire invece di dividere.

Credo che il vero valore non stia nella quantità di ciò che pubblichiamo, ma nella qualità delle connessioni che riusciamo a creare. Comunicare non significa riempire lo spazio con parole: significa ascoltare, comprendere e ricordarsi sempre che dietro ogni profilo c’è una persona con la sua storia, il suo tempo, la sua sensibilità. È questo che, alla fine, dà senso a tutto il resto.

 

8 Come ultima domanda, ringraziandola per la disponibilità, le chiedo se pensa o ha mai pensato di provare generi letterari diversi o creare nuovi personaggi.

Intanto vi ringrazio davvero per questo spazio: ve ne sono profondamente grato. Le idee non mi mancano mai. Forse perché vivo costantemente immerso nelle storie, come se avessi una piccola officina che lavora anche quando non me ne accorgo. Sì, sto scrivendo altre cose, con nuovi personaggi e atmosfere diverse, e questo per me è sempre un momento delicato e bellissimo, pieno di possibilità. Spero di poterne parlare presto, quando avranno trovato la loro forma definitiva.

Intervista di Enrico Spinelli

 

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