Abbiamo intervistato Antonella Cilento: siamo partiti dal suo ultimo romanzo La babilonese per arrivare all’arte della scrittura

Abbiamo intervistato Antonella Cilento: siamo partiti dal suo ultimo romanzo La babilonese per arrivare all’arte della scrittura

 

Intervista n. 284

 

Antonella Cilento © Giliola CHISTE

 

1 Buongiorno e grazie per aver accettato questa intervista. Un anno fa è uscito il suo ultimo romanzo La babilonese, con quali parole ce lo presenterebbe?

La babilonese è un romanzo che tratta del nostro rapporto con la memoria, il tempo e gli errori ciclici che compiamo. Cosa ricordiamo e cosa dimentichiamo, perché incontriamo sempre le stesse persone o facciamo sempre gli stessi errori o incappiamo sempre nello stesso tipo di relazioni?

Questa è una delle domande che attraversa i sette strati temporali del romanzo, dall’antica Ninive agli anni Duemila a Napoli. Tutto parte dall’assassinio spietato delle proprie figlie da parte di un re, la storica figura di Assurbanipal, per cancellare le tracce della relazione che la regina, Libbali, anche lei personaggio storico, ha con un prigioniero deportato ebreo e dalla promessa di vendetta che lei fa, scampando a sua volta alla morte.

Da qui, in ogni strato temporale, dal Seicento al Settecento napoletano, dall’Ottocento londinese a quello partenopeo, fino ai giorni nostri, assistiamo al rimanifestarsi di Libbali, forse eterna, forse reincarnata, a volte memorie a volte, con nomi che pian piano si allontanano, pur ricordandolo, dall’originale: sarà la maga Albalì, sarà la negromante Madame Ballu, sarà la scrittrice Alice Bilardi.

E con lei tornano il suo amante, che nel Seicento è il pittore di battaglie Aniello Falcone, il suo assassino, ora nei panni di un Vicerè ora di un archeologo, ora di un avvocato, il medico che ha assassinato le sue figlie, che si ripresenta come chirurgo o come psicoterapeuta.

Le avventure cambiano di lingua, di punto di vista, d’ambiente. In comune hanno alcuni oggetti, un ritratto di Albalì, ad esempio, e la lucerna, o lanterna, o fiaccola, che porta la giovanissima figlia del deportato ebreo, Yeoudith, la liberatrice, che ricompare anche lei mutando nome, Giuditta o Judith, ma sempre con la stessa funzione: fare luce sulla strada della morta, portare chiarezza e creazione nei prati della distruzione.

 

 

2 Qual è stata la spinta che l’ha portata a realizzare un’opera così articolata e quanto lavoro di ricerca ha comportato la sua realizzazione?

La babilonese è stata scritta in sette anni e ha necessitato, come per ogni mio romanzo, di lunghi lavori di documentazione, specie per la storia assira (il Seicento napoletano mi è familiare) ma tutto è nato da un’urgenza più antica, dal fallimento di un’azienda familiare che si occupava proprio di memorie, di recupero dati. Una lunga tragedia che in Italia si replica per tante piccole aziende.

E poi ci sono fili che ci riconducono, che tramano sin dall’infanzia: una storia di Romano Scarpa dove Paperino e zio Paperone avevano a che fare con le lenticchie di Assurbanipal, la scoperta di Ebla quando ero alle scuole elementari, un racconto di Anna Banti intitolato Tela e cenere, un paio di mostre bellissime, una dedicata agli Assiri all’ombra del Vesuvio e una monografica su Aniello Falcone…

3 Nel romanzo sono presenti tante piccole storie che attraversano i secoli da Babilonia ai giorni nostri. Qual è il fil rouge che le tiene in qualche modo unite? E quali i temi portanti di questo lavoro?

Un elemento che tiene tutto unito è il nostro rapporto con la conservazione della memoria: le tavolette cuneiformi, i nostri device, i nostri cloud, le cascate di algoritmi che conservano selezionano e influenzano la nostra vita: tutto ci sembra eterno, come la biblioteca di Assurbanipal, che pure è andata perduta per oltre tremila anni, fino alla riscoperta di Ninive nel 1848 fatta di Henry Austen Layard, che è uno dei personaggi storici e di finzione al tempo stesso de La babilonese. Siamo così sicuri che tutto si conservi?

E poi c’è il tema della vendetta: davvero vogliamo fare agli altri ciò che è stato fatto a noi? O a volte dimenticare e amare vanno di pari passo?

4 C’è un forte elemento soprannaturale che mi ha riportato al Romanzo fantastico di cui Italo Calvino diceva: “il suo tema è il rapporto tra la realtà del mondo che abitiamo e conosciamo attraverso la percezione, e la realtà del mondo del pensiero che abita in noi e ci comanda.” Quanto crede siano attuali queste parole e qual è la forza del Fantastico ai giorni nostri?

Dimentichiamo spesso nella nostra ansia di realtà che tutta la nostra vita è un sogno.

Vogliamo storie reali (questa storia è accaduta davvero) e poi passiamo le nostre giornate a sfuggire la vita reale, troppo dolorosa, troppo frustrante, troppo pesante e deludente. C’è schizofrenia nel nostro tempo. E invece per millenni abbiamo saputo che ogni gesto di trasfigurazione è fantastico, che la scrittura tradisce la realtà per accedere a una verità superiore, per far fiorire bellezza anche dove sembra esserci solo morte ed entropia.

Oggi il fantastico germoglia in generi più addomesticati: il fantasy, che ha regole ferree nella creazione di mondi, e la fantascienza, che ha una lunga storia ormai ed è la diretta proiezione di ansie, paure, sperdimenti degli ultimi due secoli. Da sempre il fantastico narra l’inquietudine, la deviazione dalla realtà concreta che mostra il nostro lato in ombra, il perturbante, come lo definisce Freud.

Il fantastico chiede lettori e lettrici più solidi, che non cercano una rapida e solubile consolazione. Non smette mai di esistere in letteratura, anche in tempi di mero merchandising come i nostri.

5 Ci sono quattro parole che almeno per quanto mi riguarda, rimangono impresse al termine della lettura e sono “vendetta, memoria, speranza e amore”. Cosa pensa a riguardo?

Sono felice che queste siano le parole che restano del romanzo: La babilonese narra proprio intorno a questi quattro grandi pozzi dell’animo umano. Del resto, la vendetta è ciò che muove delitti pubblici e privati, guerre e femminicidi, ogni giorno. La memoria chiede continui upload e al tempo stesso si perde di continuo: le foto che facciamo e non guardiamo, le note vocali che ci affliggono, la crescita esponenziale di demenza senile e Alzheimer, l’abbandono della lettura come pratica di lucidità e memoria. E come diceva Karen Blixen, si scrive ogni giorno senza speranza e senza disperazione. Senza il continuo dono della speranza e dell’amore non avremmo nemmeno ragioni per creare, per respirare.

 

6 Guardando alla sua produzione narrativa quali sono le opere che a suo dire meglio rappresentano la sua proposta o che meriterebbero di essere (ri)scoperte?

Tengo naturalmente a tutti i miei libri, molti sono legati fra loro: ad esempio Isole senza mare, oggi introvabile e uscito per Guanda nel 2009, è legato strettamente a Lisario o il piacere infinito delle donne, che è uscito nel 2014 e ora si trova per i tipi di Bompiani, libro molto fortunato, finalista allo Strega, vincitore del Premio Boccaccio e molto tradotto, a Morfisa o l’acqua che dorme, che uscì nel 2018 per Mondadori e che invece è quasi introvabile, a La babilonese.

Quattro donne, quattro personagge, come ha scritto assai bene una carissima amica, Anna Toscano, che hanno tanto in comune: Aquila in Isole senza mare, Lisario e Morfisa nei romani omonimi e Libbali in ogni sua manifestazione ne La babilonese sono donne cui viene tolto qualcosa, cui manca qualcosa (i soldi, la voce, i piedi, le figlie) e che reagiscono portando avanti un’istanza creativa potente, qualche volta incarnando, come Morfisa, la capacità immortale dell’invenzione e del sogno.

 

7 Lei ha dedicato molte opere alla scrittura creativa. Quali sono secondo lei gli elementi principali per valorizzare la scrittura di un testo?

Ne La caffettiera di carta uscita nel 2021 per Bompiani c’è davvero gran parte del mio lavoro di docente di scrittura dal 1993 ad oggi. Sono 33 anni che dirigo Lalineascritta laboratori di Scrittura e 8 che conduco il master SEMA, che si occupa del lavoro editoriale, con la preziosissima squadra (e famiglia) dell’Associazione Aldebaran Park APS. Dunque, valorizzare, far fiorire un testo, comprenderlo in profondità prima che prenda la sua strada, aiutarlo a nascere è il mio lavoro di una vita intera.

Ci sono tanti ostacoli da superare: la paura del foglio bianco, il boicottaggio continuo che facciamo a noi stesse, l’assenza di disciplina e metodo, la paura di fallire o di incontrare materie dolorose, la paura di ferire o di ferirci, questi aspetti restano fondamentali da affrontare. E poi ci sono i numerosi dati tecnici, dall’uso del punto di vista alla conoscenza dello sviluppo della trama, delle svolte, alla capacità di ascoltare la voce del testo e di formarsi uno stile proprio, personale. Tutte questioni che non si smette mai di rilavorare con persone di ogni età e formazione nelle nostre aule di lezione.

8 Spesso capita di sentire chiedere se sia meglio una storia originale con una scrittura ordinaria o una storia ordinaria però ben scritta. Davvero non ci può essere una via di incontro tra storia e stile?

Avere uno stile, avere consapevolezza della tradizione cui si appartiene e saper intrecciare una storia dovrebbero essere le basi per ogni scrittura. C’è una tendenza commerciale a buttar giù storielle senza carattere e senza lingua, puntando sulla tenera parte stanca dei lettori. Accade lo stesso per i prodotti televisivi, del resto, e per ogni forma di narrazione visiva.

Ho sempre pensato che c’è bisogno di uno stile forte e originale, e questo farà sempre la differenza, e di un ottimo governo della narrazione: le storie sono sempre le stesse dalla notte dei tempi. Quattro sono le storie, dice Borges, trenta dicono gli sceneggiatori americani. Non importa.

Certo è che storia e trama possono replicarsi e moltiplicarsi ma hanno sempre pochi elementi di base, per nulla originali, perché l’esperienza umana sul pianeta è sempre la stessa. Ma tutto dipenderà dall’occhio con cui guardiamo personaggi e fatti. L’occhio e lo stile faranno la differenza. E naturalmente anche una bella trama, ovvero una trama ben condotta.

10 Come ultima domanda, ringraziandola per la disponibilità una domanda sulla comunicazione. I giorni nostri vedono una sempre maggiore interazione attraverso i Social. Qual è il suo rapporto con questa realtà?

Non li frequento, ci sono solo per ragioni di lavoro e ho affidato la gestione social della scuola ad una colonna della nostra squadra, Domenico Esposito. Diciamo che a parte per il lavoro, non trovo assolutamente produttivo scrivere sui social. Quando li sfoglio è per curiosità o per verificare che il nostro lavoro di squadra stia circolando al suo meglio.

Intervista di Enrico Spinelli

 

LA BABILONESE Antonella Cilento

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LA CAFFETTIERA DI CARTA Antonella Cilento

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